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Antonio Donno
Israele/USA
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Perchè è importante la 'Storia di Israele' di Claudio Vercelli 23/12/2018

Riprendiamo da Nuova Storia Contemporanea (2018) la recensione di Antonio Donno al libro di Claudio Vercelli "Israele '70,

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Antonio Donno

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Claudio Vercelli

Taluni sostengono che è impossibile che uno storico sia obiettivo nella narrazione degli eventi e nella loro interpretazione. Ciò sarebbe dovuto al fatto che lo storico è pur sempre un individuo con le proprie idee, concezioni del mondo e posizioni spesso legate a visioni ideologiche radicate nel suo modo di concepire e valutare i fatti che si appresta ad analizzare. La storiografia italiana del secondo dopoguerra ha rappresentato un caso emblematico in questo senso; e quella di marca comunista in particolar modo. Se poi ci si pone di fronte alla questione mediorientale, al conflitto israelo-arabo-palestinese e alla storia di Israele, spesso il preconcetto e la conseguente falsificazione sono all’ordine del giorno. Vi è poi un dato allarmante da considerare. Mentre, con il passare del tempo e sino a oggi, l’influenza ideologica del marxismo nella storiografia è andata sgretolandosi di fronte all’evidenza dell’insostenibilità della sua interpretazione della storia, soprattutto di quella del secondo dopoguerra, nel caso del conflitto tra il mondo arabo e Israele essa persiste tenacemente nelle forme più obsolete ma sempre “attraenti”: il colonialismo, il terzomondismo, l’imperialismo, arnesi che possono essere ancora utilizzati nel caso della storia di Israele. Perdura, cioè, il vecchio ritornello secondo il quale, essendo Israele frutto della politica americana, esso è figlio dell’imperialismo occidentale; anzi, un prodotto del colonialismo e un violento avversario delle concezioni terzomondiste in voga sino a qualche tempo fa, ma sempre utili nel caso in questione. Il libro di Claudio Vercelli naviga controcorrente. In realtà, tutta la sua numerosa produzione su questa tematica si distingue per la sua obiettività. Quest’ultimo libro si connota come un’opera di alta divulgazione, chiaro nell’esposizione, preciso nel narrare l’evoluzione della storia di Israele, parco di giudizi in favore dei puri fatti, estremamente utile per coloro che si accostano per la prima volta alla storia di quel Paese e, volendo, anche a chi è stufo di ascoltare sempre la stessa versione falsificata delle vicende di Israele. Come scrive Vercelli all’inizio del libro, “Israele è il prodotto di un percorso politico” (p. 9). Questo percorso politico è costituito dalla nascita e dall’evoluzione del sionismo, un movimento politico laico, nazionale, alla stessa stregua dei movimenti risorgimentali europei dell’Ottocento. In sostanza, gli ebrei di ogni parte d’Europa, accomunati da un’unica fede religiosa, con il sionismo operarono un salto nella sfera della politica e si riconobbero in una nazione fondata su comuni valori, non solo religiosi, ma, appunto, nazionali. “L’idea di fondo – scrive Vercelli – era che all’emancipazione degli individui dovesse accompagnarsi anche quella nazionale e sociale” (p. 15), mediante la costruzione di un nuovo Stato, lo Stato degli ebrei. Il superamento dell’antisemitismo, della millenaria persecuzione era intimamente legato alla costruzione/ricostruzione di uno Stato degli ebrei e di un “nuovo ebreo”, il cui ethos, sarebbe stato, da quel momento in poi, il lavoro. Questa era l’idea-principe di Theodor Herzl, l’ebreo austro-ungarico che fu il fondatore del sionismo. Il “nuovo Israele” avrebbe segnato la fine dell’esilio, della Galut, grazie al lavoro politico del sionismo che avrebbe prodotto “la ricomposizione dell’ebraismo” (p. 17). Il pionierismo ebraico, che si sviluppò all’insegna sionistica sin dagli ultimi anni dell’Ottocento e per tutti i decenni successivi, produsse in Palestina un’attività febbrile che spaventò il mondo arabo, non tanto i braccianti (fellahim), quanto, invece, il ceto medio urbano, mentre i latifondisti (effendi) vendettero a lungo ampie porzioni dei propri latifondi agli ebrei, “nella diffusa convinzione che nulla sarebbe mutato nei vecchi equilibri locali” (ibid.) e che quei territori incolti sarebbero rimasti definitivamente improduttivi. Quest’ultimo dato dev’essere tenuto in particolare considerazione come elemento di confutazione delle posizioni di coloro che sostengono che la Palestina fu “invasa” e acquisita con la forza dai colonialisti sionisti. Con l’avvento del mandato britannico in Palestina, dopo la famosa Dichiarazione di Balfour (1917), l’opera sionistica si sviluppò anche nel senso della costruzione di istituzioni ebraiche in ogni campo, tanto che, come scrive Vercelli, “l’Yishuv, la comunità ebraica palestinese, andava definendosi come un organismo autonomo e, per molti versi, autosufficiente, ossia in grado di amministrarsi da sé e di contendere agli arabi, non meno che agli inglesi, il controllo di crescenti porzioni di territorio” (p. 23). La nascita dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948, dopo la spartizione decisa dalle Nazioni Unite il 29 novembre 1947 e subito rifiutata dagli arabi (un rifiuto che ha percorso tutta la storia dei rapporti tra sionisti e arabi, sino a oggi), dette inizio a un conflitto che ha visto quattro guerre e una scia continua di attriti sanguinosi, sotto forma di azioni terroristiche da parte palestinese. Un logoramento che ha indotto Israele a munirsi, nel corso dei decenni, di strumenti sempre più perfezionati di difesa e di un’attività di risposta e di intelligence ininterrotta. La creazione dello Stato comportò una fuga massiccia di profughi palestinesi al di là dei confini e, nello stesso tempo, una eguale espulsione di comunità ebraiche dai paesi arabi circostanti. Nonostante la continua situazione di incertezza, gli anni della formazione e consolidamento di Israele dettero vita a una comunità coesa, impegnata allo spasimo nella costruzione del proprio futuro con una dedizione assoluta. Gli aiuti finanziari esterni, soprattutto americani, e poi l’acquisizione di un’autonomia sempre più accentuata caratterizzarono gli anni fino alla crisi di Suez, descritti con grande aderenza ai fatti da Vercelli. La guerra di Suez (1956) e soprattutto quella dei sei giorni (1967) proiettarono Israele in una dimensione politica e militare del tutto nuova rispetto agli anni della formazione dello Stato. Israele poteva difendersi e vincere le guerre con strabiliante efficacia e, con la conquista della Cisgiordania (Giudea e Samaria), espandersi in un territorio molto più grande di quello dello Stato, ma assumendosi difficoltà amministrative e di difesa di grande peso. Per di più, a livello internazionale, le conquiste di Israele furono definite dalla sinistra e da molti di coloro che in precedenza si erano schierati a favore di Israele come “politica imperialistica”, corroborando, così, il posizionamento dell’Unione Sovietica a fianco dei paesi arabi e della stessa loro attività militare, oltre che terroristica nei confronti dei civili israeliani. La guerra del 1973 ebbe un esito favorevole a Israele, ma il costo umano subìto per la debolezza del sistema difensivo lungo il Canale scatenò una polemica violentissima che portò successivamente al tracollo del Mapai, il Partito Laburista che aveva costruito e governato lo Stato fino a quel momento. Vercelli descrive appropriatamente le ragioni politiche, economiche e militari che portarono il Partito Herut, poi Likud, di Menachem Begin, al potere. Dopo una lunga attesa, la Destra israeliana era finalmente giunta al potere, che, con qualche intervallo, ha conservato sino a oggi. Né la pace di Camp David con l’Egitto di Sadat, né gli Accordi di Oslo, nelle varie fasi, riuscirono a rimettere in sella stabilmente il Partito Laburista. Inoltre, scrive Vercelli, “Rabin riteneva che la fine della guerra fredda costituisse un’occasione unica per mutare la situazione mediorientale” (p. 122): una speranza vana, perché il conflitto israelo-palestinese, che aveva preso le forme dell’Intifada, presentava ormai connotati completamente estranei alle questioni della guerra fredda: era un conflitto locale, anche se con fortissime ripercussioni internazionali. E tale è rimasto oggi. Vercelli dedica l’ultimo capitolo del libro alla descrizione dei progressi della società e della economia israeliane, in alcuni campi veramente strepitosi, ponendo il Paese all’avanguardia nel campo della telematica e di altri settori, e contribuendo a garantire un livello di vita imparagonabile a quello dei paesi arabi. Le parole di Vercelli sono molto chiare al proposito: “[…] Lo scarto rispetto ai circostanti paesi arabi è gigantesco e, per questi ultimi, oramai incolmabile. Israele è l’unico Paese al mondo dove più di un quarto della popolazione ha conseguito una laurea” (pp. 146-147).


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