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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Il Medio Oriente si sta riassestando? 08/03/2014
 Il Medio Oriente si sta riassestando?
Commento di Giovanni Quer

                                                                 Giovanni Quer

 L'Iran ha di nuovo perso la faccia, L'Arabia Saudita si scaglia contro i Fratelli Musulmani, l'Egitto dichiara guerra a Hamas e la Palestina non desta grande interesse. Se non c'è forse la pace all'angolo, nuovi interessi condivisi possono portare a una nuova stabilità. L'Arabia Saudita si è mossa contro i Fratelli Musulmani, il movimento islamista dal volto moderno che aveva scosso l'intero mondo arabo portando una rivoluzione di stampo iraniano. Il Regno saudita come le altre dinastie del Golfo hanno dichiarato la Fratellanza un'organizzazione terroristica, elogiati dall'Egitto. L'ira saudita si è abbattuta anche sul Qatar, principale sponsor dei Fratelli Musulmani e sede della tv araba al-jazeera, che ultimamente è stata troppo critica delle nazioni del Golfo, tanto da far convincere i principi del Golfo a ritirare i propri ambasciatori. L'Egitto aveva già dichiarato Hamas come entità terroristica, iniziando una lotta al jihadismo interna al mondo arabo, da quello laico a quello certamente religioso. Mercoledì Israele ha portato a termine una rischiosa e complessa operazione militare sulle acque del Mar Rosso, intercettando la nave che trasportava missili diretti a Hamas dall'Iran attraverso il Sudan e il Sinai. Dopo che la diplomazia europea e americana ha riabilitato il volto dialogante dell'Iran, il caso della nave smaschera il cuore che pulsa di rivoluzione verde anche dietro i sorrisi e le strette di mano. Mentre il mondo arabo è troppo occupato a fare in modo che le frange jihadiste non estendano i sogni anarchici in tutto il Medio Oriente, si sono dimenticati tutti dei palestinesi: Abbas non è mai stato ragionevole, perché la diplomazia di Kerry usa tutti i mezzi per costringere Israele ad un compromesso. Risultato: Abbas alza sempre di più la voce, chiedendo la liberazione di altri "prigionieri politici", il congelamento negli insediamenti, non vuole riconoscere Israele come Stato ebraico, non vuole nemmeno il ritorno dei profughi - non tutti in un colpo, ma a scaglioni lo pretende. Kerry tenta ora di coinvolgere Abdallah di Giordania, forse per placare Abbas, la cui voce si fa sempre più forte da quando le grida dei siriani hanno assordito la "sofferenza palestinese".
Israele attraversa un momento di grandi opportunità, non per una vera pace, ma per una lunga tregua basata su solidi interessi. Il mondo arabo ha chiuso un occhio sul jihadismo per troppo tempo, ed ora il caos sta dilagando, fomentato e alimentato dalle speranze anarchico-messianiche sciite. La più grande tensione interna ad Israele è la questione dei haredim (ultra-ortodossi), che hanno manifestato lunedì contro la legge sulla leva militare obbligatoria. La lotta contro la leva militare sta unendo correnti haredi storicamente contrapposte, creando un unico blocco che si oppone al cambiamento imposto dallo Stato che non riconosce come ebraico e con cui ha rapporti complessi, spesso di interesse e tensione - la questione fondamentale è l'introduzione delle sanzioni penali per chi rifiuterà l'arruolamento. La grande forza interna della comunità haredi sta nella percezione dell'attuale governo israeliano come di una forza persecutrice. L'integrazione dei haredim è questione complessa: chi critica il governo per aver adottato una via di costrizione, non pensa che alle volte i cambiamenti vanno imposti; chi elogia il governo non tiene conto che la forza alle volte può essere controproducente e radicalizzare le posizioni.
Israele e la regione stanno affrontando cambiamenti radicali che per ora sembrano portare ad un futuro di tregua, con nuove collaborazioni (anche informali) su vari interessi condivisi, come la lotta al jihadismo e alla supremazia dell'Iran, e nuovi aspetti sociali, come la progressiva integrazione dei haredim nella società israeliana.


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