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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Aramei, Assiri, Caldei: siamo cristiani ma non siamo arabi 05/01/2020
Aramei, Assiri, Caldei: siamo cristiani ma non siamo arabi
Analisi di Giovanni Quer

Risultati immagini per ish/Gush Halav
Il villaggio di Jish

Nel 2014, l’allora Ministro degli Interni Gideon Sa’ar ha introdotto una nuova categoria nazionale tra i gruppi riconosciuti: gli aramei, che si affianca alla categoria della comunità religiosa cristiana. Nello stesso anno, il primo bambino cristiano è stato registrato come arameo. Da allora, circa duecento persone hanno cambiato la loro denominazione nazionale da “arabo cristiano” a “arameo cristiano”. Chi sono gli aramei israeliani e perché non vogliono chiamarsi arabi? L’identità nel Medio Oriente è definita dal connubio di religione e nazionalità. I gruppi religiosi-nazionali si sono codificati nell’Impero Ottomano, che ha dato autonomia a determinati gruppi nella gestione degli affari interni della comunità. In questa compagine amministrativa e culturale, i cristiani erano riconosciuti come gruppi distinti secondo le diverse denominazioni ecclesiastiche che comportavano anche una determinazione identitaria culturale e nazionale. I cristiani erano divisi in diversi gruppi: gli ortodossi erano anche greci, soggetti all’autorità religiosa e amministrativa del Patriarcato Greco-Ortodosso; i cattolici erano anche latini, soggetti all’autorità del Patriarcato Latino; i caldei, gli assiri e i maroniti erano gruppi distinti, soggetti all’autorità di un Patriarcato Ortodosso acefalo o soggetti all’autorità del Vaticano. Questi tre gruppi però hanno mantenuto un’identità nazionale e culturale distinta: la lingua di queste comunità è l’aramaico, mantenuto vivo tra Iraq, Turchia, Siria fino ad oggi. Nell’area dell’attuale Libano, Israele e Cisgiordania, il movimento nazionale arabo ha ridefinito l’identità delle comunità cristiane, introducendo dalla seconda metà del XIX secolo l’idea di “popolo arabo” che doveva includere cristiani e musulmani in un’identificazione nazionale e culturale a-religiosa. La progressiva arabizzazione delle comunità cristiane ha ridotto l’aramaico a fenomeno marginale e ha prodotto un gruppo nazionale che si definisce “arabo-cristiano”. Il processo di arabizzazione non ha avuto successo in Siria e in Iraq, dove le comunità cristiane mantengono ancora un’identità nazionale e culturale distinta nonostante le politiche di assimilazione culturale dei regimi di Assad e Saddam Hussein. In Iraq in particolare, le comunità cristiane stanno vivendo negli ultimi anni una rinascita culturale-nazionale nell’area del Kurdistan iracheno. Assiri, aramei, caldei: diverse denominazioni di un gruppo che si ritiene popolo indigeno, discendente dei babilonesi e degli assiri, e mantiene l’uso della lingua aramaica e ha creato una rete nazionale di organizzazioni culturali-nazionali tra Medio Oriente, Stati Uniti, Canada e Europa. Tra gli anni ’70 e ’90, i tre gruppi hanno adottato anche tre diverse bandiere per consolidare una simbologia nazionale condivisa e operano per mantenere viva la memoria del genocidio assiro, perpetrato negli anni del genocidio armeno e greco e chiamato in aramaico “sefo” o “qatla de‘ama siria”. La rinascita nazionale assira-aramea si concretizza in diverse reti culturali che hanno reintrodotto lo studio della lingua aramaica tra le comunità della diaspora e supporto ai cristiani perseguitati del Medio Oriente. Anche in Israele ci sono cristiani che stanno recuperando l’identità pre-araba. All'infuori della comunità caldea che si è stanziata a Gerusalemme dopo il genocidio assiro dalla Turchia del sud e che ha mantenuto un’identità nazionale sempre distinta, gli altri cristiani si sono per la maggior parte considerati “arabi di religione cristiana”. La “Bildung araba-cristiana”, coltivata dagli intellettuali cristiani ampiamente secolarizzati che hanno fondato il giornalismo arabo e infuso nuova linfa all’uso letterario dell’arabo, si è presto disciolta con l’avanzare dell’Islam politico. I nuovi stati arabi si sono definiti sin dalla loro fondazione come arabi-islamici, riconoscendo un posto anche ai cristiani, benché secondario. Il Libano, che doveva essere “l’île chrétienne” nel Medio Oriente islamico, ha dimostrato, con le violenze settarie della guerra civile, che il connubio arabo-cristiano era ormai finito. Il risveglio dell’Islam politico dopo la rivoluzione di Khomeini ha infuso nuovo spirito nella progressiva islamizzazione dell’identità araba. Benché sia un argomento poco discusso e spesso rinnegato dagli stessi cristiani, la Seconda Intifada ha conosciuto un aspetto anche di violenza anti-cristiana all’interno della comunità palestinese. La guerra in Siria e in Iraq, con le violenze di massa contro le comunità cristiane, hanno rafforzato il sentimento di non appartenenza che andava crescendo tra molti cristiani nel Vicino Oriente. Dalla fine degli anni ’90, la domanda che i cristiani vanno ponendosi in Israele era: cosa sarà di noi? Prevalentemente arabizzati, i cristiani si sono a lungo identificati con la causa palestinese, con un ambiguo rapporto verso Israele. Negli anni ’70 e ’80 per effetto della guerra in Libano e della collaborazione tra l’Esercito del Sud del Libano e Israele, alcuni cristiani israeliani hanno deciso di arruolarsi nell’IDF (Israel Defence Force) e di integrarsi nella società israeliana. Negli anni ’90, influenzati dai movimenti assiri e aramei internazionali, alcuni gruppi hanno reintrodotto lo studio dell’aramaico. Tali iniziative erano spesso locali, prevalentemente tra le comunità della Galilea, e personali. Il grande cambiamento è avvenuto nel 2012, anno in cui alcuni leader spirituali e comunali delle comunità cristiane si sono riuniti a Nazareth per discutere di una nuova agenda politica verso lo Stato di Israele e il sionismo. Nel giro di pochi mesi sono stati fondati il Forum per l’Arruolamento dei Cristiani, guidato da Padre Grabiel Nadaf, greco-ortodosso e l’Associazione degli Aramei Israeliani, guidata da Shadi Khaloul. I due sono le figure principali che hanno mobilitato i cristiani a iniziato il cambiamento. Il Ministero della Difesa ha predisposto un college pre-arruolamento per cristiani ed ebrei insieme, dove i giovani diplomati possono studiare e prepararsi per il servizio militare insieme. Nel 2014, il Ministero dell’Interno ha riconosciuto il gruppo nazionale arameo; nel 2015 il Ministero dell’Educazione ha introdotto alcune parti del programma di educazione civica sugli aramei. Le reazioni tra la comunità araba sono andate ben oltre la mera condanna: campagne denigratorie, minacce, attivismo su reti sociali. Nel 2015, un ragazzo in congedo temporaneo dall’esercito è stato preso a botte a Nazareth mentre rientrava a casa in divisa. Altri leader religiosi delle Chiese cristiane hanno tentato di fermare quella che è percepita come una “deriva sionista”. Nello stesso periodo Padre Grabiel Nadaf è stato coinvolto in uno scandalo con accuse di molestie sessuali a giovani, accuse dalle quali è stato completamente assolto. La campagna denigratoria lo ha fatto ritirare a vita privata e il Forum per l’Arruolamento ha cessato di esistere come associazione. Dopo qualche anno di calma, le divisioni della comunità cristiana si sono accentuate quando un gruppo di famiglie cristiane del villaggio di Jish/Gush Halav ha deciso di mandare i figli ad una scuola ebraica nel vicino kibbutz Sasa, ma l’amministrazione distrettuale non metteva a disposizione il trasporto degli alunni. Le famiglie hanno fatto causa nel 2017 e la Corte Suprema ha deciso, nel settembre 2019, che in virtù del diritto a un’educazione conforme agli standard e ai principi in cui ogni nucleo famigliare si rispecchia, il distretto fornire il trasporto degli alunni. Anche se l’attività politica-pubblica delle associazioni degli aramei è diminuita, continua invece l’attività sociale, con più intense relazioni con i gruppi della diaspora assira per lo sviluppo dell’identità nazionale e la rinascita dell’aramaico. Ci sono altri cristiani che non si ritengono arabi, che vogliono integrarsi nella società israeliana, compreso il servizio militare, ma non si identificano nella comunità aramea. Quello che può sembrare un relativo fenomeno locale fa invece parte dei cambiamenti regionali che sta attraversando il Medio Oriente, e in particolare dalle rivoluzioni chiamate “primavera araba”: ridefinizione delle relazioni tra popoli e governanti, delle identità nazionali e culturali, così come dei poteri egemonici.

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Giovanni Quer (1983), direttore del Centro Kantor per lo studio dell'Ebraismo Europeo Contemporaneo e dell'antisemitismo, Università di Tel Aviv.

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