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Giuliana Iurlano
Antisemitismo Antisionismo
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Il trattato elvetico-statunitense del 1850 06/10/2017
Il trattato elvetico-statunitense del 1850
Analisi di Giuliana Iurlano

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Un ebreo ortodosso in America nell'Ottocento

Da quando i primi ebrei erano approdati in America nel 1654, il loro impegno nella società coloniale, prima, e in quella statunitense, poi, era cresciuto di pari passo con il sorgere di sempre nuove comunità e con una sempre maggiore integrazione nel contesto della realtà del Nuovo Mondo. Nonostante fossero solo un piccolo gruppo, poco importante sul piano economico e ancora poco influente su quello politico, gli ebrei americani furono comunque dei “pionieri” perché esplorarono le implicazioni del vivere liberi in una terra accogliente, che permetteva loro di acculturarsi, di assimilarsi e, soprattutto, di poter godere della piena cittadinanza della giovane repubblica americana, che avevano contribuito a creare. Nel corso dell’Ottocento, vi furono alcuni momenti in cui l’unità del movimento – internamente molto diviso – sembrò veramente a portata di mano, in particolare di fronte alla necessità di operare una pressione politica sul governo statunitense affinché si adoperasse per adottare quella che poi, sul finire del secolo, sarebbe stata la “diplomazia umanitaria”, vero e proprio antecedente della tematica dei diritti umani nelle relazioni internazionali.

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Pionieri ebrei in America a metà Ottocento

Il casus belli, per così dire, fu dato dal trattato commerciale elvetico-statunitense del 1850, che costituì anche l’occasione per un’embrionale forma organizzativa del movimento ebraico-americano. Si trattò di un caso politicamente complesso perché, nell’accesa discussione che ne derivò nell’opinione pubblica americana – e che riguardò anche i non ebrei –, si andarono ad intrecciare, al filone principale discriminatorio anti-ebraico, problematiche relative al rapporto tra gli Stati e il governo federale. Lo stesso presidente americano Millard Fillmore, quando inviò al Senato degli Stati Uniti la proposta di convenzione tra i due Stati, aveva espresso delle fondate obiezioni sull’ultima clausola dell’art. I, che così recitava: “Tenuto conto del tenore della Costituzione federale della Svizzera, i cristiani soltanto sono legittimati a godere dei privilegi garantiti dal presente articolo nei cantoni svizzeri. Ma ai suddetti cantoni non è proibito di estendere i medesimi privilegi ai cittadini degli Stati Uniti di altre confessioni religiose”.

Fillmore evidenziò con estrema chiarezza che il governo americano non avrebbe mai potuto stabilire delle distinzioni tra i suoi cittadini fondate su differenze religiose e quando, nel giugno del 1852, i due cantoni di Basilea espulsero alcuni ebrei americani, si formarono ovunque dei comitati di protesta. In realtà, il caso si complicò ulteriormente, perché al problema del trattamento dei cittadini di fede ebraica in paesi stranieri sulla base delle norme dei trattati internazionali s’aggiunse quello della struttura federale stessa dei due paesi contraenti. A parere dei teorici della supremazia degli Stati, il governo federale svizzero non avrebbe potuto in alcun modo interferire con eventuali provvedimenti antiebraici emanati dai suoi cantoni, allo stesso modo in cui il governo federale americano non avrebbe potuto farlo con il diritto degli Stati del Sud di mantenere al proprio interno l’istituzione della schiavitù.

Nonostante le proteste del movimento ebraico americano, al quale si unirono anche numerosi e influenti leader cristiani, il trattato commerciale venne ratificato il 6 novembre 1855 dal presidente Franklin Pierce ed entrò in vigore tre giorni dopo, con un alquanto labile accenno al principio di reciprocità, limitato però dalle eventuali decisioni statali e cantonali. Le proteste e i meeting ebraico-cristiani in favore della revoca del trattato proseguirono anche a Ginevra, ma le cose andarono molto a rilento, con dei brevi interludi di ripresa della questione durante la presidenza Lincoln, informata dalla Confederazione elvetica che, a giustificazione della clausola incriminata del trattato, vi era la stessa teoria della sovranità degli Stati sostenuta dalla Carolina del Sud, che non riconosceva alcun diritto ai neri liberati. Si dovette aspettare la fine della Guerra Civile e la sconfitta della Confederazione per giungere, quanto meno sul piano dei principi, ad una soluzione della controversia, nel momento in cui, nel 1866, un referendum sugli articoli discriminatori della Costituzione svizzera portò ad una parziale vittoria rispetto ai diritti degli ebrei, i quali poterono effettivamente beneficiare della norma soltanto a partire dal 1874.


Giuliana Iurlano è Professore aggregato di Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università del Salento


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