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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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L’intifada fai-da-te: dalla propaganda palestinese alle ONG 09/10/2015
L’intifada fai-da-te: dalla propaganda palestinese alle ONG
Analisi di Giovanni Quer

Ogni anno dopo le festività di fine estate si parla di una possibile “terza intifada”, che dura però già da qualche anno, a intermittenza, e si appoggia a terroristi fai-da-te che spesso sono legati a qualche organizzazione islamica radicale, ma che pianificano e portano a termine gli attentati da soli. Il governo israeliano denuncia la propaganda di odio dell’Autorità Palestinese, ma la situazione dimostra che il sentimento anti-israeliano e l’inclinazione alla violenza sono ben più radicate, e passano attraverso i libri di scuola, la radio, i giornali, la TV e il silenzio della comunità internazionale.

Le reti sociali sono il segnale più importante e chiaro di come l’odio anti-israeliano sia diffuso. Dopo i primi attentati durante la festività ebraica di Sukkoth, le immagini del terrorista 19enne “diventato martire” sono circolate nella rete con acclami di ammirazione e rispetto, da parte di altri giovani, tra cui studenti anche delle università israeliane, eccitati dalla chiamata alla difesa di Al-Aqsa. Facebook e Twitter oggi diffondono la “guida del dimostrante”, che mette in guardia dai collaborazionisti pro-israeliani: vestirsi con jeans e maglietta infilata dentro i pantaloni, perché gli infiltrati (i cosiddetti “mustarabim”) la tengono invece fuori per nascondere armi, muoversi sempre in gruppi di almeno 10 persone, per non facilitare gli arresti, e per intensificare gli effetti delle pietre lanciate.

La stampa palestinese continua a lodare i “martiri” e incitare alla violenza, attraverso articoli e vignette. Oggi il giornale di Abu Mazen, al-Hayyat al-Jadida, presenta un soldato israeliano che scappa sotto una pioggia di pietre, mentre Al-Ayyam mostra una donna che devota toglie le pallottole dal sedere del marito di ritorno dalla battaglia. Nei giorni scorsi le vignette mostravano donne piangenti abbracciare Al-Aqsa mentre scappavano da soldati israeliani, uomini palestinesi inginocchiati sotto la sbarra di un checkpoint come se fosse una ghigliottina, un gruppo di ebrei in fila che procedono verso un dirupo dalla forma di Israele sotto la lama scintillante di un coltello. Non si nominano gli attacchi terroristici, ma le uccisioni dei "martiri" palestinesi e le storie delle famiglie, compresa quella del giovane arabo che lavorava al Begin Center, che ha tentato di uccidere Yehuda Glick. Gli articoli echeggiano frasi di accusa a Israele: “le forze di occupazione eseguono una serie di arresti di massa”, “le forze di occupazione uccidono palestinesi a Gerusalemme”, “l’esecuzione dei martiri palestinesi”, ecc.

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Una delle vignette, apparse sulla stampa araba palestinese in questi giorni, che incitano ad accoltellare gli ebrei

Lo stesso gusto retorico della propaganda palestinese si può trovare nelle reti di informazione vicine alle organizzazioni del BDS, mentre le organizzazioni dei diritti umani si pronunciano in sterili condanne o restano in silenzio. Organizzazioni come i “comitati popolari contro il muro” hanno iniziato dimostrazioni contro l’occupazione e la violenza israeliana, senza nemmeno citare gli attentati, e invece condannando le “esecuzioni extra-giudiziali” dell’esercito israeliano - ossia le uccisioni dei terroristi e le vittime degli scontri con i soldati. B’Tselem condanna gli attentati come parte di una generale condanna della violenza contro “israeliani e palestinesi”, e invita le forze di sicurezza israeliane a non adottare rappresaglie. Il giornale online +972, finanziato dalla fondazione politica tedesca Heinrich Böll Stiftung e dal Rockefeller Brothers Fund, posta un articolo intitolato "un altro tipo di terrorismo”, che descrive gli atti vandalici delle fange estremiste dei coloni, paragonandole in essenza e portata al terrorismo palestinese. Human Rights Watch esprime rammarico per l’attentato contro i “coloni israeliani”, che riconosce essere protetti dalle leggi di Ginevra, invitando Israele a non cedere a rappresaglie e condannando la generale politica di colonizzazione delle terre palestinesi.

L’organizzazione palestinese Badil, finanziata da organizzazioni cristiane come Trócaire e DanChurchAid, si è limitata a un appello contro la violenza dell’occupazione israeliana che ha ucciso un ragazzo palestinese di 13 anni, senza dare il contesto, cioè gli scontri con l’esercito, né la versione israeliana, che nega di aver utilizzato armi da fuoco negli scontri e cui è stato negato l’accesso ai reperti dell’ospedale palestinese di Bet Jalla.

Ieri anche a Tel Aviv un altro attentato, compiuto si pensa da un palestinese impiegato in un cantiere vicino alla sede dell’esercito, che ha utilizzato un cacciavite per colpire almeno cinque persone. Un cameriere, un lavoratore in un cantiere, un giovane palestinese, una donna… in quest’ondata di terroristi fai-da-te ci sono due aspetti che continuano a essere ignorati dalla comunità internazionale e dalla comunità dei diritti umani: uno è il profondo odio che spinge anche chi non è membro di una specifica organizzazione a compiere un attentato, il secondo è la diffusione della volontà di uccidere. Potenzialmente possono essere tutti terroristi che decidono di accoltellare un ebreo per strada, magari in un caffè dove lavorano, o in un autobus, imbevuti di un odio che rifiuta l’idea di ogni convivenza sotto un regime israeliano.

Il silenzio pavido e codardo del mondo dei diritti umani contro la macchina dell’odio e di violenza non è che l’ennesima conferma di una sola verità: non si tratta di una ribellione contro una politica o un’azione dell’esercito, ma di un odio profondo che è diretto contro l’esistenza di uno Stato ebraico e dei suoi cittadini. La retorica palestinese di difendere Al-Aqsa rafforza proprio questa visione. Non c’è nessuna restrizione alla libertà religiosa, se non proprio contro gli ebrei che non possono pregare sul Monte del Tempio; non c’è nessun progetto di ricostruzione del terzo Tempio; non c’è nessun progetto di far implodere le moschee scavando i tunnel. C’è solo la presenza di un governo israeliano che gestisce i luoghi musulmani, e in questo senso il rifiuto di riconoscere la sovranità ebraica su Gerusalemme è condiviso anche dai cristiani. I musulmani per la prima volta nella storia sono una minoranza, ma ciò che è ancor più inaccettabile, esattamente come per i cristiani, è essere una minoranza in uno Stato ebraico.

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Giovanni Quer


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