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Giuliana Iurlano
Antisemitismo Antisionismo
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Gli ebrei e la Grande Guerra 22/03/2018

Gli ebrei e la Grande Guerra
Analisi di Giuliana Iurlano

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La copertina (Belforte ed.)

L’emanazione delle leggi razziali colse di sorpresa gli ebrei italiani, che rimasero attoniti ed increduli di fronte ad un evento per loro veramente inaspettato. Con lo Statuto Albertino del 1848 e con l’Unità d’Italia, essi avevano ottenuto, infatti, i diritti civili e politici. I ghetti erano stati finalmente chiusi e gli ebrei avevano cominciato a sentirsi italiani e a vivere finalmente come tutti gli altri cittadini del regno. Del resto, quella sorta di “patto laico di Abramo stipulato tra israeliti e Casa di Savoia” – come ebbe a scrivere il “Vessillo Israelitico” – aveva fatto sì che gli ebrei italiani partecipassero in prima persona e con grande convinzione alle guerre d’indipendenza e si trovassero poi pronti a partire, molti come volontari, per combattere nella Grande Guerra. Un recente volume di Paolo Orsucci Granata (Moisè va alla guerra. Rabbini militari, soldati ebrei e comunità israelitiche nel primo conflitto mondiale, Livorno, Salomone Belforte & C., 2017, pp. 836) descrive proprio la partecipazione degli ebrei al primo conflitto mondiale, mettendo in risalto anche il processo, certamente non facile, di consapevolezza del far finalmente parte di una comunità, nella quale fino a poco tempo prima erano solo “ospiti” sgraditi. Di questa nuova consapevolezza di italianità gli ebrei sentivano pienamente sia i diritti che i doveri e, tra questi, l’alto senso della difesa della Patria. Quando l’Italia entra in guerra, nelle sinagoghe si accende il dibattito: alle preghiere per la pace pronunciate dal rabbino di Milano fa eco la voce del rabbino di Livorno, che nella guerra vede anche lo strumento che avrebbe distrutto l’antisemitismo stesso. Redenzione (gheullà), liberazione (shichrur) ed emancipazione (‘atzmaut) sono le parole chiave che indicano la tensione e i sentimenti con cui gli ebrei italiani vissero gli eventi della Grande Guerra: redenzione come ebrei, e redenzione dell’Italia ancora austriaca; liberazione come la difesa e la resistenza del popolo ebraico a Masada, ma anche come indipendenza e dignità dell’essere finalmente liberi; emancipazione come uscita dal ghetto, ma anche come affrancamento e riscatto dal nemico austriaco. Ma, proprio come tutti gli altri italiani, gli ebrei avvertono il peso di combattere una guerra che vede i propri correligionari schierati anche sul fronte austriaco; naturalmente, si sollevano voci contrastanti, molte delle quali parlano di uno scontro bellico che non appartiene all’universo ebraico, ma ai goyim. Sono riflessioni, queste sulla “guerra altrui”, che marcano il discrimine tra emancipazione e perdita dell’identità ebraica, un discrimine che si manifesta soprattutto tra i soldati ebrei (che si proclamano “italiani ebrei”) e i rabbini, che si sentono invece “ebrei italiani”. Una frattura, questa, che lo storico Meir Michaelis ha spiegato in questo modo: “Per gli ebrei emancipati non ancora del tutto sicuri della loro uguaglianza e in ansia continua per rafforzarne le basi, il coraggio militare era la risposta più adatta a coloro che identificavano l’ebraismo con la codardia e la slealtà verso la Patria d’adozione”. Nonostante ciò, l’impegno degli ebrei italiani è massimo per quella Patria per la quale hanno già combattuto nell’Ottocento e per la quale vogliono continuare a combattere. Ma anche il fronte interno ebraico sostiene lo sforzo bellico e, soprattutto, le famiglie dei soldati bisognosi. Le Comunità creano una fitta rete di aiuti e di volontariato: vengono raccolti fondi da destinare ai poveri, ai figli dei caduti o ai mutilati di guerra, secondo il principio ebraico della zedakà, che indica un passaggio più alto rispetto alla beneficenza o alla filantropia, in quanto insiste sul riequilibrio della giustizia, sul ripristino dell’equità e sul tentativo di colmare un vuoto fatto di svantaggio e di difficoltà. Ma, come scrive Orsucci Granata, c’è un obiettivo comune all’interno della società ebraica, ed è la percezione della penisola come “I Tal Ya”, “l’isola della rugiada divina”, che richiama le parole di Isacco ad Esaù: “La tua sede sarà in luoghi pingui della terra, resi fertili anche dalla rugiada degli alti cieli” (Genesi, XXVII, 39) e che implica l’impegno ebraico sotto il tricolore italiano per una Patria che sia al contempo politica e spirituale. Insomma, un percorso non facile quello della italianità per gli ebrei, ma un percorso comunque importante, che però si interruppe bruscamente nel 1938, con l’emanazione delle leggi razziali.


Giuliana Iurlano è Professore aggregato di Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università del Salento. Collabora a Informazione Corretta


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