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Giuliana Iurlano
Antisemitismo Antisionismo
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Come si scrive 'antisemitismo’? 28/02/2021
Come si scrive 'antisemitismo’?
Analisi di Giuliana Iurlano


Antisemitismo. Una storia di oggi e di domani - Deborah E. Lipstadt - Libro  - Luiss University Press - Pensiero libero | IBS
La copertina (Luiss ed.)

Può sembrare una domanda retorica, ma non è così. Lo chiarisce molto bene Deborah E. Lipstadt nel suo volume Antisemitismo. Una storia di oggi e di domani (Roma, LUISS University Press, 2020). Il libro è strutturato in forma originale come un dialogo a tre voci, due delle quali (una studentessa e un collega, docente universitario) sollevano perplessità, dubbi, paure e pongono domande, alle quali l’A. cerca di dare una risposta certamente non banale. Una delle domande poste a Lipstadt dalla studentessa riguarda proprio il modo corretto di scrivere “antisemitismo”: “[…] Come un’unica parola, con l’iniziale maiuscola o minuscola […], e anche con il trattino […]?” (p. 35). A parte la scelta di Lipstadt di scrivere “antisemitismo” con la lettera minuscola – “È il mio piccolo modo […] di avvalorare la tesi di Sartre e di Julius secondo cui l’antisemitismo è una passione illogica, delirante, piena di contraddizioni e di affermazioni assurde. Non merita la dignità di una parola in maiuscolo, cosa che l’inglese riserva ai nomi propri” (p. 37) –, colpisce soprattutto l’argomentazione relativa all’uso del trattino. Come ben si sa, le parole scritte con il trattino indicano, a sinistra, l’opposizione a qualcosa (“anti”) e, a destra, ciò a cui ci si oppone (in questo caso, “semitismo”).

Ora, spiega Lipstadt, opporsi al “semitismo” comporta cadere in tre errori fatali. Innanzitutto, presumere l’esistenza di un “popolo semitico”, che invece non esiste. Infatti, il termine fu coniato nel 1781 da A.L. Schlözer per indicare il gruppo linguistico che accomunava alcune popolazioni mediorientali che si pensava discendessero da Sem, figlio di Noè (Genesi 10, 21-31). In tali lingue (arabo, ebraico, aramaico, amarico, antico accadico e ugaritico) esistevano, infatti, alcune analogie linguistiche, ma ciò non implicava affatto che i parlanti di tali lingue costituissero un popolo, tant’è vero che l’attribuzione successiva, ottocentesca, di un valore etnologico e antropologico al termine non ha mai avuto una reale consistenza. In secondo luogo, scrive Lipstadt, anche ammettendo l’esistenza di un popolo “semitico”, ciò implicherebbe il fatto che i suoi membri non abbiano pregiudizi reciproci, cosa, invece, smentita dalla realtà. Infine, sostenere che essere antisemiti significa essere ostili nei confronti di tutti i popoli “semitici” non fa che ribadire la nota tesi del giornalista tedesco Wilhelm Marr, che, alla fine dell’800, non fece altro che esternare il suo odio per tutti gli ebrei, anche quelli convertitisi al cristianesimo. Il loro vero obiettivo, sosteneva Marr, era quello di danneggiare e distruggere l’identità germanica. Gli ebrei erano e restavano sempre “estranei”, anche se cambiavano religione, perché fondamentalmente incapaci di assimilarsi. Marr fu anche colui che coniò il termine “Antisemitismus”, in una accezione razziale e scientifica, e non solo religiosa. Ecco, allora, il motivo per cui Deborah Lipstadt ha deciso di non usare il trattino: la parola – sia per la sua origine, sia per come è stata usata per centocinquant’anni – non indica ostilità, infatti, verso qualcosa chiamata “semitismo”, ma semplicemente odio per gli ebrei.


Giuliana Iurlano è Professore aggregato di Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università del Salento. Collabora a Informazione Corretta


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