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Giuliana Iurlano
Antisemitismo Antisionismo
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La nuova 'zona grigia' 13/12/2017

La nuova 'zona grigia'
Commento di Giuliana Iurlano

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Esiste, ancora oggi, la “zona grigia” di cui Primo Levi ha parlato ne I sommersi e i salvati? Può questa categoria leviana essere ancora attuale nel nuovo millennio? Può essa “adattarsi” a leggere e interpretare il modo in cui la “nuova” società occidentale e globale si pone rispetto all’ebraismo e alla Shoah? La risposta è sicuramente positiva: esiste ancora la “zona grigia”, ma il suo obiettivo è cambiato, col cambiamento proteiforme del pregiudizio antiebraico, e oggi ha come target Israele, lo Stato ebraico. Dopo il “balbettio della parola” e il “silenzio di Dio” che ha tormentato un’intera generazione di sopravvissuti alla Shoah, ora le parole sono diventate tante, in alcuni casi troppe.

La Shoah ha generato, giustamente, emozioni forti; le visite ad Auschwitz sono continue; i “treni della memoria” ripercorrono i binari carichi di scolaresche e di persone che vogliono “vedere” e “capire”. Ma all’emozione forte segue poi la riflessione? Agli occhi lucidi nell’ascoltare gli ultimi superstiti (i bambini di allora) fa riscontro l’intelletto e la voglia di conoscere davvero? No. La domanda classica che viene fuori è: “Perché oggi Israele si comporta con i palestinesi come i nazisti con gli ebrei”? Qual è il significato di un tale interrogativo? Il primo e più eclatante elemento che emerge è che la pietà cristiana verso i sei milioni di morti ha funzionato, ma ha funzionato talmente bene che ha incluso una sorta di “perdono” retroattivo e senza eccezioni. Quel “Mai più” srotolato in tutte le salse e in tutte le piazze ha un suono stridente e un sapore amaro, quando segue alla nota equiparazione tra Israele e i carnefici hitleriani, quando ci si sofferma sulla constatazione che l’ebreo morto e “gassato” va bene a tutti, ma l’ebreo vivo, che difende anche in armi il suo Stato, quello no, non è “consentito”. Perché l’ebreo dev’essere per forza “vittima” per essere accettato. E questo i palestinesi lo sanno bene, tanto da essersi accaparrati il ruolo di “vittime” del Leviatano ebraico. La nuova “zona grigia” è quella di chi non vuol vedere la riproposizione di un vecchio stereotipo adattato ai tempi moderni, è quella di chi sostiene la formazione di nuovi Stati richiesti da popoli che si sentono nazioni e però non accetta la legittimità di un unico Stato sovrano, quello di Israele.

La nuova “zona grigia” è quella di chi si nasconde dietro le malfunzionanti organizzazioni internazionali e le usa in modo arbitrario e sperequativo: la politica onusiana e quella europea sono estremamente parziali, votate a pareri, risoluzioni, decisioni, alzate di scudi solo contro Israele; l’Unesco lavora per cancellare la memoria storica ebraica dalla sua terra d’origine, mentre Gerusalemme è l’unica capitale non riconosciuta diplomaticamente dagli altri paesi. La nuova “zona grigia” è quella che fa sentire di essere nel giusto a tutti coloro che si nutrono di facili slogans, di frasi fatte e di posizioni nette e già tracciate, che non ammettono popperianamente alcuna confutazione e che sono paradossalmente “chiare ed evidenti di per sé”. Ecco, la nuova “zona grigia” è quell’abisso sfumato che vede sempre in Israele il “nemico” storico, la causa di tutti i mancati accordi di pace in Medio Oriente, l’aguzzino di un popolo “inerme” e un paese “colonialista”. Ed ecco, allora, che il nuovo antisemitismo si trasforma in antisionismo – ma il sionismo è stato il movimento nazionale ebraico ottocentesco, alla pari di tanti altri movimenti europei e mondiali – e in anti-israelismo. Lo stereotipo continua a funzionare, modificandosi o arricchendosi di nuovi attributi, adatti al nuovo millennio. La “Giornata della Memoria” deve restare certamente, ma non deve fermarsi al solo ricordo della Shoah: deve comprendere anche la conoscenza dei meccanismi del pregiudizio antiebraico e dei suoi prodotti peculiari stereotipati, ma soprattutto deve lavorare con le nuove generazioni affinché la realtà dello Stato di Israele sia accolta per quello che veramente è: l’unica democrazia reale in Medio Oriente.


Giuliana Iurlano è Professore aggregato di Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università del Salento. Collabora a Informazione Corretta


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90 


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