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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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ONG, dibattito politico e delegittimazione: le prime contromisure di Israele 17/08/2014
ONG, dibattito politico e delegittimazione: le prime contromisure di Israele
di Giovanni Quer


     
Sar-Shalom Jerbi   


Due casi di contromisure contro la delegittimazione sono al centro del dibattito israeliano sulla libertà di espressione e di associazione. Il direttore del programma di servizio civile nazionale (sherut leumi) Sar-Shalom Jerbi ha escluso l'ONG B'Tselem dalle organizzazioni in cui posso servire i volontari del servizio civile. B'Tselem è un'organizzazione israeliana che ha come proprio obiettivo il cambiamento della politica israeliana nei territori per garantire la protezioni dei diritti umani. Fondata da accademici, attivisti e giuristi, B'Tselem è impegnata nella delegittimazione di Israele, accusando lo Stato ebraico di apartheid, l'esercito di compiere crimini di guerra e i governi di sottrarre le risorse naturali ai palestinesi. Sar-Shalom Jerbi ha dichiarato che un'organizzazione non può accusare un regime di terribili crimini e poi usarne le risorse per i propri fini politici. Ma il ragionamento di Jerbi è stato accolto come l'ennesimo tentativo della destra di restringere la libertà di espressione della sinistra. Le accuse formulate dalla sinistra e dalla sinistra estrema verso il governo sono principalmente due: adottare una politica nascosta di limitazione della libertà di espressione e associazione, incitare alla delegittimazione di idee contrarie all'ethos ufficiale. Sulla stessa linea anche la parlamentare ora sospesa Hanin Zoabi, che negli ultimi due mesi è stata coinvolta in una serie di dichiarazioni controverse: prima ha definito i rapitori e assassini dei tre ragazzi israeliani come "resistenti"; poi ha definito i razzi di Hamas una risposta alla "occupazione debole" di Israele a Gaza; infine ha insultato due poliziotti arabi accusandoli di collaborazionismo con l'oppressore del loro stesso Paese. Hanin Zoabi è oggetto di un'investigazione parlamentare e di un'investigazione penale per incitamento all'odio. La sua figura è stata oggetto di vari attacchi da parte della destra e di molti cittadini, che la chiamano "traditrice" e la invitano a recarsi a Gaza (così anche il nipote su un video pubblicato su Facebook). La sinistra urla alla delegittimazione e al montante oscurantismo della destra, senza però ritenere opportuno ricordare che gli stessi parenti di Zoabi prendono le distanze dalle sue dichiarazioni. La sinistra accusa in generale la destra di delegittimare la sua posizione, senza però pensare che è altrettanto delegittimante definire chiunque altro un fascista o un razzista. In generale si accetta che il limite alla libertà di espressione sia fissato nella probabilità materiale che le dichiarazioni si trasformino in un pericolo reale all'ordine pubblico, alla sicurezza, o di limitazione di un altro diritto riconosciuto dallo stato. Così la libertà di espressione dev'essere limitata nel caso in cui le dichiarazioni siano preordinate a fomentare l'odio verso un gruppo culturale, religioso o etnico. Apparentemente B'Tselem o Hanin Zoabi non  rientrano in nessuno dei due casi, i quali liberamente si esprimono in virtù dei diritti umani o in virtù degli interessi della minoranza araba in Israele. Il pericolo di un'ondata di guerra giuridica e di boicottaggi contro Israele è reale e materiale, soprattutto con le campagne anti-israeliane iniziate dopo la guerra a Gaza nel 2009. Inoltre il pericolo di scatenare disordini e violenze interne non è da sottovalutare. Le contromisure israeliane si muovono in queste direzioni, non fosse che l'accento sulla libertà di espressione e azione politica si concentra sulle manifestazioni populiste. In questo dibattito due aspetti sono sottovalutati: il valore della sensibilità del pubblico e la considerazione dell'incitamento all'odio contro gli israeliani. La difesa del terrorismo, diretta o indiretta, e le insinuazioni di criminalità dell'esercito e delle politiche israeliane offendono il pubblico israeliano, martoriato dallo stragismo jihadista e dalle continue guerre. Il sentimento del pubblico è anche un valore che uno Stato deve proteggere e un interesse da bilanciare a fronte di altre libertà. In secondo luogo ciò che non si vuole considerare è che le dichiarazioni, estremiste o provocatorie, hanno un effetto di incitamento all'odio anti-israeliano, anti-sionista e antisemita. Le manifestazioni in Europa ne sono un chiaro esempio. Di qui allora la difficoltà nel distinguere la "legittima critica a Israele", che il mondo vuole caparbiamente difendere, dall'antisemitismo, che Israele è accusata di sfruttare per silenziare le opposizioni a scelte e decisioni politiche. Allora bisogna chiedersi perché le legittime critiche alla Cina per le violazioni dei diritti umani e l'occupazione del Tibet non si tramutino in violenze sinofobe. O perché  le legittime critiche al Marocco per l'occupazione del Saharawi non causano manifestazioni in cui moschee, negozi o ristoranti marocchini vengono attaccati. E bisogna chiedersi come mai se si accusa Israele allora anche l'ultimo dei consumatori si ritiene in dovere di non acquistare i pompelmi israeliani.
Non è anche questo fenomeno parte  della questione dei diritti umani ?


Giovanni Matteo Quer

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