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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Le Ong che delegittimano Israele 31/12/2015

Le Ong che delegittimano Israele
Analisi di Giovanni Quer

La proposta di legge della Ministra della Giustizia Ayelet Shaked sulle ONG ha scatenato nuovamente la polemica sul finanziamento straniero delle associazioni in Israele.
Da tre anni, le ONG in Israele devono pubblicare dichiarazioni trimestrali esponendo la fonte dei loro finanziamenti. Secondo la proposta della Ministra Ayelet Shaked, le associazioni che ricevono più di metà dei loro fondi da donazioni straniere, dovrebbero dichiarare in ogni documento che appartengono a tale categoria di ONG sostenute principalmente da fondi stranieri. Queste ONG dovrebbero anche portare un segnale distintivo in ogni loro incontro alla Knesset o di carattere pubblico, dovendo dichiarare la provenienza straniera dei loro fondi.

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Ayelet Shaked

La proposta di legge è stata contestata come tentativo di limitare la libertà d’azione delle ONG di sinistra. Questa critica distoglie il dibattito dalle questioni fondamentali che riguardano le ONG: la loro responsabilità sociale, il ruolo dei finanziamenti pubblici stranieri e la mancanza di una chiara politica del governo israeliano.
Una simile legge non avrebbe l’effetto di limitare lo spazio di azione delle ONG; piuttosto si tratta di una legge che imponendo ai membri di ONG principalmente sostenute da fondi esteri di portare un segnale distintivo in incontri pubblici ha una funzione di ridicolizzare o di puntare il dito verso queste organizzazioni.

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La sua efficacia è dubbia, poiché non ha lo scopo di regolare l’ambito di azione o la responsabilità delle organizzazioni della società civile, bensì di rendere distinguibili e in un certo modo di “svergognare” quei gruppi che prendono soldi da governi stranieri. L’iniziativa non è portatrice di un vero e proprio valore politico, e come effetto ha scatenato ulteriori polemiche senza toccare la vera questione di fondo, che è l’agenda politica di associazioni che si dichiarano organizzazioni di diritti umani, principalmente finanziate da stati europei.

Si dice spesso che anche le associazioni di destra, in particolare quelle legate ai coloni, ricevono finanziamenti stranieri, ma non ricevono finanziamenti pubblici, il che è un discrimine fondamentale. Ogni individuo o associazione è libero di sostenere altri individui o gruppi in cui convivono principi, filosofia, visione del mondo.
Ma può uno Stato finanziare particolari gruppi con una precisa visione politica che spesso si oppone alla politica estera ufficiale?

Il sostegno alla società civile in difesa della democrazia sotto regimi dittatoriali è una politica iniziata dall’America durante la Guerra Fredda. Fino a che punto, però, può un Paese accettare che uno Stato con cui ha ufficiali relazioni diplomatiche finanzi gruppi interni che promuovono cambiamenti anche radicali nel regime politico e costituzionale? Questa ingerenza interna ha causato ultimamente reazioni anti-liberali in molti Stati, come India, Ungheria, Nigeria, Bolivia, Malesia ed Etiopia che hanno imposto severi imiti alle possibilità di ricevere finanziamenti stranieri, nel tentativo di fermare i cambiamenti che le associazioni dei diritti umani richiedevano.

Ci si deve quindi chiedere come si sia arrivati a pensare che Stati occidentali si sentano in dovere di finanziare organizzazioni della società civile israeliana, che riconoscono essere una democrazia liberale, come in altri Stati non democratici.
In particolare, come possano pensare i principali finanziatori delle ONG israeliane, Unione Europea e Stati europei, che delle ONG come B’Tselem, Breaking the Silence, Ir Amim e Adalah siano associazioni che contribuiscono all’avanzamento della democrazia, del dialogo o della pace.
Breaking the Silence in particolare è oggetto da un anno di un acceso dibattito: l’associazione raccoglie testimonianze anonime da soldati e riservisti per esporre le presunte malefatte dell’esercito israeliano. Testimonianze spesso senza contesto, date da soldati, anche ufficiali graduati ,che però non sono esperti né di diritto internazionale, né di strategia, non verificate e non valutate, anonimi, portate perlopiù all’estero per dipingere un’immagine dell’IDF come un esercito di criminali.

Gli stessi Stati europei rifiutano inchieste “esterne” o condotte a organizzazioni non professionali sui propri soldati impegnati per esempio in missioni militari all'estero.
Gli stessi Stati europei però prendono queste testimonianze per veritiere e finanziano l’associazione il cui scopo statutario sarebbe quello di stimolare il dibattito nella società israeliana sulle azioni militari.
La questione riguarda perciò responsabilità e professionalità delle associazioni che sostengono essere in favore della democrazia, ma è più rivolto contro Israele.

Per esempio, Adalah (associazione israeliana che significa “giustizia” in arabo) sostiene di proteggere i diritti della minoranza araba, ma espone in maniera faziosa le “leggi razziste” di Israele, per attaccarne la natura ebraica e coltivare il sogno di una Israele multinazionale. Questo sogno è condiviso da molte delle associazioni che ricevono finanziamenti da Paesi esteri, principalmente europei, che non avanzano i diritti di un gruppo, non lavorano per migliorare la società israeliana, ma attaccano il sistema.
E questo stesso sogno cresce e si consolida grazie al finanziamento di stati che hanno scelto di appoggiare questa agenda politica.

Per cambiare la situazione non è però possibile né limitare la libertà di azione delle ONG né imporre segni di vergogna per rendere difficile la loro azione pubblica.
Esibire il finanziamento pubblico a ONG politiche dev’essere uno strumento non contro le ONG, responsabili certamente di contribuire alla pessima immagine di Israele nel mondo e alle politiche anti-israeliane che si diffondono, bensì uno strumento contro gli Stati che le finanziano, complici del meccanismo di demonizzazione di Israele, che ne fa il destinatario dei mali del mondo, e quindi obiettivo giustificato di sanzioni e boicottaggi. Deve servire poi a far comprendere agli Stati finanziatori che le loro visioni politiche sono altamente influenzate dai rapporti delle ONG che finanziano, la cui veridicità e professionalità non è mai messa in dubbio, e la cui agenda politica è diventata l’unica visione sul conflitto e su Israele.

La battaglia per Israele nel campo dei diritti umani è una battaglia di idee, che deve esporre la denigrazione dei valori universali distorti dall’agenda anti-israeliana. Puntare il dito sul finanziamento pubblico alle associazioni che distorcono i valori dei diritti umani deve essere un messaggio politico ai Paesi occidentali che non devono rendersi complici dell’occupazione politica dei diritti umani.
Leggi dal sapore illiberale non hanno molta efficacia in questa battaglia.

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Giovanni Quer


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