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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Rapporto EUROPOL: terrorismo etno-nazionalista il più attivo, quello jihadista più pericoloso 17/07/2019

Rapporto EUROPOL: terrorismo etno-nazionalista il più attivo, quello jihadista più pericoloso
Analisi di Giovanni Quer

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L’Europol ha pubblicato il rapporto annuale sul terrorismo nel 2018. Dal rapporto emerge che il terrorismo etno-nazionalista, come quello dei repubblicani nel Regno Unito, dei baschi o galegos in Spagna costituisce il più attivo, con 83 attacchi terroristici eseguiti o sventati. Gli attacchi jihadisti sono stati 24, di cui 7 sono stati eseguiti e 16 sventati e sono gli unici che hanno causato vittime (13 morti e 53 feriti), di cui 7 in Francia, 3 nel Regno Unito, 2 in Olanda e lo stesso in Germania, 1 in Italia e lo stesso in Svezia. Il terrorismo jihadista è quello che ha anche il più alto numero di arresti (310 in Francia, 273 nel Regno Unito, 166 in Belgio, 59 in Germania e 56 in Italia). La Francia rimane il Paese con più cospicua attività jihadista, con 273 attacchi, a seguire il Belgio (45 attacchi), la Germania (43 attacchi) e l’Italia (40 attacchi). Dei sette attacchi portati a termine, 4 sono stati rivendicati dall’organizzazione terroristica Stato Islamico. Per quanto riguarda il terrorismo jihadista, il rapporto nota l’uso maggioritario di esplosivi, in particolare quelli rudimentali prodotti in casa dai singoli terroristi secondo le direttive di “esperti” che seguono le attività dalle reti sociali criptate. Come elemento di novità è il crescente uso, e la conseguente propaganda, di armi bio-chimiche. Il rapporto cita il caso di un cittadino libanese arrestato in Sardegna per aver pianificato l’avvelenamento di pozzi d’acqua potabile con una mescolanza di veleni. Il pericolo degli attacchi bio-chimici aumenta visto anche il facile accesso alle informazioni. Un gruppo legato a all’organizzazione terroristica Stato Islamico, Abd al-Faqir Media, ha condotto una campagna digitale sull’applicazione Telegram incitando a commettere atti terroristici con armi biologiche.

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Nonostante l’uso dei media digitali da parte dei gruppi jihadisti, il cyber terrorismo jihadista rimane ancora un pericolo marginale, per mancanza di infrastrutture e formazione degli aspiranti terroristi. Tra i pericoli, le cellule dormienti dei foreign fighters di ritorno dalle zone di conflitto in Siria e Iraq, che si concentrano su obiettivi nei vari Stati europei. La maggior parte degli arresti e delle condanne giudiziarie è di terroristi o potenziali terroristi, per la maggior parte affiliati all’organizzazione Stato Islamico, ed altri affiliati ad al-Qaeda. In alcuni casi, come in Italia, il terrorismo jihadista è l’unico tipo di terrorismo per il quale sono state emesse sentenze di reclusione. Internet rimane il mezzo e lo spazio virtuale più esteso per la preparazione, la propaganda, il reclutamento e il finanziamento del terrorismo jihadista, che si avvale anche di donazioni caritatevoli soprattutto attraverso reti dette “hawala”. Il sistema hawala, da cui anche l’italiano avallo, si è sviluppato nel commercio della Via della Seta sin dal primo Medioevo e si è diffuso in tutti i territori conquistati dall’Islam. La Hawala è un metodo di trasferimento di fondi senza reale movimento di denaro e con trasferimenti di crediti e debiti, basato sulla fiducia riposta dal donatore negli agenti. Poiché non vi è traccia del denaro trasferito come nel sistema bancario, è complicato monitorare il flusso di denaro. Tra i vari reati legati al terrorismo, l’incitamento alla violenza, la glorificazione del martirio jihadista, e l’appoggio morale ai jihadisti sono tra le condotte che hanno portato a sentenze di condanna in Italia, Olanda e Spagna. Facebook e Whatsapp sono le piattaforme digitali più usate per reclutare e indottrinare al jihadismo nei casi di arresto e condanne - il più giovane è un ragazzo di 16 anni, di cittadinanza serba e condannato in Austria per aver pianificato di unirsi all’organizzazione Stato Islamico. I perpetratori degli attacchi portati a termine sono definiti “lupi solitari”, benché, come sottolinea il rapporto, non sono del tutto isolati, ma fanno parte o sono legati a circuiti più ampi di reti terroristiche. La propaganda mediatica delle reti jihadistiche si concentra in particolare su mailing list e materiale che circola nelle reti sociali. L’organizzazione Stato Islamico è la più attiva, anche se considerevolmente meno che in passato, a causa delle sconfitte subite sul terreno.

Come nota il rapporto, l’organizzazione sembra essersi invece rafforzata nella regione del Khorasan afghano e in Pakistan, da dove proviene la maggior parte del materiale di propaganda. Nonostante le sconfitte in Siria e Iraq, l’organizzazione Stato Islamico non ha perso simpatizzanti, che continuano a far circolare materiale e ad amplificare la propaganda. In assenza di un’assidua produzione di nuovi contenuti digitali come negli anni 2013-2016, i testi prodotti dai simpatizzanti servono a rafforzare la narrativa dell’organizzazione che vuole dare un’idea di presenza, forza e unità. Altresì, pare che al-Qaeda si stia rafforzando, e in particolare nel Sahel e nell'Africa Orientale, dove le organizzazioni affiliate hanno lanciato minacce contro i contingenti militari occidentali, con una propaganda che vuole differenziarsi dallo Stato Islamico poiché non fa riferimento ai civili, ma solo ai militari. I principali obiettivi della propaganda jihadista sono UK, USA e Francia, “denigrati” per ciò che è percepito come ruolo colonialista nel Medio Oriente e in Africa, per il loro appoggio a Israele nel conflitto con i palestinesi, e per il presunto progetto di occidentalizzazione. La differenza tra il jihadismo dell’organizzazione Stato Islamico e di al-Qaeda si avverte anche, secondo il rapporto, nella lingua utilizzata, laddove lo Stato Islamico fa più frequente uso di concetti come apostasia e infedeltà, mentre al-Qaeda parla più di neo-colonialismo e attacco occidentale all’Islam. Nonostante siano i gruppi etno-nazionalisti a causare più attacchi, il pericolo jihadista rimane quello più grave per via delle diverse reti attive in aree che difficilmente sono monitorate, come i Balcani, il Caucaso, e il Khorasan. Questi centri funzionano non solo da centrali di coordinamento ma anche di addestramento di potenziali terroristi.

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Giovanni Quer


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