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Giuliana Iurlano
Antisemitismo Antisionismo
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Gli ebrei polacchi e il sionismo prima della Shoah 14/07/2018

Gli ebrei polacchi e il sionismo prima della Shoah
Recensione di Giuliana Iurlano

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Per quanto le pubblicazioni sull’ondata di antisemitismo in Germania, che portò poi ai fatti del 1939, siano ormai assai numerose, il libro di Jehuda Reinharz e Yaacov Shavit, “The Road to September 1939: Polish Jews, Zionists, and the Yishuv on the Eve of World War II” (Waltham, MA, Brandeis University Press, 2018) rappresenta un approccio molto originale alle vicende di quell’anno cruciale, che aprirono la strada alla Shoah. Il nuovo interesse che questo lavoro presenta è legato al fatto che esso capovolge concezioni radicate su un aspetto fondamentale della storia della persecuzione anti-ebraica in Germania e in Polonia. I due autori affermano che sia il movimento sionista, sia l’Yishuv ebraico in Palestina erano al corrente di ciò che stava avvenendo in Germania durante gli anni ’30. Attingendo a una grande quantità di fonti, spesso inedite, i due autori dimostrano che i dirigenti sionisti della più varia posizione politica – Chaim Weizmann, Zeev Jabotinsky, David Ben-Gurion e molti altri di minore importanza – si occuparono continuamente di tutti gli eventi che si stavano mortalmente succedendo nell’Europa centrale e orientale al fine di portare aiuto ai propri fratelli ebrei in pericolo di essere sottoposti a una nuova, terribile ondata di antisemitismo. Ma le risorse che essi possedevano non erano sufficienti per modificare gli eventi che si sarebbero poi abbattuti sul popolo ebraico: “Poteva il movimento sionista – scrivono i due autori – garantire che ‘milioni di ebrei superflui’ fossero in grado di emigrare in Palestina?”. Il centro della più accanita persecuzione fu la Polonia, ma fu proprio sulla sorte degli ebrei polacchi che la Nuova Organizzazione Sionista, fondata da Jabotinsky, prestò la sua attenzione. Nel 1938, il dr. Yohanan Bader, revisionista, preparò un opuscolo di grande importanza, in cui parlava di un piano di evacuazione degli ebrei polacchi verso la Palestina, da mettere in atto in dieci anni, fino al 1948. Un altro revisionista, il dr. Wolfgang von Weisl, invece, disse pubblicamente, sempre agli ebrei polacchi, di fuggire a Parigi. E così molti altri ebrei polacchi, in genere professionisti, esposero le loro idee circa la necessità di fuggire dalla Polonia. Tutto questo prezioso materiale, ed altro, costituisce la base documentaria del libro di Reinharz e Shavit, un’opera –come ho detto – di primaria importanza sulla storia dell’ebraismo europeo alla vigilia della Shoah. Anche i giornali che erano pubblicati nella Palestina ebraica diffondevano notizie sull’imminente scoppio della guerra e sul pericolo che gli ebrei polacchi stavano per correre. Alcuni ebrei hanno lasciato testimonianze di ciò che accadeva durante i viaggi in treno da Parigi a Varsavia. Il dr. Emanuel Ringelblum, noto esponente sionista, scrisse nel suo diario che, al suo arrivo a Varsavia, registrò «manifestazioni di antisemitismo nel paese» (p. XV). Il libro, dunque, è una sorta di diario collettivo, in cui esponenti del sionismo e della borghesia ebraica furono i testimoni diretti degli eventi, per mezzo di lettere, diari e memorie che gli autori hanno rinvenuto, insieme alle notizie riportate dai giornali dell’epoca. A tutto ciò si aggiunsero le conseguenze delle disposizioni del governo inglese che stabilivano forti restrizioni all’immigrazione ebraica in Palestina, argomento su cui il libro si sofferma opportunamente. Nel febbraio 1938, Ben-Gurion tenne una conversazione con l’Alto Commissario inglese sulla Palestina, Sir Harold MacMichael. Ben-Gurion disse che il movimento sionista intendeva “salvare la giovane generazione dell’ebraismo dell’Europa centrale e orientale – ed è possibile. È una questione di due milioni di ebrei”. Con queste parole, Ben-Gurion voleva far breccia sul britannico perché si adoperasse per abolire le restrizioni sull’immigrazione. McMichael rispose che gli ebrei rappresentavano una “questione secondaria”. E così, scrivono Reinharz e Shavit, “gli anni ’30 trovarono gli ebrei europei e quelli dell’Yishuv sui due lati del baratro. […] Dalla fine del 1939 essi vissero in due mondi differenti. […] Una volta scoppiata la guerra, il destino dell’ebraismo europeo fu virtualmente segnato”.


Giuliana Iurlano è Professore aggregato di Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università del Salento. Collabora a Informazione Corretta


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