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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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L’Intifada urbana 06/11/2014

L’Intifada urbana
Commento di Giovanni Quer


Quello che resta del veicolo con cui ieri un terrorista palestinese ha ucciso e ferito a Gerusalemme

 A Gerusalemme è difficile non abitare vicino a dei quartieri arabi. Il mito della Gerusalemme Est e Ovest, araba e ebraica è quanto meno falso nei giorni dell’Intifada urbana, o Intifada Quieta, com’è stata definita. E anche se non abiti vicino a un quartiere arabo, i residenti arabi sono dappertutto - anche se si dice che ci sia l’apartheid in Israele. E l’Intifada Urbana incomincia a dare i propri effetti.

Per andare all’università dal centro ci sono due linee veloci, 19 e 17. In centro si aspetta con ansia l’arrivo di uno dei due autobus che in 20 minuti ti portano al Monte Scopus. Ma appena si avvicina il n. 17 c’è chi si avvicina alla porta aperta, esitando con la tessera in mano, storce il naso e indietreggia. Si preferisce aspettare il 19 o addirittura prendere il 34, che fa un giro lungo tra i quartieri ortodossi. “Io non lo prendo più il 17, passa a Wadi el-Joz, non so se arrivo”, si sente dire e c’è chi risponde: “Che differenza fa? Tanto anche il 34 passa alla Ammunition Hill, dove hanno fatto l’attentato”, quello in cui un ragazzo si è scagliato contro la folla alla fermata del tram.

Chi abita alla French Hill, vicino all’università non esce più da solo. Le molestie contro le ragazze sono frequenti; ma in questi giorni il rischio è di trovarsi nel mezzo di una sommossa. O forse che una pietra o una moltov planino sul parabrezza. La stazione di benzina che dà a ridosso del quartiere Shuafat non ha molti clienti ebrei e chi abita al confine guarda i tafferugli dalle finestre. La settimana scorsa hanno inaugurato il festival dell’arte “Menufim”, con eventi in diverse gallerie e luoghi espositivi, compresa una mostra alla Porta di Damasco. Ma anche lì, la gente ormai non ha molta voglia di avventurarsi. In città vecchia ci sono scontri, e chi per andare a pregare al Kotel deve passare per la Porta di Damasco, di solito ebrei ortodossi che non si curano molto di Israele, può fare spiacevoli incontri.


Violenze palestiniste a Gerusalemme: una nuova Intifada?

Non di rado si sentono le persone al telefono, per strada o ai caffè ricordare l’inizio della Seconda Intifada, che ha devastato Israele con morti e feriti. "E’ iniziata così”, dice una ricercatrice all'università, “qualche scontro, qualche scontro di più, e poi gli attentati”. Allora qualche ricordo si fa vivo: “dovevo andare a una festa di compleanno e i miei me l’hanno impedito, mi sono arrabbiata, abbiamo litigato, e sono uscita di casa a fare una corsa. Dopo nemmeno un’ora mi chiama mia mamma e mi chiede urlando e piangendo dov’ero: al bar dove c’era la festa c’era stato un attentato e 4 miei compagni di corso sono morti”.

I borghesi, verdi e tranquilli quartieri di Gerusalemme sud sono popolati da famiglie. Abu Tor, ormai quartiere misto, è in stato di allerta: da lì veniva il terrorista che lavorava al Centro Begin, dove ha poi sparato all’attivista Glick mercoledì scorso. A sud-est ci sono i quartieri di Jabel Mukaber e Sur Baher, che confinano con Armon ha-Natziv, East Talpiot e Arnona. Ad Armon ha-Natziv c’è una bellissima passeggiata che costeggia un colle da cui si può ammirare tutta Gerusalemme e che porta alla sede dell’ONU a Gerusalemme - “è meglio non andarci adesso, finché le cose non si calmano”. Da Jabel Mukaber venivano il terrorista che nel 2008 è entrato nella yeshiva “Merkaz HaRav” e ha sparato sugli studenti e anche il terrorista che quest’estate ha colpito un autobus con una ruspa. A settembre è stato fermato un altro terrorista che voleva far saltare la linea del gas. Sur Baher ha dato origine a non di meno: due militanti di Hamas sono stati fermati nel 2011 per aver pianificato un attentato allo stadio Teddy.

Proprio perché non c’è apartheid e proprio perché non c’è un confine tra est e ovest, un attentato può arrivare da una qualsiasi parte. Ma se sarà difficile che qualcuno ormai si faccia saltare in aria, una sparatoria, una sassaiola, una linea dell’acqua o del gas sabotate, un’auto lanciata in tutta velocità o una ruspa possono colpire chiunque dovunque. Si inizia a temere che i taxi non siano più sicuri, quindi si preferisce chiamare solo i numeri di compagnie conosciute. “Ancora qualche giorno e tutto si calma”, dice qualcuno. “Ma siete isterici, sono stato l’altro giorno a mangiare hummus a Gerusalemme Est e non è successo niente”, dice qualcun altro. “Che esagerazione, vado sempre a prendermi il caffè al shuq in città vecchia e non mi è successo niente”.

Si diceva fino a ieri. E oggi un altro attentato alla fermata del tram "shimon ha-tzadiq" con una ventina di feriti e un morto. Si può trascorrere una giornata intera, una settimana piena a Gerusalemme senza vedere nulla. Ma quando si rientra a casa e si sentono le notizie allora ti chiedi sempre se non possa capitare domani un qualcosa, magari solo perché si è nel posto sbagliato al momento sbagliato. Si può veramente pensare che sia la disperazione a far scattare la volontà a un ragazzo di scagliarsi a tutta velocità contro la folla?


Giovanni Quer


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