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Angelo Pezzana
Israele/Analisi
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Berlino: un museo ebraico molto poco ebraico
Riprendiamo da SHALOM febbraio/marzo 2019, a pag.17, con il titolo "Germania: un museo ebraico molto poco ebraico" il commento di Angelo Pezzana.


Angelo Pezzana

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Il Museo Ebraico di Berlino

La notizia ha dell’incredibile, soprattutto perché non ha trovato ospitalità sui media europei: Israele ha chiesto alla Cancelliera Angela Merkel di non finanziare più il Museo Ebraico di Berlino. Inaugurato nel 2001 e poi ampliato da Daniel Libeskind nel 2012, è uno dei luoghi più significativi dal punto di vista storico della capitale tedesca. Che qualcosa non andasse nel verso giusto nella sua organizzazione si poteva già prevedere quando a celebrarne l’apertura venne chiamato Daniel Barenboim, una scelta che già allora fece discutere. Come hanno dato origine a polemiche gli inviti a personalità del mondo ebraico la cui attività si svolge in gran parte nella delegittimazione dello Stato, come quella della sociologa americana e militante Lgbt Judith Butler, è lei che ha inventato il termine “pinkwashing” per accusare Israele di ‘ripulire’ la propria politica ‘coloniale’ nei confronti dei palestinesi dandosi una immagine inventata di ‘paese all’avanguardia dei diritti Lgbt’. Una attività diffamatoria che ancora oggi influenza i movimenti Lgbt a livello internazionale. Il Museo ebraico di Berlino organizzò una sua conferenza con la partecipazione di più di 500 invitati.

La notizia ha dell’incredibile, soprattutto perché non ha trovato ospitalità sui media europei: Israele ha chiesto alla Cancelliera Angela Merkel di non finanziare più il Museo Ebraico di Berlino. Inaugurato nel 2001 e poi ampliato da Daniel Libeskind nel 2012, è uno dei luoghi più significativi dal punto di vista storico della capitale tedesca. Che qualcosa non andasse nel verso giusto nella sua organizzazione si poteva già prevedere quando a celebrarne l’apertura venne chiamato Daniel Barenboim, una scelta che già allora fece discutere. Come hanno dato origine a polemiche gli inviti a personalità del mondo ebraico la cui attività si svolge in gran parte nella delegittimazione dello Stato, come quella della sociologa americana e militante Lgbt Judith Butler, è lei che ha inventato il termine “pinkwashing” per accusare Israele di ‘ripulire’ la propria politica ‘coloniale’ nei confronti dei palestinesi dandosi una immagine inventata di ‘paese all’avanguardia dei diritti Lgbt’. Una attività diffamatoria che ancora oggi influenza i movimenti Lgbt a livello internazionale. Il Museo ebraico di Berlino organizzò una sua conferenza con la partecipazione di più di 500 invitati.

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La goccia che ha fatto traboccare il classico vaso e che ha visto l’intervento del governo israeliano è stata una mostra su Gerusalemme che prevedeva la sola prospettiva musulmana della capitale. Non fu l’ambasciata israeliana a Berlino a inviare la richiesta, partì invece dal governo, perchè conteneva altre richieste a Merkel, di non finanziare più altre organizzazioni che operavano contro Israele, tra le quali la Fondazione Heinrich Boll, Ong che diffamano l’esercito israeliano e difendono il terrorismo. Dal Museo ebraico alle richieste ad Angela Merkel sono usciti articoli sui media israeliani, Haaretz e Yediot Haaronot per esempio, quindi non si tratta di pettegolezzi o rumors politici di dubbia provenienza. Avrebbero dovuto aprire un dibattito sulla reale attività che alcune parti del mondo ebraico, sicuramente minoritarie ma esistenti e bene accolte e diffuse da quell’opinione pubblica che non aspetta altro che di poter dire “ ecco, lo dicono gli stessi ebrei”. Invece no, silenzio assoluto. E poi ci si chiede come sia stata possibile la diffusione del boicottaggio contro Israele in Europa e negli Usa, con quella sigla BDS che per molti anni è stata sottostimata e che finalmente oggi viene giudicata per quello che rappresenta.

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