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Giuliana Iurlano
Antisemitismo Antisionismo
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L’internazionalizzazione del terrorismo palestinese 15/11/2017
L’internazionalizzazione del terrorismo palestinese
Analisi di Giuliana Iurlano

La Guerra dei Sei Giorni, che segnò una schiacciante e fulminea vittoria israeliana sui paesi arabi vicini, non costituì soltanto uno spartiacque di ars militaris, ma anche un processo di evoluzione del terrorismo mediorientale, che, dai primi dirottamenti aerei del luglio 1968, raggiunse il suo culmine con l’eccidio degli atleti israeliani durante le Olimpiadi di Monaco del settembre 1972. Dopo il ’67, infatti, si verificò, da parte del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp), un significativo slittamento di obiettivi e un allargamento di prospettiva, che, da regionale, divenne internazionale, proiettando su uno scenario di dimensioni più vaste l’incandescente questione palestinese. “I primi dirottamenti aerei – sostenne Zhedi Labib Terzi, osservatore capo dell’Olp presso le Nazioni Unite – destarono la coscienza del mondo e risvegliarono l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica internazionale molto più, e in modo più efficace, che vent’anni di perorazioni presso le Nazioni Unite”.

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Lo shift tattico-strategico, frutto di un “calcolo raffinato” – come quello descritto da George Habash a Oriana Fallaci nel 1970 e portato avanti da Yasser Arafat con la sua insistenza su una “Palestina araba e libera” – non fu immediatamente percepito dall’amministrazione americana come un serio pericolo per l’intero equilibrio internazionale, tanto che Nixon si ostinò per molto tempo a vedere nei dirottamenti aerei solo un rischio per il trasporto aereo civile, e non una strategia di lotta finalizzata a destabilizzare gli equilibri regionali e a creare un forte impatto psicologico sull’opinione pubblica internazionale. I principali target del terrorismo palestinese erano soprattutto la Giordania (da quando aveva accettato il piano Rogers e cominciato a contrastare in tutti i modi le azioni terroristiche, che spesso partivano dai suoi territori), gli Stati Uniti e, naturalmente, Israele, costretto – in cambio della liberazione dei suoi cittadini tenuti in ostaggio e a rischio di morte – a liberare un cospicuo numero di fedayeen o di militari siriani rinchiusi nelle prigioni israeliane.

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Proprio alla luce dell’atteggiamento dell’opinione pubblica mondiale – mossa a compassione non per le vittime del terrorismo, ma per la “disperazione” dei dirottatori, pronti a tutto pur di far conoscere la realtà della questione palestinese – lo stesso Habash avrebbe chiarito bene il concetto di base: “Quando dirottiamo un aereo, otteniamo un risultato superiore rispetto all’uccisione di cento israeliani in battaglia”. E ancora: “I dirottamenti e le operazioni di sequestro di passeggeri civili devono essere interpretate in una prospettiva più ampia rispetto alle amare esperienze individuali dei singoli passeggeri ed effettivamente la nostra valutazione fu che tali operazioni avevano reso il mondo consapevole della sofferenza del nostro popolo”. Soltanto dopo che, nell’entourage statunitense, si giunse a considerare il fenomeno degli hijackings come un vero e proprio pericolo per la pace e la sicurezza internazionali e a volerlo contrastare con un’azione multilaterale, i dirottamenti gradualmente diminuirono. Nei palestinesi – persuasi che l’opinione pubblica fosse la “carta vincente” di una politica che, dalla “rivoluzione armata” e dalla “strategia a fasi”, era passata alla teorizzazione esplicita del “Jekyll-and-Hyde politics’ game” arafattiano – era ormai sopraggiunta la determinazione di dover alzare ulteriormente il tiro.

“Settembre Nero”, una filiazione diretta di Fatah, internazionalizzò sempre di più le azioni terroristiche, questa volta usando “in diretta” il palcoscenico mondiale olimpico, per far sì che l’opinione pubblica di tutto il mondo si interrogasse sulle ragioni di un tale gesto di “violenta disperazione”. Nonostante la presa di coscienza americana e l’accorata vicinanza di tutto il mondo ad Israele, i giochi olimpici proseguirono comunque, e ciò fu la prova lampante che tutte le azioni terroristiche più eclatanti, compiute in nome di una causa apparentemente giusta, non facevano altro che radicarsi nell’humus atavico dell’odio antisemita e intrecciarsi con l’antico rifiuto arabo per l’esistenza dello Stato ebraico.


Giuliana Iurlano è Professore aggregato di Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università del Salento


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