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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Il Monte del Tempio e il ruolo della Giordania 21/08/2019
Il Monte del Tempio e il ruolo della Giordania
Analisi di Giovanni Quer

A destra: le violenze di arabi palestinesi sul Monte del Tempio

In seguito agli scontri di domenica 10 agosto, quando la giornata ebraica di Tisha’ BeAv cadeva lo stesso giorno della festività islamica di Eid al-Adha, il governo giordano ha convocato l’ambasciatore israeliano, condannando quelle che sono percepite come violazioni dello status quo e del diritto internazionale da parte di Israele. Dall’accordo di pace raggiunto nel 1994, il Regno Hashemite di Giordania è il Custode di Al-Aqsa e della Cupola della Roccia, così come dei luoghi santi cristiani a Gerusalemme. Ieri il parlamento giordano ha adottato una dichiarazione con 17 proposte riguardanti Gerusalemme, pubblicato sul quotidiano online AmmanNet, tra cui si chiede al governo della Giordania di: espellere l’ambasciatore “dell’entità sionista", revisionare il trattato di pace con Israele, porre termine ad attività di normalizzazione con l’entità sionista, e l’organizzazione di una protesta al confine israeliano contro l’accesso dei “coloni ebrei alla Spianata delle Moschee perché possano compiere i rituali talmudici”. Mentre il regno del Re Abdullah II si è indebolito dopo una serie di proteste contro l’aumentata pressione fiscale, tensioni tra le varie fazioni tribali e l’inimicizia tra palestinesi e beduini locali, gli islamisti stanno prendendo forza e tra loro quelli che si alleano ora con la popolazione palestinese per avanzare l’agenda anti-israeliana.

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Il Monte del Tempio, a Gerusalemme

Il linguaggio del documento adottato dal Parlamento è molto vicino a quello degli estremisti anti-israeliani e degli islamisti. Per esempio, il quotidiano online Arab48 parla “escalation” israeliana, citando le parole del Ministro Erdan circa l’eventuale possibilità di permettere agli ebrei accesso al Monte del Tempio per la preghiera. Il sito usa costantemente l’espressione “incursioni” di coloni contro al-Aqsa, accusando Israele in un altro articolo di voler modificare l’area da un punto di vista religioso e giuridico. Il punto di vista islamista è meglio espresso da un lungo articolo pubblicato sul sito as-Sabeel, firmato da Mohsen Muhammad al-Saleh, che parla di cent’anni di resistenza contro il primo progetto sionista e la formazione della “resistenza” di stampo islamico da parte delle organizzazione “fraternità e virtù”, che operava negli anni successivi all’inizio del controllo britannico nella Palestina mandataria. L’autore poi parla della rivolta di Buraq, cioè le prime violenze anti-ebraiche a fine anni ’20 del XX secolo, e delle rivolte degli anni ’30. Successivamente passa a parlare della fondazione dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) e dell’Intifada al-Aqsa, delle ondate di violenze negli anni 2015-2017 delle rivolte a luglio 2017 e febbraio 2019. In comune vi è la visione ideologica secondo cui la Spianata delle Moschee è islamica ed è in pericolo a causa delle politiche di giudeizzazione, i tentativi di snaturare l’essenza islamica dell’area, ed ora anche gli scavi. “Siamo di fronte a una brutale entità sionista finanziata da poteri internazionali tirannici”. Lo stesso autore elogia i resistenti palestinesi e il leader del Movimento Islamico del Nord, che ha fatto della difesa di al-Aqsa il fulcro della propria ideologia capace di attrarre giovani e meno giovani da mobilitare per la difesa della Spianata delle Moschee. L’assalto di al-Aqsa è un’espressione diventata ormai comune nella stampa araba. La propaganda su Gerusalemme vuole inculcare l’idea che Gerusalemme è in pericolo e che va salvata. La fondazione dell’OIC nel 1969 in seguito a un incendio appiccato alla Spianata delle Moschee da un fondamentalista cristiano, ma per cui nel mondo islamico si è preferito incolpare un presunto “piano sionista”, dimostra come la mobilitazione internazionale per la difesa di Gerusalemme sia estremamente facile, e così anche dimostrano i diversi movimenti islamici. I regimi arabi non sono propensi ora ad adottare pesanti misure anti-israeliane. Negli ultimi tre anni molti passi sono stati compiuti per i riavvicinamento a Israele, per lo più informali. Eppure la forza esercitata dall’immaginario di un pericolo sionista incombente su al-Aqsa gravita attorno ai movimenti islamisti che hanno come obiettivo la delegittimazione dei regimi che si sono avvicinati a Israele, in nome della difesa dei luoghi sacri islamici e della resistenza all’usurpazione sionista in Palestina. Nel tempo, la retorica anti-israeliana è stata usata anche per accontentare le organizzazioni islamiste. Nel caso della Giordania si va un po’ oltre: è il parlamento che chiede al governo di adottare chiare misure contro Israele, inclusa la politica contro la normalizzazione. Oltre alla capacità delle organizzazioni islamiste di far vacillare regimi vicini all’Occidente, c’è anche la questione della crescente convergenza tra visioni islamiste e visioni laiche estremiste su Israele e Gerusalemme. In entrambi i i casi si parla di “regime dell’occupazione”, “entità sionista”, anti-normalizzazione e, seppur in diverso modo, di al-Aqsa in pericolo. Questo è lo slogan che dagli anni ’20 del secolo scorso viene usato per muovere guerra e mobilitare violenza popolare contro Israele.

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Giovanni Quer


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