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Angelo Pezzana
Israele/Analisi
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L’antisemitismo di cinque ragazzi ‘normali’: di chi la responsabilità? 22/02/2015
 L’antisemitismo di cinque ragazzi ‘normali’: di chi la responsabilità?
Commento di Angelo Pezzana


La devastazione al cimitero di Sarre-Union

Sarre-Union è la cittadina francese del Basso Reno dove la notte del 12 febbraio scorso 5 ragazzi dai 15 ai 17 anni hanno trascorso la notte nel locale cimitero ebraico, devastando almeno 250 tombe, distruggendone le lapidi, con brutalità tale da non essere paragonabile con altre dissacrazioni simili, purtroppo frequenti in Francia.

Di ebrei a Sarre-Union - 3000 abitanti - ne vivono ormai solo più tre. Nel XVIII secolo la comunità ebraica era formata da 400 famiglie, questo spiega l’importanza storica del cimitero. I media italiani hanno dato un rilievo modesto a questo atto, accennando persino alla possibilità di classificarlo come un atto di teppismo, sia per la giovane età degli esecutori, tutti ragazzi “normali”, come li hanno definiti.

Uno di loro, evidentemente consigliato dalla famiglia, dopo che i giornali avevano dato la notizia, si era recato volontariamente al commissariato per raccontare che nessuno di loro era antisemita, tutti e cinque frequentavano il liceo e detestavano il fascismo. Si dà il caso che mentre distruggevano le lapidi (250! per tutta la notte) una ad una, facevano il saluto nazista, sputavano sui simboli ebraici e gridavano – così ha raccontato il giovane - “sporchi ebrei, razza schifosa, heil Hitler, sieg heil!“, un repertorio che non lascia dubbi su quale cultura abbia annebbiato le loro menti. Distrutte anche le lapidi che ricordavano gli ebrei sterminati nella Shoah.

Ma ciò che stupisce, è che un atto così grave abbia potuto dare origine alla sola possibilità che fosse stato interpretato come un atto di teppismo. E qui veniamo alla strage di Parigi, quando soltanto in un secondo momento la strage all’Hyper Casher è stata descritta per quello che era, la volontà di uccidere ebrei motivata dall’antisemitismo. Anche per quegli assassini era stata dato per possibile che gli esecutori fossero dei “lupi solitari”, che sparavano nel mucchio, senza un piano preciso. La strage a Charlie Hebdo non poteva avere altra interpretazione, e così è stato detto e scritto subito e chiaramente, sterminando la redazione del settimanale l’obiettivo era l’attacco alla libertà di stampa, a uno dei valori determinanti di ogni stato democratico.

Con l’Hìyper Casher, la cronaca è stata invece cauta, più interessata a capire chi erano gli attentatori che non le vittime. Soprattutto si è sottovalutato il movente, quando era più che lampante. Se non bastava, c’era il progetto della strage il giorno prima a una vicina scuola ebraica, fallito solo per caso. Anche lì, la parola antisemitismo è arrivata con grande ritardo, come se l’Hyper Casher fosse stato un supermercato qualunque. E’ questa dunque l’ Europa che ha avuto la faccia tosta di criticare la presenza di Netanyahu al grande corteo di solidarietà con le vittime dei massacri; giusto urlare “Je suis Charlie Hebdo”, ma lo stesso impegno doveva produrre un “Je suis Juif”con uguale intensità e diffusione. Cosa che non è stata. Ora abbiamo i cinque ragazzi che hanno selvaggiamente devastato un cimitero ebraico con una violenza mai registrata prima, che si difendono dicendo che non sapevano che fosse un cimitero ebraico. Non hanno precedenti con la giustizia, rischiano una condanna a sette anni. Non crediamo debba essere questa la loro sorte, ne uscirebbero ancora più incattiviti da un odio del quale hanno solo una parte di responsabilità.

La parte più significativa l’hanno le famiglie e le istituzioni scolastiche, è loro la colpa di avere allevato dei potenziali criminali, ignoranti fino al punto di dichiararsi antifascisti gridando Heil Hitler. Vanno rieducati, loro e i co-responsabili, così come tanta parte dell’informazione malata che non si rende conto quanto l’odio diffuso quotidianamente contro Israele, e la sottovalutazione della vera natura del terrorismo, dia come risultato quanto è accaduto a Sarre-Union. E a Parigi.


Angelo Pezzana


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