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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Perché a queste condizioni la pace è un miraggio 28/07/2015
Perché a queste condizioni la pace è un miraggio
Commento di Giovanni Quer

L’accusa più frequente a Israele è la volontà di non arrivare a un accordo di pace. Poi vi è l’accusa di impedire la pace con la politica degli insediamenti, per cui intere organizzazioni si mobilitano a boicottare Israele. Infine, il solito dito puntato sulle forze oscure dei potenti - “il popolo vuole la pace, i politici no”.

Eppure nemmeno il popolo vuole la pace, per via di due fattori: il movimento anti-normalizzazione e la propaganda anti-israeliana. Proprio in occasione della festività ebraica Tisha Beav, in cui si commemora la distruzione del tempio, il giornale e la TV di Fatah hanno intensificato la propaganda di de-ebraicizzazione di Israele. Yahya Rabah scrive su al-Hayyat al-Jadida in un articolo del 27 luglio 2015 intitolato “O Gerusalemme?” che Tisha Beav sarebbe una provocazione, un atto di aggressione organizzato dalle forze di occupazione israeliane. Izzat Daraghmah dice anche che i “rituali talmudici” messi in atto nel terzo luogo più santo dell’Islam sono una politica dell’occupazione israeliana per mettere tensione. Amor Calmi al-Ghoul propone di usare il turismo per intensificare i legami dei palestinesi con la loro patria e combattere la propaganda sionista. Palestinan Media Watch riporta anche le parole della ministra palestinese per Gerusalemme, Salwa Hadib, secondo cui Gerusalemme sarebbe stata una città cananea in cui i palestinesi sono presenti da secoli prima degli ebrei.

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"Come uccidere ebrei e andare in Paradiso"
"Ci sono domande?"

Simili affermazioni sono comuni nei giornali e nella tv palestinese. Allo stesso modo è diffusa la glorificazione dei martiri e della violenza. Abu Mazen che abbraccia i “prigionieri politici”, terroristi che scontavano pene dopo regolari processi e liberati nei vari accordi di pace; gli articoli e le cerimonie sulle tombe dei terroristi, nelle piazze dedicate a terroristi, nelle scuole e nei centri sportivi che celebrano i grandi “guerrieri e martiri” che hanno compiuto, aiutato a compiere, programmato o pianificato stragi, sono altri esempi di come la macchina della propaganda palestinese non abbia tregua.

Si può pensare che sia un fenomeno tipico delle dittature, per cui il regime la pensa in un modo e il popolo in un altro. Eppure a livello sociale non c’è molta amicizia per gli israeliani. Le organizzazioni per i diritti umani, che dovrebbero essere le più sovversive e anti-regime, sono in linea con la propaganda della Muqata. Già nel 2008 la rete palestinese NGO Development Center aveva pubblicato un codice etico per le ONG che finanziava che prevede l’anti-normalizzazione, cioè la rottura o il rifiuto di qualsiasi rapporto con associazioni o gruppi israeliani.

Le partite di calcio tra israeliani e palestinesi sono diminuite, così come i campi estivi in cui i giovani israeliani e palestinesi avrebbero dovuto conoscersi per costruire un futuro di pace. Di Gaza non si parla, se non della ricostruzione. Il programma di Hamas di formare 25000 nuovi miliziani per la guerra contro Israele non ha scosso le anime del mondo, così come non le hanno scosse i 7500 ragazzi tra i 16 e i 21 anni reclutati a gennaio di quest’anno (così ha appena annunciato Hamas).

Finché l’Europa non imporrà una sola condizione agli infiniti ingenti e compulsivi aiuti all’Autorità Palestinese, non si potrà parlare di pace. Un altro elemento per una politica di vicinanza a Israele: definire la condizionalità degli aiuti per mettere fine alla propaganda di odio e creare i presupposti per una pace duratura, come si ama dire.


Giovanni Matteo Quer


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