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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Yom Hashoah, a Gerusalemme. Yom Habushà (vergogna), a Ramallah 28/04/2014

Yom Hashoah, a Gerusalemme. Yom Habushà (vergogna), a Ramallah
Commento di Giovanni Quer


A suono della sirena di Yom Hashoah

Un suono secco, alle volte tentennante. La sirena tiene appesi tutti per due minuti. Madri che portano a spasso i figli in carrozzina, uomini che contrattano affari, anziane coppie che vanno a far la spesa, giovani che studiano nei café, altri che si spostano in macchina, bicicletta o camminano sui marciapiedi. E suona la sirena. Le macchine accostano e i passeggeri scendono. Chi è seduto si alza. Le persone escono dai negozi. Le conversazioni al telefono si interrompono. In piedi, braccia lungo i fianchi, dietro la schiena e conserte: tutti per due minuti si fermano, si scostano ai lati dei marciapiedi quasi a lasciar spazio a un corteo. Ed è un corteo di immagini, parole e ricordi che scorre rapido, dentro e tra le persone immobili col capo un po' chino. Le stesse immagini e parole che la tv e la radio trasmettono da qualche giorno, raccontando le storie dei sopravvissuti, ormai pochi, dei loro figli, che spesso tornano nei luoghi dove tutto è successo. Gli stessi ricordi di quegli anni in cui gli ebrei sono stati schiacciati dall'Europa che per poco li aveva illusi d'esser uomini e cittadini come tutti.
Il suono scema e la vita riprende: si ritorna ai propri affari, si riaccendono i motori, si riprendono in mano i telefoni. Guardandosi attorno si vede una gioventù sorridente e scanzonata, un traffico incessante di auto, autobus e clacson impazienti, gente riversa nei mille café che parla, discute, legge, scrive, operai che costruiscono nuove case, nonni che guardano i nipoti intenti nei giochi, sportivi che corrono prima che il sole diventi insopportabile. Vita e vitalità. Proprio mentre il popolo ebraico ritornava a essere nazione, è stato morso dalla Shoah. Ed ora ecco qui Israele che sembra riecheggiare in ogni dove e in ogni quando le parole della canzone dei partigiani ebrei di Hirsh Glick: "presto giungerà il tanto atteso dì; il nostro passo irromperà: "noi siam qui!".


L. Morgantini e N.Vendola incontrano Fadwa Barghouti

A poche ore, a pochi chilometri di distanza, invece, yom ha-bushà (il giorno della vergogna). A Ramallah Luisa Morgantini e Niki Vendola incontrano la moglie di Marwan Barghouti, militante di Tanzim (il braccio militare di Fatah) e delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, mente di attentati suicidi durante la Seconda Intifada. Barghouti in inglese si "limitava" ad appoggiare la violenza contro soldati e coloni. In arabo predicava il terrorismo. Proprio a ridosso di Yom Hashoah, la Morgantini e Vendola lo definiscono un Che Guevara palestinese. Piangendo della cella "striminzita" in cui sconta cinque ergastoli, lo considerano un prigioniero politico, un resistente, un partigiano. Dalla sua cella striminzita in Israele, Barghouti ha ottenuto un dottorato dall'Università del Cairo e ha contribuito alla nuova intesa tra Fatah e Hamas. Barghouti ha la cittadinanza onoraria della città di Palermo. Morgantini e Vendola si son presi a cuore la causa del Che Guevara palestinese. Proprio ora che Fatah e Hamas ricongiungono le forze per distruggere Israele? Proprio in questi giorni che il dolore della Shoah e delle guerre si fonde alla gioia dell'esistenza di Israele? La violenza e l'odio contro Israele meritano d'essere nobilitati a liberazione? Non c'è spazio per nessun dibattito. Forse per un cinico sbigottimento. Di sicuro per un indignato "vergognatevi".


Giovanni Quer


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