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Antonio Donno
Israele/USA
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Chi era James G. McDonald? 24/12/2018

Chi era James G. McDonald?
Commento di Antonio Donno

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Quando, nel 1951, fu pubblicato negli Stati Uniti il libro di James G. McDonald, My Mission in Israel, 1948-1951, i lettori fecero conoscenza dell’opera straordinaria di un uomo di eccezionale valore morale, che aveva dedicato le sue energie al neonato Stato di Israele, come ambasciatore americano nella nuova realtà ebraica. 
Chi era James G. McDonald? Molti lo sapevano, ma in questi ultimi anni la pubblicazione delle memorie di McDonald rappresenta un documento fondamentale per conoscere e valutare l’azione dell’americano, prima come inviato di Truman per seguire l’operato delle commissioni che decidevano sul futuro della Palestina (1945-1947), poi come primo ambasciatore americano in Israele (1948-1951). 
L’attività di quei due periodi è racchiusa nei diari e nelle carte di MacDonald: To the Gates of Jerusalem: The Diaries and Papers of James G. McDonald, 1945-1945 (Indiana University Press, 2014) e Envoy to the Promised Land: The Diaries and Papers of James G. McDonald, 1948-1951 (Indiana University Press, 2017). 

In realtà, McDonald era venuto a contatto con le questioni ebraiche già nel 1933, quando Roosevelt lo incaricò di far parte dell’Alto Commissariato della Lega delle Nazioni. Tuttavia, già negli anni di Roosevelt, McDonald non aveva condiviso la politica del presidente di rinvio di decisioni favorevoli all’ingresso dei rifugiati ebrei negli Stati Uniti, per non parlare della sua reticenza a sostenere la causa sionista. 
Se le porte americane fossero state aperte per tempo, forse qualche migliaio di ebrei europei avrebbe evitato le camere a gas. Da parte di Roosevelt una responsabilità terribile, conoscendo egli le intenzioni di sterminio da parte di Hitler. Come rappresentante di Truman, McDonald partecipò personalmente a tutte le fasi contraddittorie che si succedettero in seno alle commissioni internazionali e che portarono infine alla risoluzione sulla spartizione del 29 novembre 1947. Questa sua assidua presenza non è a tutti nota ed è per questo che i diari di quegli anni (1945-1947) sono indispensabili per comprendere l’itinerario politico non solo personale, ma dell’intera vicenda sionista del periodo. Così, la sua diretta partecipazione all’Anglo-American Committee Inquiry, in cui si discusse della possibilità di far accedere negli Stati Uniti centomila ebrei sopravvissuti alla Shoah, la sua ferma battaglia contro il Morrison-Grady Plan, che intendeva costituire in Palestina province autonome ebraiche e arabe sotto il controllo inglese, l’altrettanto decisa opposizione al Piano Bernadotte, che, alterando profondamente la spartizione del novembre 1947, prevedeva la cessione dell’intero Negev da parte di Israele: tutti questi episodi, nel contesto del turbine di avvenimenti di quel periodo in Medio Oriente, furono vissuti direttamente da McDonald e la loro rilettura, sulla scorta della documentazione dell’americano presente nel primo dei due volumi, acquista una valenza nuova, per molti aspetti innovativa. 

I rapporti che regolarmente McDonald inviava a Truman mettevano in guardia il presidente sui tentativi che il Dipartimento di Stato operava per affossare il piano di spartizione e sollecitavano i collaboratori più vicini a Truman – David Niles e Clark Clifford – a convincere il presidente che la sua politica a favore della creazione dello Stato di Israele era gravemente messa in pericolo dalle manovre di Marshall e soci all’interno del Dipartimento di Stato. 

Dopo la nascita di Israele, divenuto il primo ambasciatore americano in quel paese, McDonald ebbe poteri ancor più pregnanti nello sviluppo delle relazioni israelo-americane. Il secondo volume dei suoi diari e documenti è altrettanto indispensabile per comprendere i primi difficili anni del nuovo Stato degli ebrei descritti in prima persona da McDonald attraverso i suoi documenti. 
In primo luogo, l’invasione araba del territorio israeliano. 
A proposito della cessione del Negev in base al Piano Bernadotte, l’azione di McDonald fu decisiva. Egli si batté fino allo stremo perché Washington non accettasse quel piano che avrebbe posto Israele alla mercé degli arabi. 

E così, il 29 novembre 1948, qualche giorno dopo la rielezione di Truman a presidente degli Stati Uniti – un evento altrettanto decisivo per le sorti di Israele –, Truman scrisse a Chaim Weizmann, presidente di Israele, una lettera in cui lo ringraziava per il messaggio di congratulazioni inviato dall’israeliano al rieletto presidente americano e scriveva: “Abbiamo annunciato nell’Assemblea Generale la nostra ferma intenzione di opporci a qualsiasi mutamento della Risoluzione del 29 novembre [1947] che non è accettabile da parte dello Stato di Israele”. 
Una dichiarazione senza ambiguità cui James McDonald aveva dato il suo prezioso contributo.

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Antonio Donno


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