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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Anche i rifugiati scioperano: l'arroganza dei diritti umani 07/01/2014

Anche i rifugiati scioperano: l'arroganza dei diritti umani
analisi di Giovanni Quer


Giovanni Quer

L'Alto Commissariato dell'ONU per i Rifugiati (ACNUR) ha condannato Israele per l'incerta politica di Israele sui rifugiati. La posizione dell'ACNUR si unisce alle mille voci delle associazioni che credono di proteggere i rifugiati con l'arroganza della giustizia e dei diritti. La destra si ricorda degli abitanti di sud Tel Aviv solo ora, fomentando la loro paura in gran parte xenofoba e facendosi paladina della maggioranza ebraica di Israele.

Si può recuperare un po' di buon senso?

Non è chiaro come le associazioni di sinistra radicale vogliano aiutare i rifugiati. Da loro nulla di sente di quello che passano nei campi di tortura del Sinai dove vengono tenuti in ostaggio per estorcere denaro ai loro parenti già rifugiati da qualche parte. La retorica con cui presentano la questione è indignante: le richieste a Israele sono fatte in nome della Shoah cui molti degli abitanti di Israele sono sopravvissuti. I controlli della polizia sono definiti "Aktion" come i rastrellamenti nazisti. E intanto organizzano manifestazioni e raccolgono ogni bene che portano ai centri di residenza (come il nuovo Holot). Il loro afflato umanitario si tinge dei toni vivi della trita retorica contro lo Stato contro le istituzioni, contro Israele che tanto trovano insopportabile.

Ma si parla mai da dove vengono e perché sono in Israele? Se il problema è la persecuzione perché non si manifesta contro la violenza e la repressione dei diritti umani nei loro Paesi? Se il problema è la disagiata situazione economica qual è la soluzione che si pensa più appropriata, un travaso di popolazione verso gli Stati più ricchi?

Mentre i talebani dei diritti umani sobillano i rifugiati, si perde di vista una serie di eventi: la manifestazione davanti alla Knesset due settimane fa, le grandi manifestazioni a Tel Aviv (in congiunzione con altre più prosaiche motivazioni per uscire in strada), e lo sciopero annunciato ieri dai loro lavori con una mega manifestazione oggi in piazza Rabin a Tel Aviv.

Dunque la feroce repressione delle libertà da parte dello stato fascista di Israele permette ai rifugiati di manifestare? Il razzismo sionista che ha prodotto l'apartheid israeliano permette ai rifugiati dalla pelle nera di andare di fronte alle Knesset?

"Vogliamo un rifugio ci hanno dato una cella". "I rifugiati piangono". "I rifugiati vogliono diritti". Nessuno però condanna l'Italia per le sue politiche sui rifugiati, nonostante gli scandali che di recente hanno denunciato il trattamento disumano dei rifugiati nei centri di residenza temporanea. Quando in Italia si intervista in abitante disperato di Lampedusa che lamenta la loro situazione nessuno pensa sia razzista. Se a esprimere le stesse idee è un residente della periferia di Tel Aviv, allora è razzista.

Colpisce l'arroganza con cui si pretendono diritti e politiche da uno stato. Colpisce perché la domanda è mal posta e il tono indignante. Se gli stati sono obbligati a proteggere e dare rifugio a chi fugge da persecuzioni e disastri, non è diritto di un rifugiato puntare i piedi contro lo stato che lo ha accolto pretendendo questo o quello. È suo dovere denunciare il vero responsabile della sua situazione, ossia lo stato di origine. Ma né le associazioni né l'ACNUR né la comunità internazionale sembrano condannare Eritrea, Sudan Congo o altro. E mentre Germania, Svezia, Danimarca, Canada e Australia si affrettano a pubblicare i loro "libri bianchi" definendo la loro disponibilità massima di accettazione di rifugiati, il mondo si leva contro Israele, Italia, contro gli abitanti di Lampedusa e delle periferie di Tel Aviv.

La risposta da destra, intrisa del populismo ottuso che guarda al proprio orticello, considera il malcontento dei poveri delle periferie, di cui si accorgono solo ora e solo per andare contro la sinistra. Si sono finora guardati bene dal rispondere all'emergenza. Se Israele dovesse finalmente adottare una politica sui rifugiati, per quanto restrittiva, aprirebbe le porte a un'ondata migratoria che finora è riuscito a limitare solo con le barriere ai confini dell'Egitto.

Non è poi così semplice distinguere tra rifugiato e "migrante economico" soprattutto se la provenienza è un'area di conflitto e la decisione finale sarebbe non priva di conseguenze diplomatiche, perché Israele non può permettersi di limitare i propri immigrati come altri stati senza incorrere in accuse di razzismo. Eppure è prerogativa di uno stato definire la propria natura nazionale e adottare una regolamentazione delle entrate che privilegi una o l'altra nazione. Israele è e vuole rimanere uno Stato ebraico e l'assorbimento di un gran numero di rifugiati metterebbe a repentaglio questa sua natura. Non è razzismo né fascismo: è la logico dello stato nazione. Ma in un mondo in cui l'ideologia relativista ha sopraffatto il buonsenso, la giustizia è diventata strumento contro le istituzioni, i diritti umani sono diventati il passaporto dell'irrazionalità e i confini nazionali sono diventati simbolo di razzismo, la retorica sui rifugiati prevale su ogni logica soluzione alla loro disperazione.


Immigrati clandestini protestano

La giustizia per i rifugiati incomincia nei Paesi da cui sono scappati. Ci immaginiamo un mondo in cui tutti gli africani vengono a vivere in Europa o in America ad ogni guerra civile o a ogni crisi economica? I diritti dei rifugiati non possono esser equiparati a quelli dei cittadini di uno stato. Siamo ancora a discutere se l'eguaglianza significa "la stessa cosa per tutti" o "tutti possono avere le stesse cose"? Quindi che ONU Europa e il quartetto si siedano e risolvano il comune problema.

È probabile che in Israele i rifugiati ottengano più di quello che possono avere in Italia o in Germania o in Svezia: in Israele manifestano contro i politici, si fanno intervistare in radio (parlando peraltro un buon ebraico), vanno davanti al parlamento, fanno sciopero dai loro lavori umili e mesti che hanno messo in ginocchio non pochi ristoranti e bar nella boema telaviviana. E questo perché che si sia d'accordo o meno con quanto dicono e vogliono, qui in Israele la democrazia incomincia proprio per strada, dove tre o quattro persone alzano la voce, radunando consensi, attirando l'attenzione con fastidiosi populismi, alzando cartelli e riempiendo le piazze di manifestanti. È una democrazia attivista, che mostra solo quanto alla gente interessi quello che gli sta attorno. È una democrazia spesso arrogante e assordante che sta sempre cercando il modo di migliorarsi, e ognuno crede di aver ragione.


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