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Antonio Donno
Israele/USA
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Mike Pompeo in Medio Oriente 01/05/2018

Mike Pompeo in Medio Oriente
Analisi di Antonio Donno

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Mike Pompeo incontra Benjamin Netanyahu

L’incontro tra il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e Netanyahu ha ribadito le eccellenti relazioni tra Stati Uniti e Israele. L’ulteriore conferma che il 14 maggio l’Ambasciata americana sarà trasferita a Gerusalemme, capitale dello Stato ebraico, riempie di gioia tutti gli amici di Israele e del popolo ebraico. A tutto ciò si aggiunge la certezza che, in caso di pericolo, gli Stati Uniti saranno vicini al loro alleato: era dagli anni di Ronald Reagan che Washington non si impegnava così convintamente per la difesa di Israele. Ma ciò ha un risvolto altrettanto favorevole per la politica americana nella regione, dopo gli anni oscuri delle presidenze di Obama. Proprio a causa del ritiro americano dal Medio Oriente, la posizione attuale di Washington è marginale rispetto a quella detenuta da Russia e Iran, e in parte Turchia. Di fatto, Israele rappresenta l’unico punto stabile degli Stati Uniti nella regione. L’interesse è reciproco, perché lo Stato ebraico, nonostante sia una potenza di tutto rilievo, è assediata da forze, capeggiate dall’Iran, che mirano alla sua distruzione; perciò, è vantaggioso per gli Stati Uniti porsi a difesa di Israele, che rappresenta per Washington una posizione di forza per una possibile ripresa di una presenza significativa nell’area. Quando, nel 2017, Trump visitò Israele, Ehud Barak – il primo ministro israeliano, laburista, che, ai tempi di Clinton, si era impegnato invano nel tentativo di giungere a un accordo con Arafat – pubblicò un articolo su “Haaretz”, in cui sosteneva che il rifiuto di Israele di ritornare sulle linee del 1967 sarebbe stato una iattura per lo Stato ebraico e “una vera e propria minaccia per il futuro del progetto sionista”, giudicando il proprio paese il più forte militarmente, strategicamente ed economicamente in tutta la regione, tale da potersi difendere dai suoi nemici. Auspicava, inoltre, che un nuovo legame diplomatico con gli Stati Uniti di Trump potesse rafforzare Israele anche diplomaticamente. Affermando quelle cose, Barak ribadiva ciò che nel 2000, auspice Clinton, aveva tentato di concludere con il capo terrorista palestinese, Yasser Arafat: la nascita di uno Stato palestinese accanto a Israele, composto da Giudea e Samaria, Gaza e la parte orientale di Gerusalemme: una capitale per due stati. Se l’accordo fosse stato raggiunto, sarebbe stata veramente la fine di Israele. Invece, Barak, di fatto, replicava in quell’articolo la sua posizione del 2000, senza tener conto dei nuovi, giganteschi pericoli che sono tutt’intorno allo Stato ebraico. La nascita di uno Stato palestinese significherebbe una terribile saldatura tra il terrorismo palestinese e le altre forme di terrorismo presenti nella regione, in particolare quello sostenuto dall’Iran. La difesa che Barak ha fatto del suo progetto è, dunque, inconcepibile. È difficile per il laburista Barak ammettere che gli anni dei governi di Netanyahu abbiano contribuito a rafforzare Israele da tutti i punti di vista, a farne una potenza temibile nella regione e, soprattutto, a mantenere una posizione ferma, salda, al limite dell’intransigenza, rispetto agli attacchi politici e diplomatici rivolti al suo paese, soprattutto da alcune cancellerie occidentali. Ora che il repubblicano Trump è alla Casa Bianca, Netanyahu può godere dei frutti della sua fermezza, anche dal punto di vista elettorale. Il Partito laburista è quasi uscito dalla scena politica israeliana, per colpa dei suoi errori passati e di un progetto suicida che “per fortuna” Arafat rifiutò per mancanza di intelligenza politica e per fanatismo. La situazione attuale è favorevole a Israele, con tutti i “se” e i “ma” di cui si deve tener conto. La questione palestinese è scivolata tra le questioni secondarie dell’agenda politica internazionale e ciò è avvenuto non solo per la nuova condizione della regione, ma soprattutto per la fermezza della politica della destra israeliana, e del suo leader Netanyahu.


Antonio Donno


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