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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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La nuova legge sulle ONG: perché suscita scalpore? 14/07/2016
La nuova legge sulle ONG: perché suscita scalpore?
Analisi di Giovanni Quer

A destra: Ayelet Shaked, Ministro della Giustizia

La nuova legge sulla trasparenza delle ONG ha suscitato condanne dall’opposizione israeliana e all’estero. Herzog ha definito la legge approvata dalla Knesset sulla proposta modificata della ministra Shaked come un segno del “fascismo” che si fa strada nella società israeliana. In Germania si condanna la legge sostenendo che rovinerebbe la reputazione di Israele. America e Unione Europea hanno sollevato dubbi ed espresso preoccupazioni sullo stato della democrazia israeliana. Il movimento Shalom Akhshav/Peace Now ha definito su twitter (in ebraico) la nuova legge come “un colpo alla democrazia e alla libertà di espressione, e l’unico scopo è di perseguitare e opprimere chiunque osi criticare il governo”.

ACRI (Association for Civil Rights in Israel) ha definito la legge come un atto diretto contro “le organizzazioni che promuovono la democrazia e visioni diverse da quelle della maggioranza nell’attuale coalizione (di governo)”. L’organizzazione araba israeliana Adalah sostiene che la legge abbia come scopo di "perseguitare e incitare contro le organizzazioni dei diritti umani, una pratica comune negli oscuri regimi del passato e del presente”.

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Jimmy Carter e George Soros, finanziatori dagli Usa delle Ong sottostanti

Organi politici stranieri, come le fondazioni tedesche legate ai partiti politici in Germania, si sono anche espresse contro la legge. La Heinrich Boell Stiftung, legata al partito dei Verdi, si era già messa in allarme a febbraio, con la prima formulazione della proposta di legge, perché promuoverebbe “la delegittimazione delle ONG progressiste”. E’ interessante capire come queste organizzazioni intendano la “democrazia” in una sola visione ideologica secondo cui il loro modo di vedere il mondo debba prevalere per misurare lo stato di salute di una società. Per esempio, la fondazione Heinrich Boell finanzia il blog +972 Magazine, che pubblica articoli che descrivono Israele come uno stato di apartheid, uno stato quasi criminale, e in favore del BDS.

Questo sarebbe un esempio di finanziamento per una sana democrazia oppure il tentativo di dare voce a un gruppo ideologico che ha una precisa visione contro Israele? Se di democrazia si parla, allo stesso modo allora avrebbero diritto di esprimersi con finanziamenti europei anche quei gruppi che predicano l’espulsione di tutti gli arabi o l’estensione della sovranità ai territori contesi, cioè quegli argomenti opposti alle posizioni politiche avanzate dalle organizzazioni che vivono di finanziamenti pubblici stranieri. E’ ancora più ridicolo pensare che attraverso questa legge Israele macchi la propria reputazione, quando l’immagine di Israele è negativa proprio in conseguenza dell’operato di lobbying delle organizzazioni politiche colpite dalla legge.

Non vi è dubbio che la nuova legislazione voglia colpire le organizzazioni di sinistra e non quelle di destra. Infatti, il testo ripete la legge sulla trasparenza già esistente che obbliga le ONG a dichiarare le fonti di finanziamento da organizzazioni politiche e governi stranieri. La questione sollevata dai critici della legge sulla trasparenza concerne quelle donazioni private che sostengono le ONG di destra, per la maggior parte legate al sostegno degli insediamenti. Il discrimine tra i due sarebbe proprio la natura delle donazioni, un'argomentazione che la sinistra indica come triviale e che la destra sostiene sia fondamentale. Ogni individuo è libero di sostenere organizzazioni e gruppi che rispecchiano la propria visione politica, il proprio credo e ideologia. Quando però si tratta di donazioni ingenti che riescono a imporre una certa visione politica nella società, il fenomeno può essere allarmante. Per esempio, i gruppi della diaspora ucraina in Canada sono conosciuti per sostenere movimenti sociali e politici particolarmente nazionalisti in Ucraina, con conseguenze gravi nella vita politica del Paese. Così le comunità croate in Australia. Lo stesso si dice di Adelson, il grande finanziatore del quotidiano Israel Hayom, le cui visioni politiche vicine a Netanyahu non sono un mistero.

Eppure vi è una differenza fondamentale tra un simile fenomeno, che può essere oggetto di critiche e discussioni nel dibattito sociale e politico del Paese, e quello che accade in Israele, dove un gruppo di ONG promuove una certa visione politica in grado di influenzare non solo l’immagine di Israele, ma anche le politiche estere degli stati verso Israele. Si parla cioè di quei finanziamenti pubblici che arrivano a ONG spesso impegnate in progetti di diritti umani che però hanno come scopo il cambiamento di certe politiche del governo. In questo caso si va oltre la promozione della democrazia e dei diritti umani, e si approda nel campo dell’ingerenza negli affari interni di uno Stato. L’Unione Europea è contro gli insediamenti e, come riportato a chiare lettere nel sito dell’EEAS (il servizio diplomatico dell’Unione), li considera il principale ostacolo alla pace. Questa visione è condivisa dalla maggior parte delle ONG che ricevono finanziamenti pubblici da governi stranieri, i quali non solo finanziano azioni sul campo, ma anche confidano nelle ONG come principali fonti di informazione che finiscono per influenzare le politiche su Medio Oriente e Israele.

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Un chiaro esempio è l’etichettatura dei prodotti israeliani provenienti dagli insediamenti: perché la stessa politica non è stata adottata verso il Marocco? Se non fosse per quell’ingente somma di denaro che le ONG impegnate nel conflitto arabo-israeliano ricevono, e la loro presenza nelle discussioni sulle politiche estere, non si sarebbe formulata l’idea di etichettare i prodotti come pressione sul governo israeliano per la presenza in Giudea e Samaria. Lo stesso vale per le esternazioni sulle operazioni militari israeliane: su quale base si condannano le operazioni militari israeliane per eccessivo uso della forza se non sui continui report di ONG il cui lavoro risulta nell’etichettatura di Israele come stato criminale?

L’ingerenza interna attraverso associazioni della società civile è una preoccupazione comune a molti stati, e non solo all’India e alla Russia che fanno di questo principio uno strumento per opprimere l’opposizione, ma anche agli Stati Uniti e al Regno Unito, che hanno a cuore l’indipendenza della società civile e il corretto funzionamento del mondo politico. Gli Stati Uniti hanno una legge sui “foreign agents”, ossia associazioni o istituti che lavorano per governi stranieri - una legge allora pensata per limitare l’influenza sovietica nella società americana attraverso associazioni culturali e politiche che l’URSS finanziava. Il Regno Unito ha una particolare commissione che vaglia le richieste di iscrizione all’albo delle associazioni. Uno dei parametri che la commissione considera per permettere l’iscrizione delle associazioni come organizzazioni sociali e non politiche è proprio lo scopo associativo che non può essere l’influenza politica in patria o all’estero - così un numero di associazioni che hanno richiesto l’iscrizione con lo scopo di avanzare i diritti umani sono state classificate come organizzazioni politiche perché la loro prevalente attività era di lobbying presso parlamenti e governi stranieri.

In un parallelo europeo, esempio spesso usato dalla Shaked, si potrebbe immaginare un massivo finanziamento a ONG che avanzano l’idea che la secessione della Catalogna, o l’indipendenza della Scozia, o la secessione della Transilvania siano l’unica soluzione a conflitti politici locali. Oppure ancora un ingente flusso di denaro arriva da Stati stranieri a ONG che si occupano di diritti umani in Europa, i cui report dipingono la Slovacchia e l’Ungheria come Stati criminali per le politiche verso i Rom, compresa l’accusa di sterilizzazione di massa delle donne Rom, e, come conseguenza, continue esternazioni della comunità internazionale verso questi Paesi. Non si tratterebbe di una influenza sociale su politiche nazionali?

La nuova legge sulle ONG ripete in parte l’obbligo di trasparenza già esistente, ossia la pubblicazione delle fonti di finanziamento pubbliche da parte delle associazioni riceventi, e impone a quelle ONG che ricevono più di metà dei propri finanziamenti da organi pubblici stranieri l’obbligo di dichiarare in qualsiasi comunicazione (a uffici, stampa e organizzazioni straniere) che appartengono a questa particolare categoria di ONG la cui prevalenza di fondi è pubblica e straniera. Il testo originario prevedeva anche l’obbligo di portare un segno che distinguesse i membri di queste associazioni in riunioni pubbliche (un capoverso poi caduto nella votazione della legge).

Gli allarmisti che vedono in questa legge un passo indietro nella strada della democrazia o una decisione che rispecchierebbe un tragico cedimento draconiano di Israele non tengono conto del dialogo più ampio sulle ONG e sul loro potere in seno alla comunità internazionale. Concentrarsi su questo aspetto distoglie l’attenzione dal più ampio dibattito sulle organizzazioni che si occupano dei diritti umani, troppo spesso considerate “la bocca della democrazia”.

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Giovanni Quer


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