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Antonio Donno
Israele/USA
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Gli ebrei di Budapest
Gli ebrei di Budapest
Recensione di Antonio Donno

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Nei primi anni del Novecento la popolazione ebraica di Budapest rappresentava il 23 percento di tutta la popolazione della città, un percentuale molto grande, inferiore soltanto a quella di Varsavia (33 percento). Eppure, il mondo ebraico di Budapest era costretto a vivere nel silenzio, sottotraccia, in una sorta di invisibilità, a causa dell’antisemitismo profondamente radicato che aveva indotto il sindaco di Vienna, il famoso antisemita Karl Lueger, a definire la città ungherese Judapest. Eppure, una parte degli ebrei di Budapest svolse un ruolo straordinario di modernizzazione della città, facendone un luogo di livello europeo, nonostante che tale modernità fosse vista dai Gentili come esempio della degenerazione e della rapacità dell’elemento ebraico. Questa realtà è descritta mirabilmente nel libro di Mary Gluck, The Invisible Jewish Budapest. Metropolitan Culture at the Fin de Siècle (The University of Wisconsin Press).

La modernità ebraica modificò profondamente la cultura ungherese. Gli ebrei di Budapest furono attivi nei caffè, nei music hall, nei cabaret, nelle redazioni dei giornali, soprattutto quelli più popolari, nei boulevards, nei giornali umoristici, in cui essi introdussero il nuovo modo di vivere, quello di fin de siècle, già presente nelle città dell’Europa occidentale (Parigi, Londra) e nella stessa Vienna. Svecchiarono il modo di pensare di una città ancora posta ai confini dell’Impero absburgico e progressivamente la stessa cultura ungherese. Tuttavia, per quanto in gran parte forgiata dagli ebrei, la Budapest moderna non presentava il volto e i caratteri dell’ebraismo, grazie alla capacità ebraica di mimetizzare il loro intervento e il senso stesso delle innovazioni che introducevano. L’antisemitismo imperante non avrebbe sopportato che la modernità della città dovesse essere attribuita al lavoro degli ebrei. Il libro di Gluck, dunque, non si sofferma ad analizzare gli aspetti più appariscenti della modernizzazione della città, ma insiste soprattutto a descrivere i mutamenti nella vita quotidiana e nei rapporti interpersonali indotti dal clima di innovazione dovuta al lavoro sotterraneo di una parte significativa degli ebrei di Budapest. Di tutto ciò usufruì anche Theodor Herzl, il fondatore del sionismo, prima che la sua attività si spostasse a Vienna. Insomma, la cultura popolare di Budapest fu profondamente pervasa dal soffio modernizzante introdotto dagli ebrei.

Gli ebrei di Budapest, così, furono i portatori, tra il 1867 e il 1914, della mentalità dell’Europa moderna in una città ancora periferica, facendone un centro europeo di prima grandezza, anche se questo merito è rimasto nascosto per molto tempo, a causa dell’invisibilità degli ebrei di Budapest e del loro lavoro di modernizzazione della città e dell’intera Ungheria. Per questo motivo, il libro di Gluck è molto importante, oltre che di gradevole lettura, perché strappa il velo che aveva per decenni mascherato il ruolo che gli ebrei di Budapest avevano svolto in una fase cruciale della storia europea. “Simbolicamente, se non empiricamente – conclude Gluck – la Budapest ebraica terminò nel 1918, portando a conclusione le attività di due generazioni di innovatori della cultura che avevano contribuito a creare il mondo urbano della Budapest degli ultimi anni del diciannovesimo secolo”.

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Antonio Donno


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