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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Per cosa manifestano arabi ed ebrei? 11/10/2015
Per cosa manifestano arabi ed ebrei?
Commento di Giovanni Quer

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Violenze arabe a Nazareth

Ramle, Umm el-Fahem e Nazareth sono diventate questo fine settimana i centri delle proteste arabe contro Israele. A Nazareth cortei e manifestazioni hanno dato messaggi diversi: alcuni sventolavano striscioni con la parola “eguaglianza” e “67”, altri gruppi che urlavano “Allah-u Akbar”, altri che gridavano “siamo tutti Asra’a ‘Abed”, la terrorista di Nazareth uccisa ad Afula mentre tentava di accoltellare un soldato. A Ramle lanci di pietre e bottiglie molotov contro la polizia. Senza riferirsi agli attacchi di terrorismo, molti arabi israeliani sfruttano la situazione per avanzare la delegittimazione di Israele.

Yosef Jabareen, parlamentare arabo del partito Hadash, ha detto che il messaggio della manifestazione a Nazareth è uno: mettere fine all’occupazione. Abdallah Abu Ma’aruf, dello stesso partito, ha dichiarato che quanto accade è frutto dell’occupazione e del razzismo di Israele. “La polizia e i razzisti sono i veri terroristi”, gridavano altri partecipanti al corteo di Nazareth oggi. Altre manifestazioni sono in corso, come quella congiunta di arabi ed ebrei a Giaffa.

Attacchi terroristici contro cittadini israeliani dovuti all’odio anti-ebraico della propaganda araba: com’è possibile che passino sotto silenzio e vengano addirittura coperti dalle grida contro l’occupazione e il razzismo? Che la polizia venga accusata di razzismo perché uccide chi accoltella o tenta di accoltellare non è forse un assurdo? E la colpa della situazione è dell’occupazione israeliana e della presunta sistematica discriminazione contro i cittadini arabi.

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Vignetta antisemita diffusa in tutto il mondo arabo

Invece di avanzare gli interessi dell’integrazione degli arabi in Israele, le manifestazioni non fanno che aumentare la separazione, l’odio e il sospetto: la loro identificazione con il terrorismo palestinese, non è che un’arma politica di una frazione di arabi israeliani che sinceramente spera un giorno di non essere più una minoranza in uno stato bi-nazionale. La riprova è l’analisi della loro lotta politica: non un programma, non una proposta, non un’idea su come migliorare la situazione degli arabi se non la negazione di Israele quale stato ebraico.

Rifiutiamo la violenza, ma la violenza è causa dell’occupazione, è il mantra delle manifestazioni. Ossia, rifiutiamo la violenza della polizia israeliana, che non deve uccidere i terroristi, perché è una vendetta, ma deve fermarli e fargli un processo, come suggeriscono le organizzazioni dei diritti umani, mentre non diciamo nulla sulla violenza dei palestinesi, che sono vittime dell’occupazione e del razzismo. E’ la stessa strategia mediatica e politica degli ultimi trent’anni, che tutto condona ai palestinesi e di tutto incolpa gli israeliani. Mentre continuano gli attentati, compreso quello di stamattina a Gerusalemme, compiuto da un ragazzino di 16 anni che ha accoltellato due haredim di ritorno dal Muro Occidentale alla Porta di Damasco. Un testimone intervistato da Ynet lamenta che il ragazzino sia stato ucciso, perché era possibile fermarlo senza sparargli, non aveva più il coltello. Prontamente nominato “martire” dalla stampa palestinese, il padre ha rilasciato un’intervista a al-Hayyat al-Jadida, dicendo “lo hanno ucciso a sangue freddo”.

Un altro articolo cita Abu Mazen che invita Israele a fermare le costruzioni negli insediamenti. Il giornale che dovrebbe essere indipendente Al-Ayyam fa oggi la conta dei “martiri” dall’inizio del mese, 14, mentre riporta un articolo di Gideon Levy che spiega come anche i palestinesi abbiano delle responsabilità, ma la colpa è primariamente di Israele. Nella sua analisi, Levy sostiene che Israele è più forte che mai, mentre l’Occidente è debole nell’imporre a Israele una condotta adeguata, mentre i palestinesi sono divisi, deboli e le ferite della Nakba sanguinano come non mai.

Chi non ammette e non condanna chiaramente e in maniera univoca gli attentati di questi giorni non ha a cuore né il futuro degli israeliani né quello dei palestinesi. Degli israeliani che vengono attaccati solo per essere ebrei, non interessa molto, e non è una novità - i due haredim che oggi stavano tornandosene a casa dopo le preghiere mattutine al Muro Occidentale si interessano probabilmente più dei loro studi talmudici che della politica del conflitto, e il fatto che il ragazzino li abbia accoltellati prova che non voleva colpire degli israeliani per il loro essere sionisti o delle forze di polizia per la loro presenza “occupante”, ma semplicemente due israeliani per il loro essere ebrei. Dei palestinesi che con un coltello vogliono uccidere degli ebrei anche non interessa molto, apparentemente. Vengono sempre giustificati per la loro disperazione, e ben poco si fa perché abbiano un vero futuro. Ma il problema è sempre lo stesso: ci si è convinti ormai che la loro “disperazione” sia l’esistenza di Israele, o le poche centinaia di migliaia di israeliani che vivono nelle colonie, o i checkpoint, o le bandiere israeliane a Gerusalemme, o la polizia israeliana nei quartieri arabi o altro ancora.

E questa convinzione non è frutto di un particolare amore per i palestinesi, quanto di un odio per Israele. Se si avessero a cuore i diritti dei palestinesi, allora si dovrebbe urlare contro la loro disperazione instillata da un’educazione malata e un alimentazione forzata di odio costante. Ma per ora tutto tace, e si manifesta contro la neutra violenza, senza darle un nome, un volto, una faccia, e forse ammirandola un po’, o chiudendo un occhio, perché è una violenza frutto dell’occupazione - che serve a spiegare tutto e di più.


Giovanni Quer


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