martedi` 22 ottobre 2019
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE
Segui la rubrica dei lettori?
Clicca qui per condividere
l'articolo sui Social Networks

Bookmark and Share
vai alla pagina facebook
vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

L'Isis non c'entra niente con l'islam? Un video per capire (con sottotitoli in italiano)


Clicca qui





Hai già visitato il sito SILICON WADI?


Clicca qui






 
Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
<< torna all'indice della rubrica
Israele e il mondo arabo: qualcosa sta cambiando? 28/09/2019
Israele e il mondo arabo: qualcosa sta cambiando?
Analisi di Giovanni Quer


Risultati immagini per israel and arab sunni world

L’espansionismo militare iraniano e la minaccia jihadista hanno negli ultimi dieci anni fatto avvicinare Israele e molti Stati arabi per una comunanza di interessi radicati in una comune visione di sicurezza e stabilità politica. Gli esempi di cooperazione economica, come nel caso della Giordania e degli Emirati, hanno anche suscitato l’interesse di altri stati della regione nello sviluppo di relazioni a beneficio economico. Infine, alcune iniziative culturali e sociali, seppur timide, stanno rompendo il grande tabù su Israele. La questione sta nell’analizzare quali sono le condizioni che hanno portato alla situazione attuale per poter quindi valutare se tale avvicinamento crea delle reali opportunità per una futura normalizzazione delle relazioni tra Israele e mondo arabo. In questo senso si può immaginare, proprio guardando la cartina geografica, l’Iran che sovrasta il mondo arabo spingendo verso Israele. Questa corsa però si ferma nella West Bank a a Gaza. In altre parole, la questione palestinese e lo status di al-Aqsa rimangono tra gli ostacoli principali nella via alla normalizzazione. La minaccia iraniana e l'ISIS hanno coalizzato i Paesi arabi che si sono riuniti nella rinnovata alleanza con gli USA di Trump. L’amministrazione Obama, nel tentativo di stabilizzare il Medio Oriente dopo il caos dell’invasione irachena, ha attuato politiche che hanno avuto come conseguenza l’avanzata iraniana e quello che pareva esser il riconoscimento del primo governo dei Fratelli Musulmani in Egitto. L’Egitto di Morsi aveva riaperto il dialogo con l'Iran e si era avvicinato alla Turchia di Erdoğan, con mire islamiste. Parallelamente, la risposta del neo-fondamentalismo sunnita alla crescente influenza sciita è stata la creazione dello Stato Islamico, organizzazione terroristica che ha messo in subbuglio per anni l’intera regione. Due eventi hanno fermato questo corso della storia: l’elezione di Trump, con una diversa politica nella regione, e soprattutto la decisione di al-Sissi di deporre Morsi. Abdel Fatah al-Sissi era Ministro della Difesa sotto Morsi, religioso e nominato da un presidente dei Fratelli Musulmani, ma ha scelto, per patriottismo, di cambiare la storia e salvare il Paese. La rinnovata alleanza vede Egitto, Arabia Saudita e Stati Uniti coalizzati contro la minaccia iraniana, in un patto suggellato il 22 maggio 2017 all’inaugurazione del Centro di Monitoraggio dell’Estremismo aperto a Riyadh. Di questa coalizione fanno parte anche gli altri Paesi arabi tradizionalmente alleati degli Stati Uniti (anche chiamati “moderati”, in una definizione fuorviante). Come si sono avvicinati a Israele?Due di questi Paesi, Egitto e Giordania, già riconoscono Israele, benché non ci sia piena normalizzazione. L’Egitto ha firmato un trattato di pace con Israele nel 1978, e i due Stati mantengono rapporti di sicurezza molto intensi. Il ritiro da Gaza di Israele ha costretto l’Egitto ad assumere un ruolo più importante nel controllo del confine (14 km pieni di problemi). Nel 2014 è stato nuovamente l’Egitto che si è fatto mediatore tra Hamas e Israele e così continua fino ad oggi a mediare le tregue. Questo ruolo gli è riconosciuto anche da Hamas, nonostante al-Sissi abbia attuato politiche di dura repressione dell’organizzazione terroristica, compresi i bombardamenti di tunnel al confine. L’apertura quasi costante del passaggio di Rafiah da gennaio 2018 ha migliorato la reputazione dell’Egitto a Gaza, tanto che il leader di Hamas Haniyeh ha ordinato ai suoi di non perdere posizione sulle attuali manifestazioni anti-regime. Gli interessi di Egitto e Israele si sono rafforzati quando nel 2011 il Sinai è divenuto area di libera attività di cellule jihadiste, in particolare il gruppo salafita jihadista Ansar al-Quds, i sostenitori di al-Quds. Lo stesso gruppo, responsabile di molti attentati alle forze egiziane, a obiettivi cristiani e contro Israele, nel 2014 ha giurato fedeltà allo Stato Islamico. Israele ed Egitto hanno trovato nuovi accordi di sicurezza permettendo la presenza di un maggior numero di truppe militari egiziane nel Sinai - diversamente da quanto previsto dal trattato di pace. Maggiori truppe al confine egiziano garantiscono un migliore controllo del territorio, ma possono anche essere una minaccia dovesse l’Egitto cambiare regime. Lo stesso tipo di cooperazione ha permesso a Giordania e Israele, che hanno un accordo dal 1994, di gestire un più lungo confine con una certa tranquillità. Nel caso della Giordania, la cooperazione economica si è sviluppata soprattutto nelle Qualified Industrial Zones, sedi di cooperazione industriale israelo-giordana i cui prodotti possono esser venduti a regime fiscale favoreggiato negli Stati Uniti. I due Paesi escono da un clima di tensioni diplomatiche dovute agli eventi sulla Spianata delle Moschee/Monte del Tempio, di cui il Re di Giordania è custode. In particolare è la Moschea di al-Aqsa che è centrale nel linguaggio politico islamista e la sua liberazione (dall’usurpatore sionista) è l’oggetto della propaganda di diversi gruppi che si mobilitano contro Israele. Le tensioni con Israele sono anche alla base della pressione interna sui governanti hashemiti, in particolare da gruppi palestinesi e dai Fratelli Musulmani. L’anno scorso la Giordania non ha rinnovato l’affitto di alcune terre al confine con Israele, che erano rimaste in uso agli israeliani da trattato di pace. Quest’anno il parlamento ha chiesto al Re di interrompere tutti i rapporti con Israele. Tali segnali denotano un clima sociale e politico ben lontano dalle condizioni che potrebbero portare alla normalizzazione. Gli altri stati confinanti con Israele, cioè Libano e Siria, devono esser considerati nel contesto iraniano. L’Iran ha creato un corridoio che da Beirut porta a Teheran passando per Damasco e Baghdad. Con riguardo alla Siria, Israele ha da sempre detto che avrebbe impedito il radicamento delle milizie iraniane (per lo più milizie costituite da combattenti sciiti di origine afghana e pakistana che trovano rifugio in Iran, oltre che Hezbollah) sul Golan. Se si guarda però ai bombardamenti, parte dei quali attribuiti a Israele, su campi militari, depositi armi e fabbriche di armi iraniani, si vede che il radicamento militare segue proprio quel corridoio che da Teheran porta al Mediterraneo. Alcuni segnali di crisi vengono dall’Iraq, dove il gruppo sciita che fa capo a Moqtada al-Sadr, tradizionalmente pro-iraniano, ha criticato la presenza iraniana troppo pressante su territorio iracheno. Altro tipo di crisi è invece quella che ha colpito Hezbollah libanese, il modello iraniano di gruppo alleato che è sia partito, sia movimento sociale, sia milizia paramilitare: il movimento islamico sciita in Libano sta cercando donazioni. Le sanzioni americane hanno duramente colpito l’Iran e le Guardie della Rivoluzione, i cui rubinetti gocciolano finanziamenti non sufficienti a mantenere la galassia di alleati che dal Libano fino all’Africa occidentale e al Venezuela, garantiscono a all’Iran un’ampia rete di interessi e introiti. Le provocazioni di Hezbollah, sia interne al Libano, dove tutti, compresi gli antichi nemici, devono farei conti con il partito sciita per poter fare un governo, sia esterne, con gli attacchi al confine israeliano, rischiano di trascinare il Paese dei cedri in un’altra guerra civile, e Israele in un conflitto armato da cui il Libano uscirebbe devastato. Ma Hezbollah ha un’ampia rete di ammiratori che vanno aldilà della cerchia sciita e comprendono intellettuali, artisti e studenti anche laici e appartenenti ad altri gruppi confessionali, che vedono nell’organizzazione sciita un movimento di resistenza capace di difendere la patria contro il nemico sionista. In Libano l’anti-normalizzazione è legge, che proibisce la pubblicazione di materiali stampa e audiovisivi che promuovano la vicinanza o il dialogo con il “nemico sionista”. Le relazioni economiche che Israele ha stabilito di recente con alcuni Paesi del Golfo e la visita storica in Oman di Netanyahu sono altri elementi a sostegno della tesi di un avvicinamento che porterà alla normalizzazione. In più, attraverso gruppi della società civile, ci sono rapporti con il Marocco, che è stato il Paese che ha pur ispirato la fondazione dell’Organizzazione della Conferenza Islamica in risposta all’incendio di al-Aqsa nel 1969. In altri Paesi sono gli intellettuali a intraprendere un avvicinamento culturale verso Israele. In Iraq la letteratura israeliana è molto apprezzata, in particolare degli autori di origine irachena. Il caso della scrittrice israeliana Tzionit Fattal-Kuperwasser è l’esempio più lampante: il libro sulla storia della sua famiglia è stato tradotto in arabo diventando un grande successo che ha portato a contatti tra intellettuali israeliani e iracheni sulle reti sociali. Anche alcuni artisti iraniani in diaspora dimostrano interesse verso Israele con collaborazioni con artisti israeliani. Mahmud Sa’ud, blogger saudita, si è recato di in visita in Israele ed è stato insultato dai palestinesi perché si prestava a parlare al nemico. Molti altri blogger nell’area esprimono un punto di vista diverso su Israele e soprattutto sulla storia ebraica. In alcuni casi sono proprio i blogger a sfidare una certa convinzione negazionista diffusa nel mondo arabo (o la Shoah non è esistita o è volutamente esagerata dai sionisti). In Giordania ed Egitto Israele ha anche istituti culturali che svolgono un compito difficile ed importante. Nonostante l’ottimismo che ogni notizia di collaborazione infonde, bisogna essere realisti. Il punto di vista ottimista spera in una progressiva intensificazione delle relazioni con gli Stati arabi che porterà alla normalizzazione e poi alla soluzione, quale essa sarà, della causa palestinese. I governi arabi vedono invece la questione al contrario: un dialogo politico, ammesso che possa esserci, sarà possibile solo dopo la soluzione del problema. Nel caso della Giordania, per esempio, la creazione di uno Stato palestinese è una questione di sicurezza nazionale, ché non vuole finire per essere la patria sostitutiva dei palestinesi (il progetto era molto in voga negli anni ’90). Ma quale accordo sarà mai possibile con i palestinesi? Finché Gaza rimane sotto Hamas, non sarà possibile alcun accordo. Hamas è un’organizzazione terroristica che è radicata in una dottrina politico-teologica per cui la distruzione di Israele è un obiettivo primario. Quindi non ci sono trattati di pace possibili se non accordi di tregua in una costante guerra religiosa contro il “nemico sionista” per la liberazione di al-Quds (Gerusalemme in arabo) e al-Aqsa. Anche le manifestazioni organizzate sotto il nome di “Marcia del Ritorno” sono state pianificate in questo spirito: la liberazione della Palestina dalle mani dell’occupante sionista. Se Hamas non dovesse più governare Gaza, per un qualsiasi motivo, non si sa chi sarebbe a sostituirlo. A Gaza operano altre organizzazioni islamiste e jihadiste che sono anche meno disposte ad un’eventuale tregua con Israele. Il futuro non è dei più rosei nemmeno nella West Bank, dove l’Autorità Palestinese ha perso consensi perché considerata troppo debole verso Israele e collaborazionista perché continua i rapporti tra gli apparati di sicurezza. Chi verrà dopo il ra’is di oggi? Abu Mazen è a capo di Autorità Palestinese, OLP e Fatah e per ora non c’è consenso su un leader che possa essere a capo delle tre istituzioni. Una certa popolarità si è confermata attorno alla figura di Marwan Barghouti, condannato per terrorismo e in carcere in Israele. Le campagne per la sua liberazione coinvolgono anche ONG internazionali e gruppi politici (prevalentemente della sinistra radicale) che vorrebbero dipingerlo come il “Mandela palestinese”. Altri leader nascenti in Cisgiordania potranno essere un’alternativa per il “dopo-Abu Mazen”. Chiunque sia il suo successore dovrà però avere una linea politica molto più dura per garantirsi un certo consenso popolare che si è ora spostato verso Hamas. Il pubblico palestinese critica l’Autorità Palestinese di aver fallito, chiede il congelamento dei rapporti con Israele, richiede una politica più intransigente, che può significare un ritorno alla violenza come nell’era Arafat. Se un accordo con i palestinesi è improbabile, le prospettive di normalizzazione sono di conseguenza ancor minori. Un realismo ottimista può far sperare che le relazioni economiche e culturali potranno intensificarsi tanto da far contenere la violenza palestinese in futuro. Altro scenario è invece un possibile allentamento di questi rapporti dovesse esserci un nuovo conflitto armato coi palestinesi, com’è successo già con le relazioni stabilite negli anni ’90 che si sono poi interrotte con l’inizio dell’Intifada al-Aqsa.

Immagine correlata
Giovanni Quer (1983), direttore del Centro Kantor per lo studio dell'Ebraismo Europeo Contemporaneo e dell'antisemitismo, Università di Tel Aviv.

Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui
www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT