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Antonio Donno
Israele/USA
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Gli ebrei americani e Israele
Gli ebrei americani e Israele
Recensione di Antonio Donno

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Dopo la nascita dello Stato di Israele, nel 1948, l’ebraismo americano non ha mai avuto una linea coerente di appoggio allo Stato ebraico, a differenza di quanto comunemente si crede, spesso in funzione di critica a Israele. Fu così prima dell’indipendenza, a causa del timore degli ebrei americani di essere accusati di “doppia lealtà”, e ciò si ripeté dopo il 1967, sulla scia della critica internazionale verso Gerusalemme, rea di non essere più vittima sacrificale, ma di essere divenuta una realtà militarizzata e violenta. Cioè, in breve, l’attacco portato da Israele nei confronti dei nemici arabi pronti a scatenare una guerra distruttiva fu letta in maniera capovolta, non come difesa, ma come aggressione. Questi fatti hanno un’evidenza particolare per spiegare il ruolo e la natura stessa dell’ebraismo americano. In sintesi, si può dire che le posizioni dell’ebraismo americano – all’interno di una società in cui l’opinione pubblica ha spesso un’influenza decisiva, nel bene o nel male – si sono allineate, talvolta passivamente, alla corrente predominante intorno a questioni interne o internazionali di particolare rilievo, spesso per timore di un isolamento in seno al mainstream prevalente.

È questo il difetto principale del libro di Dov Waxman, Trouble in the Tribe: The American Jewish Conflict over Israel (Princeton University Press), che descrive attentamente la storia dell’atteggiamento dell’ebraismo americano verso la politica di Israele, ma difetta nell’evidenziare le vere ragioni che hanno portato gli ebrei americani a criticare Israele sempre più accanitamente. Tralasciando le questioni che precedettero la nascita dello Stato ebraico, la guerra del 1967, per quanto, in un primo momento, trionfalmente accolta dagli ebrei americani, lasciò uno strascico sempre più marcato via via che la questione israelo-palestinese si andava incancrenendo tra il 1990 e oggi. Questi anni videro un attivismo crescente da parte palestinese in tutte le sedi internazionali più importanti, dove l’accusa nei confronti di Israele di non volere la pace fece progressivamente breccia in un mondo politico occidentale (e non solo) particolarmente proclive a utilizzare l’antisionismo come mascheratura dell’antisemitismo. La situazione attuale ne è la conferma.

La critica a Israele divise l’ebraismo americano tra gli anziani e i giovani. Gli anziani erano incerti se accettare o meno le critiche a Gerusalemme, perché conoscevano la storia di un paese accerchiato fin dalla nascita da nemici implacabili; i giovani, al contrario, si lanciavano in accuse feroci contro Israele, accusandolo di politiche persecutorie verso i palestinesi e di non volere la pace. Qui sta il bandolo della matassa, perché tra i critici ebrei americani si andava sviluppando un intenso dibattito sul Sionismo, cioè sulle origini stesse del movimento nazionale ebraico, un dibattito che “riecheggiava i precedenti dibattiti sul Sionismo che avvennero prima del 1948”. Ma Waxman non dice che i giovani ebrei americani non conoscevano a fondo che cosa fosse stato il Sionismo e poco sapevano della lotta di Israele per la sua sopravvivenza. Essi vivevano e vivono in grande maggioranza nei campus universitari, dove, con il passare del tempo, la loro posizione era divenuta sempre più difficile, perché oggetto di attacchi antisemitici nascosti dietro il paravento della critica alla politica di Israele. Il “politicamente corretto” che ormai pervade e usura la libertà di pensiero in Occidente aveva nella questione israelo-palestinese il suo punto privilegiato di attacco e i giovani ebrei americani critici della politica di Gerusalemme finirono per intrupparsi nelle file dei sostenitori del pensiero unico su Israele. Sia chiaro: molti di loro accettarono il nuovo inquadramento nelle milizie degli antisionisti per evitare l’esclusione e il disprezzo, ma molti altri ne facevano parte per convinzione, per conformismo o forse per “odio di sé” di antica matrice. In definitiva, si può dire che l’ebraismo americano, in alcuni momenti topici della sua storia, abbia sofferto di una sorta di auto-negazione. Waxman non giunge a questa conclusione, perché la sua analisi resta sulla superficie del fenomeno. Si può dire che gli ebrei americani si siano adeguati alquanto acriticamente alla corrente predominante, rinunciando a esercitare una funzione di analisi critica dell’odierno attacco a Israele e, di conseguenza, appiattendosi passivamente su un ruolo di accompagnamento del pericoloso conformismo sulla questione israelo-palestinese.

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Antonio Donno


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