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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Iran, 40 anni di terrore 06/06/2019

Con questo articolo Giovanni Quer riprende la sua collaborazione con Informazione Corretta.

Iran, 40 anni di terrore
Analisi di Giovanni Quer

Quarant’anni fa, Khomeini ha consolidato il potere degli ulema trasformando l’Iran in una repubblica islamica. Nel giugno 1979, la costituzione della Repubblica Islamica d’Iran è stata approvata dall’Ayatollah, che si è duramente scagliato contro gli intellettuali occidentalizzati, quei pochi che ancora si opponevano al potere dei religiosi, che avrebbero voluto sottrarre l’Iran al destino politico islamico. Quarant’anni fa, la Rivoluzione in Iran ha cambiato per sempre il mondo islamico, dimostrando che è possibile fondare un nuovo Stato in cui la shari’a sia la legge, ma soprattutto ha dimostrato che l’Islam militante, a determinate condizioni, può cambiare il destino di un popolo e di un’intera regione.

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Da quarant’anni, il governo degli Ayatollah persegue due sogni: esportare la rivoluzione ed eliminare l’ "entità sionista", come loro chiamano Israele. Khomeini e il nuovo Stato hanno ispirato movimenti e gruppi islamici, anche nel mondo sunnita, ma non si è avuto quell’effetto a catena che si sperava all’inizio. L’instabilità della regione e il cambiamento dei regimi ha dato all’Iran una nuova opportunità di diventare il Paese leader della regione e del mondo islamico, un obiettivo perseguito non solo da Khamenei, l'attuale Guida Suprema, ma anche da Qassem Suleimani, generale delle Guardie della Rivoluzione a capo delle Forze al Quds. Tra le aree di influenza, vi è anche il finanziamento e la vicinanza a gruppi islamici come Hezbollah in Libano, Hamas e Jihad Islamico a Gaza, i gruppi sciiti in Iraq e in Siria (fino ad arrivare allo Yemen e alla Nigeria). Il progetto di Suleimani era inizialmente di utilizzare la Siria come base per attaccare Israele, che continua ad agire per impedire che l’Iran arrivi ai confini con il Golan. Dopo gli attacchi agli obiettivi iraniani in Siria, la politica iraniana sembra essersi nuovamente rivolta al rafforzamento dei gruppi che per conto della Repubblica Islamica agiscono ai confini di Israele: Hezbollah e Hamas anzitutto.

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Tuttavia, l’Iran continua a usare il territorio siriano come base di attacchi contro Israele - da ultimo i missili lanciati sabato scorso e l’aspirazione di trasformare i sud del Paese in un’area industriale militare per la fabbricazione di missili da usare contro Israele e contro gli altri Paesi arabi della regione non è stato abbandonato. Questa settimana i discorsi della Guida Suprema Khamenei e del leader di Hezbollah Nasrallah dànno indicazioni di come gli obiettivi iraniani non siano ancora mutati. Nel sermone di venerdì scorso, rilasciato dopo vari giorni di assenza dai riflettori, Nasrallah ha messo in guardia gli USA di non attaccare l’Iran perché altrimenti Israele e Arabia Saudita "pagheranno il prezzo". Come giustamente fa notare Avi Issacharof, più che un discorso libanese, sembra una dichiarazione iraniana. Parole più chiare sono arrivate dal Leader Khamenei nel suo sermone di Eid al-Fitr, la festività a conclusione del mese di Ramadan. Khamenei ha ripetuto che la lotta palestinese, militare politica e culturale, è la prima lotta del mondo islamico contro “l’invasore criminale” della Palestina. Ha riservato parole molto dure contro i Paesi arabi che hanno perso “la retta via” stabilendo rapporti con Israele per appeasement alla politica americana. La politica americana e sionista sarebbe per il leader una sorta di cospirazione per dividere e indebolire il mondo islamico. Khamenei ha anche avuto modo di annunciare che il deal of the century di Trump non sarà mai siglato. Le sanzioni di Trump hanno dato dei primi effetti: tagli a stipendi e a spese, politica di austerità (la TV di Hezbollah al-Manar, per esempio, ha aperto un canale per le donazioni, evidentemente per coprire le falle del budget), ma non è attraverso le sanzioni che l’Iran metterà fine alla politica di egemonia regionale. Veri effetti di simili sanzioni si hanno in un arco di tempo molto ampio, e in più bisogna tener conto del fatto che le Guardie della Rivoluzione hanno una percentuale in pressoché ogni transazione economica, perché hanno partecipazioni e controlli in quasi tutte le società statali e in molte altre private di qualsivoglia settore economico. I missili a Hezbollah e Hamas continuano ad arrivare (e anche a Jihad Islamico). Quello che molti sperano è che le sanzioni porteranno l’Iran a un livello di pressione sociale tale da far implodere il regime, ma è difficile prevedere se mai questo avverrà. L’apice delle dimostrazioni contro il regime si è raggiunto nel 2009, che però non hanno accolto molto sostegno internazionale. Oggi continuano ad esserci manifestazioni qui e lì, slogan e attività intellettuali di opposizione (come lo slogan urlato dai manifestanti negli ultimi mesi “la libertà non è da trovarsi sotto le barbe”, con chiaro riferimento agli uomini di religione alla guida del Paese, ma non hanno ancora forza e intensità. Forse un indebolimento dell'Iran sarà da aspettarsi proprio dalle forze armate impiegate in Siria. Nella periferia ci sono pochi soldati iraniani, mentre i miliziani sono reclutati tra gli afghani, gli iracheni, i pakistani e i libanesi sciiti. I vari gruppi sono considerati culturalmente inferiori e il malcontento degli sciiti libanesi che hanno combattuto in Siria si è fatto sentire su reti sociali e in alcune interviste. Gli afghani in Iran sono residenti di serie B (i bambini non possono nemmeno andare a scuola), nonostante condividano in gran parte cultura e lingua persiane. Fino a quando le milizie accetteranno di essere usati con in cambio un trattamento da inferiori è una domanda che può diventare più centrale nel prossimo futuro. Il mondo arabo si è riunito in un summit, preceduto da un summit dei Paesi del Golfo, per far fronte alla minaccia iraniana. Non sembra però che ci sia una vera e propria politica comune contro l’Iran e la paura di un’apertura americana al dialogo con Teheran è molto forte. Nel mezzo della tensione politica e del clima di possibile guerra, in Israele la cultura persiana si fa sempre più popolare. Pagine FaceBook di lingua e cultura persiana, blog di giornalisti e analisti, eventi culinari e di musica, e presto si terrà anche l’annuale fiera del libro persiano.

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Giovanni Quer


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