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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Unorthodox: il coraggio di Esty 10/04/2020
Unorthodox: il coraggio di Esty
Commento di Giovanni Quer

Unorthodox e l'incapacità di guardare “oltre” – UGEI

La serie TV “Unorthodox” racconta la storia di Esty, una ragazza nata nella comunità hassidica Satmar a New York, che dopo il matrimonio lascia il marito per raggiungere la madre a Berlino, dove vuole intraprendere gli studi di musica. I quattro episodi hanno messo in pellicola il libro di Deborah Feldman, uscita dalla comunità Satmar per stabilirsi a Berlino. Esty ha 18 anni quando sposa Yanky, dopo averlo incontrato poche volte. Al primo incontro lo aveva avvertito (in yiddish): “‘kh bin anders” (sono diversa) e Yanky si era entusiasmato, pur non aspettandosi che quella diversità le avrebbe reso impossibile una vita hassidica. La comunità Satmar è tra le più importanti negli Stati Uniti, fondata a inizio del XX secolo da Rav Yoel Teitelbaum (in quella che oggi è Satu Mare, in Romania e allora era Ungheria), e conosciuta per l’intransigente anti-sionismo e le rigorose norme sociali che preservano abbigliamento distintivo, modestia e isolamento. Stabilitasi negli Stati Uniti dopo la Shoah, la comunità Satmar è prevalentemente costituita da sopravvissuti, e tra i principi sociali più importanti c’è la maternità. “Stiamo cercando si ricostruire i sei milioni, quelli morti nella Shoah” dice Esty a una persona che incontra a Berlino, dove ha raggiunto la madre, che aveva lasciato la comunità qualche hanno dopo la sua nascita. L’ombra della Shoah è presente in diversi temi: la nonna sopravvissuta che piange la famiglia perduta, il rapporto con Berlino della seconda e terza generazione dei sopravvissuti, e la memoria dei giovani tedeschi. La storia di Esty a Berlino si intervalla con il passato più lontano e più recente tra i hassidim a New York. Esty si sente costantemente soffocata: da bambina prende lezioni di piano in segreto, poi tenta di vivere la vita che la aspetta, piange quando le radono i capelli dopo il matrimonio, volendo esser felice, vuole essere una brava moglie con un marito insicuro e una suocera imponente, è sopraffatta dalla pressione di mettere al mondo un bambino. Esty è diversa e in un atto di estremo coraggio fugge, abbandonando l’unica vita che conosce, per assaporare la sua voglia di esser libera. In una scena emozionante, Esty si immerge in acqua, ancora vestita con calze gonne e camicione: togliendosi la parrucca si abbandona a quella libertà che è il solo richiamo della musica. Le emozioni della nuova vita a Berlino, dove Esty conosce un gruppo di studenti del conservatorio, non sono né accusa né critica alla vita hassidica. Una sua nuova amica le chiede perché è scappata, e lei risponde “detto così mi sembrava di vivere che in una prigione” e di nuovo incalzata dalle domande risponde semplicemente che non era tagliata per quella vita, i cui lati positivi sono però ben raccontati. La gioia dei rituali, il calore della famiglia, la solidarietà hanno un prezzo che alcuni non riescono a pagare: stare alle regole, camminare su un sentiero prescritto senza deviare mai. Il marito Yanky non capisce, prima vuole il divorzio, poi va a Berlino in missione per riportare Esty a casa, accompagnato dal cugino, altra figura travagliata che aveva abbandonato la comunità, invischiandosi in loschi giri. Il rabbino li ha mandati a riprendersi una giovane ragazza smarrita, con la genuina preoccupazione che la sua anima sia in pericolo e che possa smarrirsi per sempre. L’eccellente direzione ha ricostituito in maniera fedele sia il vestiario sia i riti. Gli shtreymel, i grandi cappelli di pelliccia che gli uomini indossano nei giorni di festa, i lunghi caftani, e i cernecchi che scendono lungo i lati della testa. I turbanti e le parrucche con un piccolo cappellino che indossano le donne. In una scena si intravede una cucina tappezzata di carta argentata per Pesach, in un altra le gioiose danze durante il matrimonio. Tutti parlano yiddish, inframezzato a inglese americano. Esty sorride quando sente parlare tedesco riconoscendo molte parole dallo yiddish, mentre la madre vuole parlare solo inglese, Senza lasciarsi andare all’apologetica critica anti-hassidica, di moda tra i liberal, Unorthodox racconta la storia di una ragazza introversa e mite che ha una sola passione nella vita, la musica, che la aiuta ad abbandonare una vita di oppressione in una comunità che non odia e per cui non ha rancore, abbracciando una nuova vita di cui nulla conosce. La figura minuta e dolce dell’attrice, Shira Haas, israeliana, ha conquistato la regista del film, così come Amit Rahav, suo marito nel film, anche israeliano, perduto tra la certezza del suo mondo comunitario e l’amore per la moglie, come Jeff Wilbusch, che interpreta il cugino Moshe, ed è l’unico madrelingua yiddish del cast. Le scene tra Yanky e Esty sono tra le più emozionanti e difficili, compresa l’estasi di Yanky dopo aver consumato il matrimonio e la rassegnazione di Esty che ne ha solo sofferto, la pacifica malinconia di Esty dopo l’abbandono della comunità e la disperazione di Yanky che non sa cosa fare di quel “‘kh bin anders” (sono diversa). Un film targato Netflix, in edizione italiana ben curata.


Giovanni Quer (1983), direttore del Centro Kantor per lo studio dell'Ebraismo Europeo Contemporaneo e dell'antisemitismo, Università di Tel Aviv.

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