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Antonio Donno
Israele/USA
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La strategia di Israele contro l'Iran 05/01/2019

La strategia di Israele contro l'Iran
Commento di Antonio Donno

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Soldati Usa in Siria: fino a quando?

La deterrenza è stata l’arma utilizzata dalle due grandi potenze nel secondo dopoguerra. Ha funzionato egregiamente perché sia Washington sia Mosca sapevano che un attacco nucleare avrebbe portato alla distruzione completa del pianeta. Ma la deterrenza funziona quando i leader delle potenze in competizione sono consapevoli delle conseguenze disastrose che comporta un’azione di questo tipo. Cioè, sono leader razionali la cui mente è scevra da qualsiasi fanatismo, soprattutto di ordine religioso.
La situazione attuale di un’area profondamente instabile come il Medio Oriente ha messo in crisi la concezione tradizionale della deterrenza. 
Mentre durante i lunghi anni della guerra fredda la deterrenza si era fondata con successo sulla dissuasione reciproca, oggi la situazione è cambiata, non tanto a livello globale, quanto a livello regionale, cioè soprattutto nel Medio Oriente. 
È opportuno valutare il contesto regionale all’interno del contesto globale e la posizione di Israele in ambedue i contesti.
A livello globale, Stati Uniti, Russia e Cina, le tre potenze maggiori, continuano a rispettare la tradizionale modalità di deterrenza, fondata dalla dissuasione reciproca. Allo stesso modo, nella regione mediorientale Russia e Stati Uniti – almeno sino alle recenti decisioni di Trump di ritirare i propri soldati dalla Siria – hanno egualmente seguito la linea consueta basata sulla deterrenza reciproca. Queste tre potenze affidano al loro soft power (la forza attrattiva) le possibilità di prevalere sull’avversario. 
Tuttavia, nel Medio Oriente operano forze le cui azione prescinde dalla tradizionale concezione della deterrenza derivata dalla dissuasione reciproca. Qui Israele non può che lavorare su un’altra forma di deterrenza, in questo caso ancorata sul concetto e sulla pratica della punizione.
Infatti, la complessità delle forze che si contendono l’egemonia nella regione è tale da imporre a Israele un’attenta valutazione dei profitti e delle perdite nella sua azione di difesa del proprio territorio. 
Tale valutazione costringe spesso Gerusalemme ad agire al di là dei propri confini con operazioni militari intese a distruggere possibili concentrazioni di uomini e armi che costituiscono un pericolo per la propria integrità territoriale. 
In questo caso, è l’Iran e i movimenti terroristici sostenuti ed equipaggiati da Teheran a costituire il bersaglio delle azioni militari di Israele. 
Non si tratta di un confronto a tutto campo tra Israele e Iran: è un contrasto a bassa-media intensità condotta da Gerusalemme nel quadro di una deterrenza non più fondata sulla dissuasione reciproca, bensì sul concetto di punizione, cioè di offesa militare, anche profonda, indirizzata a evidenziare al nemico i pericoli che corre e, perciò, a dissuaderlo dal compiere ulteriori azioni contro lo Stato ebraico.
La strategia di Israele contro l’Iran, dunque, prescinde da qualsiasi valutazione sulla possibilità di deterrenza come esito della dissuasione reciproca. 
Il progetto iraniano si fonda sul concetto di politica di potenza, per quanto solo a livello regionale, che scaturisce da presupposti di natura religiosa, secondo i quali la visione sciita dell’islamismo dovrà prevalere su quella sunnita. 
In questa lotta Israele rappresenta nella regione un vero e proprio cancro che deve essere estirpato.
Per questo motivo, Israele deve “punire”, deve colpire con la massima decisione quei punti dello schieramento avversario che, per ragioni di vicinanza territoriale o di concentrazione di armi, rappresentano un pericolo immediato o futuro per i propri confini. 
Una deterrenza punitiva, offensiva, che finora ha dato i suoi frutti. Tuttavia, a considerare lo scenario complessivo della regione, la presenza militare americana aveva fino ad oggi costituito un punto di appoggio politico e militare importante per Israele. Nell’area era presente un alleato potente di Gerusalemme. Questo fatto costituiva, anche da un punto di vista puramente simbolico, un elemento dissuasivo per i nemici di Israele. Ora non lo è più.

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Antonio Donno


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