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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Elezioni in Israele: tutti a scuola di coalizione 31/07/2019

Elezioni in Israele: tutti a scuola di coalizione
Analisi di Giovanni Quer

Israele sta attraversando una crisi politica che si rispecchia anche nel dibattito politico sui valori dello Stato. La campagna per le prossime elezioni è iniziata nell'indifferenza pubblica. Alcuni cambiamenti sono da notare: figure che erano ai margini del campo politico, sono ritornate; chi ha alzato la cresta nelle precedenti elezioni cerca soluzioni più umili; e si ritorna alle coalizioni. La prima coalizione ad essersi ricongiunta è la Lista Unita dei partiti arabi. Da quando la soglia di sbarramento è stata alzata dal 2 al 3.25% nel 2015, per impedire ai piccoli partiti di arrivare alla Knesset, si è creata una lista congiunta dei quattro partiti arabi - Ta’al, nazionalista laico, Hadash, di ispirazione socialista e Ra’am, di ispirazione islamica e Balad, nazionalista pan-arabista. La lista si era spaccata alla precedenti elezioni ufficialmente per divisioni sulla leadership di Ayman Oudeh, del partito Hadash. Probabilmente la bassa considerazione di Oudeh è dovuta ad altri fattori. L’elettorato più giovane sta volgendo l’attenzione a partiti che trattano meno di propaganda e che offrano soluzioni a reali problemi e che rispecchino la volontà di cambiamento. Inoltre, le ultime elezioni hanno dimostrato che l’elettorato arabo è meno propenso ad andare al voto senza una formazione comune (alle ultime elezioni ha partecipato poco più del 40% degli aventi diritto arabi contro più del 60% alle precedenti elezioni quando c’era la Lista Araba Unita). Hadash, che ha una chiara agenda sociale con una visione di cooperazione arabo-ebraica, è a volte percepito come un partito “normalizzante”, cioè non sufficientemente critico verso l’esistenza di Israele come Stato ebraico. Sicuramente può essere così inteso il suo leader Oudeh, che ha una visione politica generale. Inoltre, Hadash è un partito liberale, e altri partiti arabi non condividono questa linea.

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La Knesset, il Parlamento israeliano

La seconda coalizione ad essersi formata è la “Unione della Destra”, che comprende il nuovo partito “Nuova Destra” di Ayelet Shaked e Naftali Bennet, “Casa Ebraica” di Rafi Peretz e “Unione Nazionale” di Betzalel Smotrich. Shaked e Bennet erano i leader di Casa Ebraica, che hanno lasciato per fondare il loro nuovo partito - un fallimento alle ultime elezioni. Dopo le polemiche che hanno coinvolto Peretz e Smotrich per le loro uscite antiliberali, la strategia cui hanno optato è stata scegliere un volto più accettabile all’ampio elettorato. Peretz, Ministro dell’istruzione ad interim, ha parlato in favore delle cure di “conversione” per LGBT, mentre Smotrich ha parlato in favore dell’introduzione del diritto ebraico per governare Israele. Shaked avrebbe il primo posto, Peretz il secondo e Smotrich il terzo; Bennet ha dimostrato capacità di controllo dell'ego e ha preso il quarto posto. Non tutti sono felici di questa unione. Il partito di estrema destra Otzma Yehudit (potenza ebraica) ha deciso di rimanere fuori dalla coalizione e di unirsi a un’altra formazione, Noam. Alcuni dicono che sia per via dell’unione con la Nuova Destra, considerati dei volta-spalle, altri sostengono che l’idea di una donna a capo di una coalizione non piaccia a molti. Smotrich chiarisce però che le donne hanno diritto ad avere un’opinione, in un’intervista alla radio Galei Tzahal - volendo forse rassicurare, a modo suo, l’elettorato meno conservatore. A un evento del partito Casa Ebraica, Rafi Peretz è stato attaccato da due attivisti del partito che lo hanno accusato di aver venduto l’anima del sionismo religioso.

A scuola di coalizione va anche il Likud, che si unisce a Kahalon (destra liberale). Anche Netanyahu ha capito che è meglio unire le forze che non correr da solo. A quanto pare la Shaked avrebbe annunciato il sostegno a Netanyahu per un prossimo governo di destra, che preferirebbe di sicuro allearsi con l’Unione della Destra che non con la coalizione dei generali e di Lapid, “Bianco e Blu”. Una scelta di questo tipo avrebbe di certo importanti conseguenze per la politica di un potenziale governo in cui il peso della destra religiosa sarebbe ancor più forte di ora. L’ala liberale del Likud teme che una scelta di questo tipo metterebbe in minoranza il partito di destra dando più potere a posizioni incompatibili con la filosofia del partito.

La sinistra rimane la più divisa. L’ex generale Barak, politico di lunga data, e leader del Partito Democratico si è unito con il partito di estrema sinistra Meretz, che non parteciperà a un governo di destra e vuole cancellare la tanto discussa Legge della Nazione (che nel 2018 è stata approvata dalla Knesset, e criticata non perché confermi che Israele è stato nazione del popolo ebraico, ma perché non contiene alcun riferimento alle minoranze né alla natura democratica). A questa coalizione si è unita Stav Shaffir, del Labour - attaccata di recente da Smotrich che l’ha chiamata “stupida” perché ha accusato la destra religiosa di incitamento anti-LGBT. Il Labour ha subito un’altra defezione: Amir Peretz si è unito a Orly Levy-Abekassis, l’ex deputata del partito Israel Beitenu, ed ora a capo del movimento Gesher (ponte). Quest’ultimo gruppo vuole distanziarsi dalle posizioni dell’estrema sinistra e vorrebbe essere un’alternativa alla destra, ma la formazione non fa che indebolire il vecchio Labour che con le due defezioni e le discussioni che ne seguono sembra aver perso la rotta, spiegando le vele in una tempesta di nuovi accordi, rinascite politiche e abbandoni (Sheli Yachimovitch, la leader del Labour ha annunciato all’inizio del mese l’abbandono della carriera politica). Amir Peretz è fortemente criticato per la sua decisione. Le vecchie guardie della sinistra e della destra hanno negli anni commesso un grande errore: non hanno coltivato nessun successore, non hanno pensato al dopo e si sono arroccati in una convinzione di essere indispensabili - è chiaro sia a destra, sia a sinistra. La mancanza di leadership e di visione politica ha due conseguenze: vecchi volti si rifanno strada, come Barak, il cui nome e la cui carriera militare sono una garanzia, o nuovi volti si posizionano con una propaganda elettorale basata sull’identità (è il caso della Shaked e dell’Unione di Destra). I nuovi leader sono coinvolti in piccole liti, confusi in un mare in tempesta, sempre più intenzionati ad emergere attraverso uscite che possono portare l’attenzione dei riflettori, invece che attraverso idee e programmi.

In questo clima, Israele pare attraversare una sorta di “crisi della repubblica”: alcune istituzioni sono oggetto di campagne di delegittimazione (la Corte Suprema oggetto di attacchi dalla destra, il Ministero degli Esteri che si lamenta di tagli di budget che impediscono lo svolgimento del normale lavoro, il Controllore di Stato criticato di non esser sufficientemente forte); e infine la crisi sui valori che si rispecchia nei dibattiti sul ruolo del diritto ebraico nello spazio pubblico, le donne nell’esercito, il discorso sugli LGBT, lo scontro tra laici e religiosi, la proposta di pace che costringerà ad alcune concessioni. Israele ha bisogno di un governo forte, di una nuova leadership, e soprattutto di una nuova visione politica. Queste erano le parole di Meir Dagan, ex capo del Mossad, nel 2015, quando ha espresso timore per le divisioni sociali che vanno intensificandosi e la mancanza di una guida politica che metta l’interesse dello Stato sopra il proprio (ammesso che alcuni leader possano distinguere tra i due). La risposta delle prossime elezioni sarà cruciale.

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Giovanni Quer


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