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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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IC7 - Il commento di Giovanni Quer: Hamas/Anp/Arabi israeliani: situazione e prospettive 07/10/2019
IC7 - Il commento di Giovanni Quer
Dal 30 settembre al 5 ottobre 2019

Hamas/Anp/Arabi israeliani: situazione e prospettive

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Terroristi di Hamas

La settimana è iniziata con un triplice omicidio nel villaggio di Majd el-Krum: due fratelli e un altro ragazzo sono morti in una rissa con armi da fuoco e coltelli. I morti in conseguenza di violenze domestiche, omicidi d’onore, risse, lotte fra clan e gruppi criminali sono da gennaio 70. Già da qualche mese la violenza nelle comunità arabe è diventata un argomento di dominio pubblico, e questa settimana ha causato proteste nelle giornate di giovedì e venerdì. Il Ministro della Sicurezza Pubblica Gilad Erdan ha promesso nuove misure per combattere l’aumento delle violenze, suggerendo anche la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza. Politici e commentatori sono unanimi nel considerare il problema di livello nazionale. A loro si unisce anche il presidente della Lista Araba Unita Aiman Udeh che chiede ai cittadini ebrei di unirsi alle proteste. Altri vedono la questione invece con tinte politiche: i capi delle comunità arabe coinvolte dagli episodi di criminalità, alcuni parlamentari arabi e altri leader considerano il problema come un risvolto del disinteresse delle autorità israeliane verso le comunità arabe. La stampa palestinese estremizza tale posizione: Amir Helmi Ghoul, in un articolo pubblicato su al-Hayat al-Jadida, accusa le autorità israeliane di dividere il pubblico arabo e di diffondere droga e armi: le autorità israeliane coopterebbero arabi collaborazionisti per uccidere altri arabi nel perseguimento di un piano di pulizia etnica. Anche se estremista, la teoria della “complicità delle autorità israeliane” è diffusa. Il problema nasce da una larga autonomia di cui godono le comunità arabe, che negli anni non hanno accettato la presenza delle forze di polizia israeliane, mentre lo Stato si è affidato alla leadership locale, che non riesce oggi a gestire i cambiamenti e la pressione sociale. Il segnale è positivo proprio perché viene dall’interno delle comunità arabe: gli omicidi d’onore, la violenza diffusa, la criminalità organizzata sono realtà cui il pubblico arabo si ribella portando la questione a livello nazionale - anche se con le solite accuse contro l’establishment sionista. Il programma di reclutamento delle minoranze all’interno della polizia, che risale ad almeno trent’anni fa, aveva proprio lo scopo di creare un gruppo di polizia che fosse benaccetto agli occhi delle comunità arabe, ai cui leader lo Stato si rivolge chiedendo collaborazione. Quella cui si assiste è una crisi della struttura tradizionale che si poggia sulla leadership delle grandi comunità e le rivolte sono il positivo risvolto di anni di integrazione. Per affrontare il problema sarà necessario il coraggio politico di abbandonare la propaganda antisionista e di collaborare con le istituzioni. La domanda che ci si deve porre è quanto siano disposte le élite di potere locale ad accettare il cambiamento e il controllo da parte di forze dell’ordine di uni Stato ancora considerato da molti estraneo e nemico. Nel clima politico di instabilità, continuano i lanci di missili da Gaza - due missili lanciati ieri e caduti in prossimità al confine - e le proteste del venerdì, con un morto palestinese questa settimana. Mentre le proteste della cosiddetta “Marcia del Ritorno” continuano e così gli sporadici lanci di missili, per mantenere la pressione su Israele, Hamas si prepara all’era post-Abbas. Dopo il discorso di Abu Mazen all’ONU, in cui si è parlato di elezioni, Hamas adotta un linguaggio che punta a un futuro di dominio politico. Il portavoce dell’organizzazione terroristica, Hazem Qassem, ha emesso un comunicato giovedì 3 ottobre in cui si rivolge all’Autorità Palestinese, dichiarando che “Hamas prende sul serio il riferimento alle elezioni” per un futuro di unità nazionale che “rispecchi la volontà del popolo palestinese”. Lo scenario di Hamas al dominio anche della West Bank è ovviamente da evitare, ma non c’è una leadership in Fatah o nelle altre fazioni dell’OLP che veda in questo fine una comunanza di interessi con Israele. Al contrario, l’ostilità anti-normalizzazione ha fatto avvicinare le fazioni palestinesi a Hamas, perlomeno nella visione politica, per cui una futura leadership (che sia o meno in rivalità con Hamas) sarà meno favorevole alla collaborazione con Israele. Abu Mazen, per garantirsi un minimo di stabilità, minaccia anche di recente di interrompere gli accordi di sicurezza con Israele, il che significherebbe un’ondata terroristica pari a quella della 'seconda Intifada'.

D’altra parte però ha accettato il trasferimento mensile delle tasse che Israele raccoglie (170 milioni di dollari) meno la quota destinata alle famiglie dei terroristi (12 milioni di dollari). Negli ultimi mesi Abu Mazen aveva rinunciato interamente al trasferimento dei fondi per non sottostare a diktat israeliani, ma la crisi economica, dovuta anche ai tagli di fondi USA, non ha lasciato opzioni. Le cellule terroristiche in Giudea e Samaria sono più attive: secondo le statistiche dello Shabak (i servizi di sicurezza generale), il numero di attentati (sventati e portati a termine) negli ultimi due mesi in Giudea e Samaria è maggiore rispetto alla minaccia proveniente da Gaza ed è aumentato di quasi il 100%. Questa settimana è stato depositato l’atto di accusa contro cinque palestinesi per l’assassinio a coltellate di Dvir Sorek l’8 agosto. I cinque sarebbero legati a Hamas, uno dei quali è stato anche accusato di un altro attentato per accoltellamento risalente al 2011, mentre anche la moglie di un altro membro della cellula sarebbe stata accusata di favoreggiamento. Non solo Hamas è attiva nell’ondata di attentati. Quale parte di un’escalation generale, anche il Fronte Popolare ha ripreso ad operare con modalità terroristiche: quattro palestinesi della zona di Ramallah sono stati arrestati per l’attentato del 23 agosto in cui è stata uccisa Rinat Shnerb. Uno dei quattro, Samer Arbid, è ricoverato per lesioni attribuite agli interrogatori delle forze di sicurezza, per cui è stata aperta un’indagine. Arik Berbing, comandante della regione Samaria e Giudea dello Shabak ha precisato in un’intervista che misure speciali sono, in casi eccezionali, necessarie quando vi è il sospetto di un prossimo imminente attacco. Berbing ha anche aggiunto che grazie alle misure di prevenzione gli attacchi sono diminuiti, ma quelli che sono portati a termine alle volte richiedono misure “speciali” e risposta immediata. Tra gli attacchi sventati questa settimana, anche un esplosivo posizionato vicino a una base militare israeliana è stato detonato. Hamas si sente più sicura anche grazie alla politica iraniana, che continua a rispondere alle sanzioni americane mostrando più forza e coraggio. L’intervista di Qassem Suleimani di questa settimana non è che l’ennesimo messaggio del regime di Teheran ai propri nemici. Anche il caso della giornalista russa sospettata di “spionaggio in favore di Israele” e prossimamente rilasciata per l’intervento della Russia, è un altro segnale che il regime manda a Gerusalemme. Le nuove proteste in Iraq possono offrire un’opportunità all’Iran di aumentare il proprio controllo sullo stato martoriato da guerra, violenza settaria e dalla barbarie dello Stato Islamico. Le proteste sono iniziate cinque giorni fa a Baghdad e si sono estese al sud, prevalentemente sciita, per le condizioni di povertà, pessime infrastrutture sanitarie e corruzione. Anche se sembrano movimenti di massa causati da disperazione e aiutati dalle reti sociali, l’Iran può sfruttare il caos per dominare il Paese - o perlomeno la parte a maggioranza sciita- dove le milizie pro-iraniane sono già presenti. La situazione a Baghdad si è aggiunta alle proteste egiziane, ma è ancora troppo presto per parlare di una nuova “Primavera Araba”.

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Benny Gantz, Benjamin Netanyahu

Infine, la politica interna israeliana. Il Presidente Rivlin richiede un governo di unità nazionale, richiedendo in sostanza ai due vincitori, Netanyahu e Gantz, di formare insieme un governo. Il Likud ha adottato una strategia di successo, che ha puntato a indebolire il partito di Gantz e Lapid: i politici del Likud hanno iniziato una campagna contro Lapid, accusandolo di essere l’ostacolo alla formazione di un governo congiunto. Lapid ha questa settimana rinunciato alla rotazione con Gantz: in questo modo la personalità considerata più “forte” si è fatta da parte e il Likud si sente più sicuro. Netanyahu, prossimo allo stato di accusa per corruzione, vuole quanto prima arrivare alla formazione di governo per avere l’immunità , dicono in molti, mentre paventava l’ipotesi di primarie nel Likud, poi invece ritirate. Il sentore è che la sua figura si sia indebolita anche all’interno del Likud, che per ora non ha un successore chiaro (alcuni parlano di Gideon Sa’ar, dell’ala liberale del partito). Gli alleati di Netanyahu si sono divisi: la settimana prossima, il partito Yamina di Ayelet Shaked, si romperà nelle due fazioni che lo hanno composto: la Nuova Destra e Casa Ebraica. La strategia dei due gruppi di entrare in Parlamento è riuscita ad assicurare alle diverse fazioni della destra religiosa una buona rappresentanza parlamentare, ma le divisioni interne continua a frammentare il gruppo che un po’ appoggiava un po’ faceva da rivale a Netanyahu. La scelta di Ayelet Shaked come leader, apparentemente non ufficiale, perché Bennet rimarrebbe a capo del gruppo contrariamente a quanto annunciato pubblicamente secondo un articolo di Times of Israel, è servita ad attrarre più voti anche tra i meno oltranzisti, secondo alcuni commentatori, mentre le divisioni interne non garantirebbero un futuro alla formazione politica. Netanyahu avrebbe 55 seggi con i partiti di destra e i partiti ortodossi, ma Rivlin fa appello alla leadership e chiede un accordo.


Giovanni Quer (1983), direttore del Centro Kantor per lo studio dell'Ebraismo Europeo Contemporaneo e dell'antisemitismo, Università di Tel Aviv.

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