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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Una nuova Primavera Araba? 25/10/2019
Una nuova Primavera Araba?
Analisi di Giovanni Quer

A destra: Abdel Fattah Al Sisi

A settembre in Egitto, da mesi in Iraq e Algeria, ora in Libano: le nuove proteste popolari nel mondo arabo esprimono la frustrazione soprattutto dei giovani verso i regimi, la depressione economica, la corruzione, la mancanza di prospettive. Si tratta veramente di una nuova Primavera Araba? Se Libano e Iraq hanno un comune oggetto di protesta, che nessuno osa dire ad alta voce, cioè l’Iran, l’Egitto e l’Algeria sono un caso diverso. Come nel 2011, le reti sociali giocano un ruolo fondamentale nella mobilizzazione delle masse, ma la Primavera del 2011 è ancora lontana. In Egitto le proteste sono iniziate con un video di un costruttore egiziano ora residente in Spagna, in cui sosteneva di aver lavorato alla costruzione di ville per il Presidente al-Sissi pagate con fondi pubblici. Poi un altro video, di un rappresentante dei gruppi tribali del Sinai, in cui accusa al-Sisi di collusione con i gruppi criminali nella penisola e di profitti dai contrabbandi con Gaza. Le proteste organizzate in varie città egiziane sono finite tra scontri con le forze di sicurezza, arresti e censure delle reti sociali. I Fratelli Musulmani, che aspettano un’altra occasione per prendere il potere, non hanno fatto a tempo a sfruttare le proteste, pur continuando la loro campagna contro al-Sisi. In Algeria, le proteste sono iniziate già in febbraio, contro il Presidente e il Primo Ministero e l’establishment il cui controllo delle risorse naturali alimenta clientelismo e corruzione. Lo slogan delle proteste, che hanno visto un ruolo molto importante delle donne, è “che se ne vadano tutti”. I pochi episodi di violenza e la partecipazione di massa ha fatto dimettere il presidente, ma non il resto dell’establishment. Nuove elezioni sono state promesse, e i gruppi salafiti, sempre presenti in Algeria, non hanno per ora avuto un ruolo attivo. La voce popolare che chiede ai politici di andarsene è la stessa che si sente a Beirut e in altre città del Libano, anche al Sud del Paese.

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“Killen ya'ni killen” urlano e scrivono i dimostranti, “tutti, cioè a dire, tutti!”. Quel “tutti” in Libano vuol dire molte cose, e si riferisce anche a Nasrallah, a Hezbollah e ai suoi capi a Teheran. Le proteste sono scoppiate quando il governo ha annunciato di voler introdurre una tassa sulle chiamate telefoniche attraverso WhatsApp, utilizzato in alternativa al comune sistema telefonico. La tassa su WhatsApp non è che la goccia che ha fatto traboccare il vaso (o la paglia che ha rotto la schiena del cammello, come si dice da quelle parti). Le proteste arrivano per altri motivi una situazione politica di stallo, il soffocante settarismo, un’economia sull’orlo del tracollo, il debito pubblico alle stelle, disoccupazione giovanile ecc. Nessuno osa dirlo ad alta voce, ma tutti sanno che Hezbollah è responsabile di molti dei problemi politici ed economici del Libano. Non a caso Nasrallah si è espresso contro le proteste. In Iraq l’ultima ondata di proteste del mese di ottobre ha molto in comune con il Libano: il sistema politico settario, l’instabilità politica e l’ingerenza iraniana si sommano all’assenza dei servizi minimi. L’anno scorso una serie di proteste nella città di Bassora avevano messo sotto pressione il governo, che ha attuato minime riforme. Ma alla gente non basta. Dopo la sconfitta dell’ISIS, la gente vuole elettricità, acqua corrente e lavoro. In meno di un mese di proteste ci sono già 100 morti e migliaia di feriti. In più, le voci anti-iraniane si fanno più forti anche tra gli sciiti sostenuti dalle Guardie della Rivoluzione. I pericoli di una rivoluzione si sono visti già nel 2011. Non si sa mai come potrà andare a finire un cambio di governo. Le proteste in Libano e in Iraq fanno preoccupare l’Iran, sempre meno popolare, ma in Paesi in cui le divisioni identitarie sono alla base del sistema politico, anche le proteste economiche possono portare a un conflitto settario. La richiesta pressante di riforme mette in pericolo la stabilità degli attuali governi, ma un cambio di regime non viene mai senza pericoli. Le proteste sono ampiamente popolari, senza leader né organizzazione politica. Si può quindi pensare all’enorme potenziale di unità sociale: membri di diverse sette e gruppi etno-religiosi si uniscono per protestare sulla base di interessi comuni. Ma quando si crea un vuoto di governo, emergono di solito organizzazioni ben strutturate, con una base ideologica e con supporto di una specifica setta, magari con una milizia alle spalle. Di qui il pericolo che sia il Libano sia l’Iraq si trascinino in conflitti settari, e che l’Egitto e l’Algeria siano conquistati dagli islamisti. Non sorprenderebbe sentire una teoria cospirazionista secondo cui sarebbe Israele a fomentare le proteste per indebolire il mondo arabo - una propaganda che potrebbero usare gli attuali governi per garantirsi un minimo di prossima stabilità canalizzando la rabbia popolare contro il nemico comune, il “regime sionista”. Le proteste del 2011 insegnano però che la propaganda anti-israeliana non è sufficiente per mantenere il potere, e che l’odio anti-israeliano non è più forte della volontà di un lavoro, di avere acqua corrente, elettricità, cibo, medicine, e coltivare speranze per il futuro. Anche se non è una situazione come nel 2011, è chiaro che il modello di regimi autocratici stabili, ampiamente nazionalisti, non è più attuabile, nemmeno come alternativa all’estremismo islamico. Forse emergerà un nuovo modello alternativo ai due, con cui Israele dovrà convivere.

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Giovanni Quer (1983), direttore del Centro Kantor per lo studio dell'Ebraismo Europeo Contemporaneo e dell'antisemitismo, Università di Tel Aviv.


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