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Giuliana Iurlano
Antisemitismo Antisionismo
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Comunismo e Nazismo: il caso di Margarete Buber-Neumann 26/09/2017
Comunismo e Nazismo: il caso di Margarete Buber-Neumann
Commento di Giuliana Iurlano

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Margarete Buber-Neumann

La storia di Margarete Thüring (1901-1989) – giovane comunista tedesca di nascita, moglie di Rafael Buber, figlio del filosofo ebreo Martin Buber (da cui ebbe due figlie, con le quali si trasferì in Palestina), e poi compagna di Heinz Neumann, dirigente del partito comunista tedesco, emigrato, dopo l’ascesa di Hitler, a Mosca, dove verrà arrestato con l’accusa di essere un nemico del popolo e senza che se sappia mai più la sorte – è tragicamente emblematica, per il fatto che ella ha potuto sperimentare in prima persona la reale natura sia del gulag, sia del lager, mettendo a confronto i due sistemi concentrazionari in tempi in cui vigeva ancora il tabù sulle reali condizioni di vita nell’Unione Sovietica. Margarete viene condannata a cinque anni di lavori forzati da scontare a Karaganda, in Kazakistan e, poi, dopo il patto Ribbentrop-Molotov, riconsegnata ai nazisti e da loro internata a Ravensbrück fino alla fine della guerra. Sulla sua esperienza pubblicherà a Stoccolma, nel 1948, il volume Prigioniera di Stalin e Hitler, presto tradotto in molte lingue, ma non in italiano (la casa editrice Il Mulino lo pubblicherà soltanto nel 1994).

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La copertina (Il Mulino ed.)

L’esperienza di Margarete Buber-Neumann, tra l’altro, non finisce qui, perché – trasferitasi a Francoforte con il nuovo marito, il giornalista Helmut Faust, dove fonda e dirige la rivista «Aktion» – sarà una delle principali testimoni a favore di Kravchenko a Parigi nel 1949 e nel processo Rousset l’anno successivo sull’esistenza dei gulag sovietici. Un personaggio “scomodo”, insomma, ridotto per anni se non al silenzio, quanto meno ad un ruolo marginale nella ricostruzione della memoria storica collettiva. Ma la storia di Margarete è anche una metafora, che riguarda non soltanto i dissidenti politici all’interno del regime sovietico, ma soprattutto il percorso inedito dell’antisemitismo nell’Europa orientale, un antisemitismo gridato al mondo durante i pogrom zaristi e poi letteralmente “sotterrato” dall’ideologia rivoluzionaria marxista, che – eliminando qualunque differenza ed esaltando l’eguaglianza come obiettivo della società e dell’“uomo nuovo” che in essa avrebbe vissuto felice – nascondeva sotto la categoria della “classe” qualunque rigurgito antigiudaico e antisemita del passato. Gli ebrei dell’Europa orientale, insomma, finirono per vivere una doppia illusione: quella dell’assimilazione, come per i loro correligionari centro-europei, e quella della società senza classi e dell’eguaglianza assoluta di tutti. Il marxismo – anch’esso di matrice ebraica – avrebbe dovuto costituire l’antidoto definitivo al pregiudizio e alla persecuzione atavica, liberando non solo il popolo ebraico, ma tutti i popoli della terra dalle catene della schiavitù in cui il capitalismo li aveva ridotti.

La storia ci insegna che ciò non avvenne e gli ebrei sovietici, per la maggior parte convinti comunisti, si resero ben presto conto che l’antisemitismo non era affatto scomparso con la “società nuova”, senza classi e senza proprietà privata. Quando, nel 1952, verranno segretamente processati e giustiziati tredici membri del Comitato Ebraico Antifascista – per la maggior parte poeti e scrittori di lingua yiddish, “una lingua che ha permesso al popolo di cantare e di piangere”, come disse ai giudici Peretz D. Markish – e quando, l’anno successivo, scoppierà il caso del “complotto dei medici ebrei”, montato ad arte dalla “Pravda” e conclusosi solo per la morte di Stalin, gli ebrei sovietici avrebbero cominciato a rendersi conto che l’antisemitismo in Russia non aveva mai smesso di esistere. Non sarebbero bastate le parole di Krushev nel 1956 a favore della destalinizzazione a chiudere la partita anti-ebraica. L’antisemitismo si era già trasformato, in URSS, in antisionismo, nonostante l’approvazione sovietica della nascita dello Stato ebraico nel 1948: un paese che voleva annullare tutte le nazionalità, sovietizzando i popoli fratelli, non avrebbe mai potuto accettare veramente l’esito del nazionalismo ebraico, che, da un certo momento in poi, sarebbe andato ad intrecciarsi strettamente con la politica estera sovietica della Guerra Fredda. La nascita della categoria dei “refuseniks”, dopo la guerra dei 1967, e la negazione o il rilascio dei visti di uscita agli ebrei sovietici è emblematica di come la “questione ebraica” fosse stata trasformata in strumento di contrapposizione politico-ideologica tra le superpotenze.


Giuliana Iurlano è Professore aggregato di Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università del Salento


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