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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Perché il mondo dei diritti umani non condanna l’ondata di terrorismo? 15/10/2015
Perché il mondo dei diritti umani non condanna l’ondata di terrorismo?
Analisi di Giovanni Quer

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Le organizzazioni dei diritti umani, che dovrebbero aspirare a un mondo di giustizia, eguaglianza e pace, dimostrano puntualmente il loro pregiudizio politico e ideologico contro Israele. La corrente ondata di terrorismo è stata accolta dalle ONG che più sono impegnate nel conflitto arabo-israeliano con timide condanne degli attentati e forti pretese verso Israele, che si sono moltiplicate fino a silenziare qualsiasi condanna. Allo stesso modo, all’inizio l’Autorità Palestinese aveva auspicato “la fine delle violenze”, per poi fomentare l’ondata di attacchi.

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Il processo è molto simile, basato su meccanismi diversi: le ONG usano il diritto internazionale, accusando Israele di uso sproporzionato della forza, l’Autorità Palestinese usa la propaganda, accusando Israele di esecuzioni extra-giudiziali, ma il risultato è lo stesso: tacere sul terrorismo e riversare l’odio su Israele. Human Rights Watch, che l’anno scorso è stata in prima linea per accusare Israele di crimini di guerra, ha parlato di “attacchi a civili israeliani”, parte di una generale “escalation delle violenze”. B’tselem ha pubblicato un articolo condannando il governo israeliano che ha dato ordine di sparare ai terroristi invece che arrestarli. Scioccati dal generale "disprezzo per la vita umana”, B’Tselem ricorda che gli individui hanno responsabilità per le loro azioni, mentre Israele ha la responsabilità dell’occupazione. “Invece di imporre punizioni collettive” e di continuare con le esecuzioni extra-giudiziali, Israele dovrebbe mettere fine all’occupazione, dice B’Tselem in un comunicato firmato anche da altre organizzazioni come Amnesty International, Gisha, Yesh Din, e Adalah.

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Adalah, l’associazione araba per i diritti della minoranza palestinese in Israele, assieme alla ONG palestinese Addmeer, che lavora per i diritti dei “prigionieri politici” palestinesi (che Israele ha condannato o detiene per reati legati al terrorismo), condannano Israele per usare le armi come prima opzione invece che come ultima possibilità. L’imposizione di restrizioni di transito da e verso i quartieri arabi è considerata una “punizione collettiva”, che il diritto internazionale non permetterebbe.

La ONG palestinese Al-Haq, che prende soldi dalle organizzazioni cristiane Diakonia (svedese), Brot für die Welt (tedesca), dall’Irlanda e dalla Norvegia, parla di “eccessivo uso della forza”, riferendosi agli attacchi terroristici come “crescente tensione” tra israeliani e palestinesi. Il Palestinian Center for Human Rights, che coi soldi dell’Unione Europea, Irlanda, Danimarca e Norvegia, avrebbe dovuto servire da ombudsman per la società palestinese, preferendo invece unirsi alla battaglia diplomatica contro Israele, ha condannato le operazioni militari nelle case dei terroristi palestinesi della settimana scorsa: gli israeliani son criminali, mentre degli attacchi palestinesi niente viene detto.

Lo stesso atteggiamento si trova nella propaganda ufficiale dell’Autorità Palestinese. Dopo le prime timide condanne alle violenze, Abu Mazen è passato a glorificare i “martiri” e condannare Israele per gli assassini dei palestinesi. la stampa palestinese si riferisce ai terroristi come “martiri”, e così Abu Mazen ha definito un crimine l’uccisione del terrorista tredicenne che ha accoltellato un ragazzino israeliano a Pisgat Ze’ev. Il Ministro dell’Educazione palestinese ha piantato il 13 ottobre un albero in memoria del giovane palestinese Halabi, il cui atto eroico è stato di uccidere due “coloni” (cioè israeliani) nella città vecchia. Altre cerimonie con alberi piantati in memoria dei martiri sono parte della propaganda politica dell’Autorità Palestinese, che glorifica gli attentati in difesa di Al-Aqsa.

Al-Ayyam, i comunicati stampa di Fatah, dell’ANP e di vari altri singoli ministeri adottano il linguaggio legalistico, condannando Israele per le “esecuzioni extra-giudiziali” di palestinesi che “compiono operazioni”, non attentati. Il solito meccanismo di “analisi” delle violenze in Israele e nei Territori segue una strada comune: le timide condanne dei primi attentati sono seguite dalle prese di posizioni contro Israele quale sia la politica che adotta, per riportare il discorso sull’occupazione. La pena suscitata dalle prime vittime israeliane si dissolve nell’orrore che suscita invece il soldato o il poliziotto, rimbrottati in quanto parte dell’occupazione. Nella matrice ideologica dell’occupazione, non ci sono attentati, bensì resistenza, non c’è difesa dei civili, bensì brutalità israeliana. E anche in quest’ondata di terrorismo il diritto internazionale serve per avanzare le convinzioni anti-israeliane.

Questa matrice si traduce nei titoli della stampa internazionale che parlano di “morti” e non vittime di attacchi terroristici, e di “polizia che uccide palestinesi”, non di polizia che neutralizza attentatori. E’ sconcertante che le posizioni politiche dell’Autorità Palestinese siano sempre più in linea con il mondo dei diritti umani, e che entrambi usino una lingua comune per attaccare Israele: quella del diritto internazionale.

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Giovanni Matteo Quer


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