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Giuliana Iurlano
Antisemitismo Antisionismo
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Antisemitismo Usa, da Peter Stuyvesant in poi 27/02/2018

Antisemitismo Usa, da Peter Stuyvesant in poi
Analisi di Giuliana Iurlano

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 Peter Stuyvesant                                                              

Il primo impatto degli ebrei col Nuovo Mondo non avvenne certamente all’insegna dell’immediata accoglienza. Il governatore della colonia olandese di New Amsterdam, Peter Stuyvesant, richiese alla West India Company l’allontanamento del piccolo gruppo sbarcato nel 1624, sulla base del fatto che essi avrebbero potuto essere di peso alla comunità, trattandosi di “una razza ingannatrice, nemici odiosi e bestemmiatori del nome di Cristo”, capaci di “contagiare ulteriormente e di turbare questa nuova colonia”. 
Stuyvesant era noto per la sua avversione anti-ebraica, ma naturalmente il suo non era un caso isolato.Per tutto il XVIII secolo, gli ebrei americani dovettero difendersi spesso da infamanti accuse, come quella del giornalista James Rivington, che, nel 1795, scrisse una prefazione decisamente antisemita al racconto “The Democrat” di Henry James Pye, in cui definiva gli ebrei come la “tribù di Shylock”; sui giornali dell’epoca, le confutazioni al giudizio di Rivington furono immediate. E mentre nei singoli Stati americani gli ebrei lottavano per affermare i loro diritti già riconosciuti a livello federale (come, per esempio, l’esenzione dal giuramento religioso per poter ricoprire un qualunque incarico pubblico), c’era chi, come Penina Moïse, nei primi decenni dell’800, scriveva versi dedicati agli “stranieri perseguitati”, gli ebrei tedeschi vittime delle rivolte antisemite, invitandoli a venire in America dove “il sole d’Occidente avrebbe illuminato il loro futuro”.

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In effetti, le occasioni offerte dal Nuovo Mondo erano veramente tante. Quando si aprì la famosa “corsa all’oro”, per esempio, molti ebrei si recarono in California o in Sierra Nevada, optando, però, per tutta una serie di attività commerciali collegate allo sfruttamento delle miniere, come ampiamente dimostrail grande successo ottenuto da Levi Strauss. 
Ma fu soprattutto alla fine del secolo che gli ebrei americani compresero di non essere immuni dal contagio antisemita europeo. Il grido d’allarme fu lanciato nel 1890 dal rabbino Marcus Jastrow: “Una goccia di veleno, che causa una malattia per sua natura contagiosa, è stata instillata nel sangue delle nazioni occidentali ed è inutile negarlo, il contagio ha raggiunto anche il nostro amato paese; il veleno è stato importato qui ed agisce nel cuore della nostra comunità, distruggendo la pace sociale di cui finora siamo stati giustamente orgogliosi”. 
Qualche anno prima, era stato pubblicato un opuscolo anonimo (il cui autore era un immigrato greco, Telemachus T. Timayenis) dal titolo “The American Jew”, che incitava alla creazione di movimenti antisemiti anche negli Stati Uniti e riproponeva il solito stereotipo dell’ebreo usuraio, padrone della finanza internazionale e, perciò, estremamente pericoloso per il paese. Se la posizione di Timayenis era estremista – come quella di personaggi come Adolf Stoecker ed Hermann Ahlwardt, propensi a dar vita a veri e propri movimenti politico-sociali in America – si affermò, però, anche una versione soft dell’antisemitismo, che si rifaceva allo storico inglese Goldwin Smith, i cui articoli erano pubblicati sulla “North American Review” e su “The Nation”, in cui sosteneva l’eccessiva esagerazione accordata alle violenze dei pogrom in Russia, dovuti spesso al “tribalismo” insito nel giudaismo; la soluzione, a suo dire, stava proprio nella de-nazionalizzazione degli ebrei, costretti così a rinunciare definitivamente al particolarismo che li connotava e ad assimilarsi completamente nella società ospitante. L’età progressista, nei primi anni del ‘900, fu, in un certo senso, quella più “densa” di antisemitismo, proprio perché maggiormente attenta alle condizioni dei lavoratori e delle fasce più deboli della società americana, sfruttate dal capitalismo “gestito” da ebrei usurai e avidi di denaro. Un pregiudizio, questo, che spesso si nascondeva nelle pieghe più recondite dei rapporti sociali, pronto però ad affiorare anche in forme estreme, come nel tragico caso dell’ebreo newyorkese Leo Frank, esponente di spicco e poi presidente della B’nai B’rith della Georgia, che ricopriva il ruolo di dirigente in un’azienda di matite. Nel 1913, fu accusato dello stupro e dell’omicidio di una tredicenne che lavorava nella fabbrica e, nonostante le prove a suo carico fossero solo indiziarie, venne condannato a morte. A seguito di una campagna per la riapertura del processo, il governatore John M. Slaton commutò la sua pena nell’ergastolo. Il 16 agosto 1915, Frank venne rapito nel carcere in cui si trovava e impiccato a Marietta (Georgia), la città natale della bambina uccisa, da un gruppo di uomini decisi a vendicarne la morte. 
Sul “caso Frank” – da alcuni considerato una sorta di “affaire Dreyfus” statunitense – vennero a confluire una serie di variabili che, intrecciandosi l’una con l’altra, portarono a quello che fu considerato un “omicidio giudiziale”, prima, e, poi, un atto di giustizia sommaria alla stregua di quelli del Ku Klux Klan.
In questo caso, però, le parti si erano rovesciate: Frank era stato condannato a seguito delle accuse mossegli probabilmente dal vero assassino, James “Jim” Consley, un netturbino nero pregiudicato e spesso alcolizzato, ma sia la Corte penale sia molti intellettuali e buona parte della gente comune videro nell’ebreo Frank l’emblema del capitalismo yankee, sfruttatore del lavoro minorile e, come tutti i suoi “correligionari”, un essere profondamente “lascivo”, pronto a tramare nell’ombra per approfittarsi di una donna cristiana.


Giuliana Iurlano è Professore aggregato di Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università del Salento. Collabora a Informazione Corretta



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