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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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A Istanbul Gerusalemme diventa una città tutta islamica 11/07/2016
A Istanbul Gerusalemme diventa una città tutta islamica
Commento di Giovanni Quer

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L’organizzazione UNWatch ha comunicato che l’UNESCO, nella 40esima commissione mondiale che si riunisce in questi giorni a Istanbul, discuterà dei siti patrimonio dell’umanità a Gerusalemme, compreso il Muro di al-Buraq e la plaza al-Buraq - cioè il Muro Occidentale (Kotel). La notizia di UNWatch riporta che una risoluzione proposta dagli Stati arabi utilizza solo la denominazione islamica, negando quindi la Gerusalemme ebraica.

Le due narrative nazionali israeliana e palestinese si sono sviluppate come parallele e incompatibili, ma più allarmanti sono le narrative storiche che, soprattutto su Gerusalemme, negano la storia ebraica e dipingono la città come islamica e, in parte minore, anche cristiana. Al Haram Al-Sharif, la spianata delle Moschee conosciuta in ebraico come monte del tempio, diventa luogo esclusivamente islamico, e così anche il quartiere ebraico e il Muro Occidentale.

L’intento è quello di negare ogni legame storico e culturale con la città per delegittimare la sovranità di Israele su Gerusalemme. La strategia è stata messa a punto da Arafat, che forte delle azioni del Re Hussein dopo l’occupazione di Gerusalemme nel 1948, aveva capito che cancellando il legame storico tra il popolo ebraico e Gerusalemme non ci sarebbe stata una base ideologica di legittimità alle richieste di sovranità sulla città e di controllo ai luoghi santi. Così Hussein ha ricoperto d’oro la Cupola della Roccia, ha costruito e allargato il quartiere di Silwan giusto alle propaggini del cimitero ebraico ed ha saccheggiato il quartiere ebraico.

Prima di lui, anche i regnanti musulmani avevano ridotto il Muro Occidentale a un piccolo luogo cui gli ebrei avevano accesso con estreme restrizioni. Arafat, apprendendo dalla storia, ha riformulato questa strategia ai colloqui di Camp David. Clinton aveva proposto la divisione di Gerusalemme, lasciando ai palestinesi due quartieri marginali e la gestione dei luoghi santi, mentre i quartieri adiacenti alle mura di Gerusalemme sarebbero rimasti sotto sovranità israeliana (e quindi anche controllo militare). Nei colloqui su Gerusalemme, Arafat utilizzava anche le espressioni muro di “al-buraq”, l’animale immaginario dalla forma di cavallo alato con viso umano, che secondo la mitologia islamica ha trasportato Maometto dalla Mecca alla “moschea lontana”. Questa definizione, che non nomina Gerusalemme, è stata di recente accettata come riferimento alla moschea di al-Aqsa e quindi Gerusalemme. Per questo il Muro Occidentale diventa il Muro di al-Buraq e il piazzale del Muro diventa la “Buraq Plaza”.

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E’ significativo che anche i piazzale prenda un nome islamico quando è stato Israele ha crearlo liberando la zona di costruzioni abitative musulmane solo dopo il 1967. Arafat lo aveva detto chiaro a Camp David, e così anche il Mufti di Gerusalemme e altri politici che hanno partecipato ai negoziati (compreso Abu Mazen): Gerusalemme è islamica, il Muro Occidentale è islamico, anche il quartiere ebraico è islamico, ma in una futura al-Quds palestinese gli ebrei avranno diritto di accesso al Muro. Questa imposizione storica sul Muro del Pianto è poi servita a far scatenare l’Intifada di al-Aqsa, con la propaganda che incitava alla violenza e al martirio contro l’usurpatore israeliano ed ebreo.

Infine, la stessa propaganda è servita due anni fa a scatenare l’ondata di terrorismo con le auto che si scagliavano sui marciapiedi, e l’anno scorso con i coltelli. Nel 2015 l’UNESCO ha approvato una risoluzione su Gerusalemme che condannava Israele adottando gran parte della narrativa palestinese: denominazione islamica dei luoghi di Gerusalemme, condanna degli scavi archeologici, e i lavori di costruzione di un ascensore nella Buraq Plaza (da notare che in quella risoluzione la dicitura “Western Wall” era solo messa fra parentesi). La stessa risoluzione anche condannava la creazione della linea di tram che passa vicino alle mura di Gerusalemme, e altre decisioni delle autorità israeliane riguardo la gestione del sito e dei reperti archeologici. In una nuova risoluzione, l’UNESCO potrebbe riaffermare la denominazione esclusivamente islamica dei luoghi ebraici, e in questo modo avanzando l’impresa di imposizione della narrativa storica islamica che comincia con Gerusalemme, la cui ebraicità sarebbe negata da secoli di storia islamica, e che coinvolge anche siti cristiani.

Arafat ha detto a Camp David che ogni questione riguardante Gerusalemme non è solo una questione palestinese, ma una questione islamica e che quindi ogni accordo su Gerusalemme necessiterebbe del consenso di tutto il mondo islamico. Così facendo, Arafat non solo ha rifiutato un piano di pace che per la prima volta considerava la divisione di Gerusalemme, ma anche ha indicato la via alla rivendicazione storica di Gerusalemme per delegittimare ogni richiesta politica israeliana. Se la comunità cristiana a Gerusalemme appoggia l’impresa di islamizzazione di Gerusalemme, in funzione anti-israeliana, non ci si rende conto che la stessa impresa avviene anche sui siti cristiani: l’UNESCO ha definto la Basilica della Natività un luogo anche musulmano negando la natura prettamente cristiana e forse non considerando le polemiche riguardanti la costruzione della moschea giusto di fronte alla Basilica che avevano causato un piccolo incidente diplomatico a Arafat.

Non si considerano nemmeno i continui tentativi di islamizzare il cristianesimo da parte di una certo gruppo di musulmani. Per esempio, i pellegrini che in città vecchia a Gerusalemme arrivano alla Chiesa del Santo Sepolcro passano davanti alla Moschea di Omar, giusto adiacente alla Chiesa, dove possono ammirare uno striscione con scritto: “Gesù ha detto, sono schiavo di Allah”. Simili banners sono ritualmente appesi e levati anche a Nazareth, invitando i cristiani ad abbracciare la vera fede.

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Giovanni Quer


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