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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Occupazione, sionismo e la fuga dall'autocritica della minoranza araba in Israele 07/04/2014

Occupazione, sionismo e la fuga dall'autocritica della minoranza araba in Israele
Analisi di Giovanni Quer


Giovanni Quer
        La cantante arabo-israeliana Mira Awad


Salim Joubran 

 La minoranza araba in Israele è intrappolata dalla retorica anti-israeliana e dall'orgoglioso senso di appartenenza nazionale. Essere arabi in Israele non è semplice, e ammettere che sia preferibile vivere in Israele rispetto ad altri Stati nella regione non è una consolazione accettabile. Tuttavia, per quanto scomoda sia la posizione minoritaria, la comunità araba trae benefici dal vivere in una democrazia, e lo si vede dall'attivismo sociale e politico. Solo un problema rende impossibile un vero e proprio sviluppo sociale della comunità araba: la trappola dell'antisionismo.

Gli arabi di Israele hanno assorbito molto la cultura israeliana: l'instancabile attivismo sociale per il miglioramento, la volontà di viaggiare e conoscere, la maggiore libertà delle donne, l'accesso alla formazione superiore, il più diffuso desiderio di leggere e conoscere. Nof Atamna-Ismaeel, araba israeliana con un dottorato in chimica, ha vinto quest'anno l'edizione di masterchef Israele. Mira Awad, araba cristiana di Rameh, è una cantante, attrice e presentatrice di successo che ha condotto un programma su donne e gay nella comunità araba. Salim Joubran è giudice della Corte Suprema di Israele. Lina Makhoul, araba cristiana, ha vinto l'edizione di The Voice of Israel l'anno scorso. Esempi di come gli arabi in Israele possano vivere integrandosi nella moderna società israeliana.
Ma la comunità araba è intrappolata dall'insofferenza di essere una minoranza, imbevuta di ostilità contro lo Stato ebraico quale elemento strutturale dell'orgoglio nazionale arabo. Il livore arabo acceca gli animi e la razionalità

A Gerusalemme Est il mese scorso è stata organizzata la "Giornata della Lettura": giovani e meno giovani hanno indossato tutta la giornata una maglietta con la scritta "ana ba'ara" (io leggo) per incoraggiare la gioventù alla lettura. La popolazione araba non legge molto, se non quella cristiana.
A Tel Aviv c'è un'organizzazione chiamata Bet-Dror, casa di libertà, che accoglie giovani LGBT in fuga da situazioni di violenza per il loro orientamento sessuale. Molti sono arabi, che oltre all'emarginazione spesso rischiano la morte per l'assassinio d'onore.
Nel nord di Israele alcune associazioni lavorano con le famiglie arabe per convincere i genitori a lasciarle studiare, o a permettere loro d'intraprendere una carriera dopo gli studi. Le ragazze spesso sono vittime di violenza da parte del padre, dei fratelli o degli zii, nel caso non siano sufficientemente sottomesse.
Il governo israeliano continua la pratica di imposizione di sindaci ebrei nei villaggi arabi per il miglioramento della gestione della cosa pubblica. La popolazione araba per la maggior parte non paga le tasse e i soldi pubblici vengono gestiti dalle famiglie dei notabili i cui membri ricoprono cariche importanti senza vere e proprie elezioni.
I cristiani in Israele incominciano a svegliarsi e a pretendere protezione dalle continue vessazioni della comunità islamica.

Di tutto questo non si può parlare senza essere accusati di razzismo. Ogni critica alla società araba e musulmana è silenziata dalla paura di essere "giz'anim" (razzisti), e per questo la comunità internazionale finanzia in Israele molti progetti sul rispetto della diversità. Le organizzazioni dei diritti umani sono ostaggio di questo paradigma insano che spiega qualsiasi cosa con la matrice dell'occupazione. Con argomentazioni più o meno sofisticate, ogni problema è ricondotto all'ingiustizia sionista: se le donne arabe sono in media meno istruite, è per il razzismo; se i gay vengono picchiati, è per l'occupazione; se gli arabi non leggono è perché Israele non protegge le minoranze.

Ammettere che "è meglio vivere in Israele che nei Territori" è forse un passo troppo grande per il profondo e virulento orgoglio nazionale arabo. Ma in questo modo gli arabi di Israele stanno perdendo l'opportunità storica di un cambiamento radicale nella cultura e nelle pratiche sociali. Gli arabi israeliani potrebbero diventare un esempio per tutto il mondo arabo su come sia possibile vivere secondo i principi universali di libertà, giustizia e tolleranza senza abbandonare i tratti culturali comunitari. L'opportunità è proprio Israele, un laboratorio sociale dove ogni gruppo sociale può assorbire i principi democratici integrandoli nelle particolarità culturali.

Ma la ferocia antisionista devasta ogni spazio di autocritica. La razionalità idealista richiederebbe che gli arabi ammettessero che Israele è una democrazia, ma si potrebbe essere semplicemente pragmatici e fare epoke dell'orgoglio nazionale. Finché le organizzazioni dei diritti umani si presteranno al gioco anti-israeliano, non ci sarà possibilità di cambiamento.


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