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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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I missili spiegati a mia figlia 20/08/2014
I missili spiegati a mia figlia
di Giovanni Quer


Bambini a Sderot durante un lancio di missili

Si chiama Yisrael è alto e grosso e col sorriso pieno di speranza. Abita nel sud di Israele, dove arrivano i missili, dove la vita si interrompe prima e durante ogni conflitto con Hamas per poi riprendere a singhiozzi con i razzi che cadono comunque. E come chi abita in un paesino, parla a tutti come se fossero i suoi vicini di casa. "Stai aspettando l'autobus per la stazione? Non ti conviene, prendi il tram, fa' come me". E così lo seguo. "Non riesco a immaginarmi quanti studenti ci sono durante l'anno. Per ora ci siamo solo noi". Fino alla tregua lunga poi infranta da Hamas, gli abitanti del sud sono stati invitati in vari posti del Paese. "Ci hanno accolto benissimo. Ma senza compassione. Dicevamo che eravamo del sud e ci hanno fatto entrare in musei, cinema, ovunque". Dice contento Yisrael intrufolandosi nelle stradine di Gerusalemme come se le conoscesse da una vita. "Mia moglie è rimasta ancora per qualche giorno con mia figlia, io devo tornare al lavoro". E gli occhi si fanno pensierosi. Yisrael si agita prima che arrivi il tram, mi chiede mille volte se è la direzione giusta se il biglietto va bene. "Sai qui è tutto grande, non siamo abituati". È nato e cresciuto in una cittadina del sud, in una famiglia ortodossa sefardita di Shas, "ma abbiamo tutti fatto l'esercito, guidavo i camion e lì ho imparato a orientarmi e a memorizzare le cartine; ma di treni non ci capisco niente". "La settimana scorsa stavo guidando per tornare verso il cantiere dove lavoro, e non abbiamo sentito la sirena per il gran rumore. Il missile ci è passato sopra e ha colpito il giardino della casa di fronte. Un po' ti abitui, ma non ai missili, alla paura". Sua figlia ha tre anni; parla tanto e fa tante domande. "Non sappiamo cosa dirle alle volte; ma abbiamo parlato con psicologi e con il nostro rav così le raccontiamo delle storie, chissà se serve. Ogni volta che sentiamo scoppiare qualcosa o che sentiamo i boom allora le diciamo che sono petardi. Le diciamo che a Gaza si stanno sposando e stanno nascendo tanti figli proprio ora e che a volte esagerano a far festa". Israel guarda fuori, le mura della città vecchia, poi si gira e spalanca gli occhi: "mah! Penso sappia che sono bugie. Alle volte sente qualcuno dire qualcosa sulla guerra e allora non sappiamo cosa dire. Per fortuna non abbiamo la tv". Sul tram di Gerusalemme gli annunci sono in ebraico arabo e inglese; Israel sorride: "anche da noi dovrebbero fare così perché ci sono tanti beduini, anche se parlano bene ebraico". Gli chiedo se le cose si erano calmate con il cessate il fuoco. "Ma va, nulla. Mia moglie non vuole tornare; nemmeno sua sorella. Mia figlia è felice, ma i miei nipoti meno, sono più grandi e non riescono a controllare il corpo, si fanno i bisogni addosso già da un mese". Siamo quasi arrivati in stazione e Israel si muove, si alza poi si risiede mi chiede di accompagnarlo alla corsia dell'autobus. "Non so cosa voglio. Mi dispiace dirlo, ma si sono accorti di noi solo quando i missili sono arrivati a Tel Aviv; mi dispiace parlare così però è quel che sentiamo noi. Ho paura che sarà ancora così per lungo tempo. Ho paura veramente di come crescerà mia figlia. Prima dell'ultimo cessate il fuoco, è suonata la sirena di notte e siamo corsi a prendere la bambina per andare al rifugio. Non era in camera sua, abbiamo cercato mia moglie piangeva e poi è caduto il missile. Eravamo ancora a guardarci quando lei entra dalla porta mezza addormentata: ci era andata da sola senza forse rendersi conto". Gli spiego quale autobus prendere e dove cambiare; ci impiegherà almeno 4 o 5 ore. Mi dice una serie di benedizioni: "mio cognato si occupa di vino e la settimana prossima sono a Tel Aviv perché fanno una fiera con i prodotti del sud. Se ci vai digli che mi conosci e ti tratterà bene". Israel recita altre benedizioni e gli occhi si fanno apprensivi.


Giovanni Quer

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