lunedi` 30 novembre 2020
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
--int(0)
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE
Segui la rubrica dei lettori?
Clicca qui per condividere
l'articolo sui Social Networks

Bookmark and Share
vai alla pagina facebook
vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Le radici della legittimità di Israele: parla Alan Dershowitz (Video con sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


Clicca qui






 
Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
<< torna all'indice della rubrica
Herzlya: Il problema della pace in una analisi della società israeliana 09/06/2014
 Herzlya: Il problema della pace in una analisi della società israeliana
Commento di Giovanni Quer


La conferenza di Herzlya, il forum politico e economico internazionale su Israele e il medio oriente, ha quest'anno tre argomenti principali: Israele e i nuovi scenari regionali, innovazione e start up, e la pace con i palestinesi.
Le sfide interne sono state analizzate da Rawia Aburabia, avvocatessa e attivista beduina, Amnon Rubinstein, ex ministro dell'educazione e esponenti dei partiti Avodà e Yesh Atid.

La crisi economica in Israele assume forme diverse da quelle in Europa, in particolare il rincaro della vita e le prospettive di lavoro per i giovani. Le opportunità offerte dal l'innovazione e dal sistema di ricerca sembrano infondere nuovo ottimismo per il futuro dell'economia israeliana, ma le sfide sociali sono il maggiore ostacolo.
Aburabia ha puntualizzato che lo scarso investimento dello stato nello sviluppo dello status delle minoranze sta facendo allontanare anche quei gruppi che tradizionalmente si sono sempre identificati con Israele, dimostrando lealtà anche nel servizio militare - beduini e drusi in particolare. Le differenze sociali e lo scarso interesse del governo nel ridurre le differenze socio-economiche crea conflitti sociali che sono accentuati dalle poche opportunità di incontro, sostiene Rubinstein, che vede nel sistema di autonomia culturale israeliano un potenziale di ulteriore divisione sociale. Le statistiche mostrate dai ricercatori dell'università di Haifa mostrano tuttavia un netto miglioramento economico e un recupero della fiducia nello stato nel pubblico arabo.


Yaakov Amidror

Le sfide esterne che Israele deve affrontare, sostiene il prof. Yaakov Amidror dell'università di Bar-Ilan sono legate ai cambiamenti della regione più che al processo di pace. Un eventuale accordo coi palestinesi, spiega Amidror, non cambierà la realtà ai confini col Libano: Israele dovrà affrontare una prossima guerra che deve mirare alla distruzione dell'arsenale di Hezbollah accettando anche il prezzo di dover colpire civili tra i quali si nascondo i militanti che lanciano missili. La certa condanna internazionale del mondo occidentale può essere evitata, a opinione di Amidror, solo se Israele saprà costruire alleanze alternative a quelle occidentali, con Paesi africani, sudamericani e asiatici.


Yair Lapid

Si sono confrontati sulle sfide esterne relative alla pace coi palestinesi diversi esponenti politici israeliani che hanno esposto la loro visione di un possibile accordo e di una soluzione alla questione dei territori. Yair Lapid (Yesh Atid) sostiene che l'unico futuro per Israele sia il ritiro dagli insediamenti più isolati di Giudea e Samaria, mantenendo il controllo sugli insediamenti più grandi e su tutta Gerusalemme. Spiega Lapid che la visione messianica della destra religiosa di creare nuovi insediamenti in risposta a un mandato divino allontana ogni possibile soluzione stabile con i palestinesi, che hanno semplicemente aumentato le loro richieste rendendosi più ostili. D'altra parte, precisa Lapid, la visione messianica laica della sinistra che non distingue tra un insediamento nella Samaria orientale e il quartiere di Gilo a Gerusalemme non fa che consolidare l'atteggiamento massimalista dei palestinesi eliminando ogni diritto israeliano a decidere dei propri confini.


Naftali Bennett

È seguito l'intervento di Naftali Bennett (ha bayit ha yehudi), che sostenuto dagli applausi che l'hanno accompagnato ha esposto il proprio programma composto di due fasi: estensione della giurisdizione israeliana sulle aree già controllate (aree C) e futura concessione di un'autonomia più sostanziale ai palestinesi. Secondo il programma di Bennett, i palestinesi godrebbero di autonomia politica e di benefici economici per le relazioni industriali con Israele.


Itzak Herzog

Itzhak Herzog del partito Avodà ha configurato una pace possibile solo con il ritiro completo e la concessione di una Gerusalemme condivisa capitale di due stati. Una visione che Tzipi Livni ha bocciato, evidenziando anche i problemi pratici sia di un'eventuale annessione conforme alle aspirazioni della destra religiosa. L'annessione dei territori comporterebbe la fine di Israele come stato ebraico, nel caso si estendesse la cittadinanza ai palestinesi che modificherebbero gli equilibri demografici, o la fine di Israele come stato democratico, nel caso non si dovesse estendere la cittadinanza e Israele si trovasse a governare con sistemi giuridici differenziati a seconda dell'appartenenza nazionale. Bisogna poi tener conto che i grandi investimenti in Giudea e Samaria sono anche causa del rincaro della vita nel resto di Israele, dove il welfare state con incentivi e sussidi sembra essersi spostato più negli insediamenti che nel resto di Israele.


Gideon Saar

Gideon Saar (likud) non condivide la posizione del ritiro, figlia di una visione che da Oslo in poi ha creato una mentalità di concessioni sostanziali e progressive che hanno solo recato danni a Israele. Saar non condivide nemmeno il programma poco coerente di Bennett che non risolve le questioni fondamentali di gestione del conflitto e comporterebbe decisioni che a livello internazionale porterebbero più danno che beneficio. Saar si è espresso a favore dello status quo: ogni volta che Israele ha tentato di cambiare le cose (Oslo, ritiro da Gaza) ne è risultata una catastrofe per la sicurezza.


Tzipi Livni

Lapid e Livni sono convinti che gli investimenti in infrastrutture in Giudea e Samaria arrechino più benefici ai palestinesi che agli israeliani, a causa della presenza degli insediamenti. Bennett fa appello all'inaffidabilità e alla violenza palestinese per avanzare una visione sionista che ripropone la Grande Israele. In questo senso Livni accusa la leadership religiosa degli insediamenti responsabile di una radicalizzazione che si rivolge non solo contro gli arabi ma anche contro i soldati di Tzahal nelle operazioni di vandalismo nominate price-tag.

In una cosa sono tutti concordi: Israele deve riprendere il proprio ruolo propositivo e uscire dalla passività cui si è relegata che ha rafforzato i palestinesi, le loro innumerevoli richieste  divenute precondizioni per i negoziati. La Diversità di opinioni:  su cosa rappresenti il sionismo, il sogno di una grande patria ebraica storica, l'ispirazione a uno stato liberale a maggioranza ebraica, o il bilanciamento tra ebraismo e democrazia non ha però toccato una questione fondamentale: la pratica di un eventuale accordo. Bennett crede che le zone industriali possano quietare l'odio genocida palestinese? Lapid e la Livni credono che il ritiro di centinaia di migliaia di israeliani dagli insediamenti possa svolgersi con la stessa modalità del 2005? Israele sarebbe pronta ad affrontare un'ondata di condanne internazionali se dovesse scegliere il programma di Bennett? Sarebbe altresì pronta a rispondere alle richieste degli arabi israeliani dopo aver concesso tutto ai palestinesi?
Le visioni politiche che spiegano cosa sia oggi il sionismo sono egualmente interessanti ma mancano per ora di strategia.



Giovanni Quer


Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui
www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT