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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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L’esempio di padre Gabriel Nadaf: i cristiani in Medio Oriente 20/12/2013

L’esempio di padre Gabriel Nadaf: i cristiani in Medio Oriente
analisi di Giovanni Quer


Giovanni Quer
a destra, padre Gabriel Nadaf

 L’animosità tra la minoranza araba e lo Stato ebraico è comune a musulmani e cristiani, che vociando la loro opposizione a Israele sperano di avere un posto d’onore nella nazione araba. Le comunità cristiane, che fino alle fine dell’Impero Ottomano vivevano come anche le comunità ebraiche soggette allo statuto islamico della dhimma (applicato agli infedeli “tollerati"), hanno creduto per un secolo di potersi garantire una cittadinanza tra le società islamiche, assimilandosi alla “nazione araba”, contribuendo allo sviluppo dei movimenti nazionalisti, impegnandosi in politica e partecipando alla vita culturale.

 L’assimilazionismo dei cristiani in Medio Oriente ha portato alla morte delle lingue che le comunità cristiane parlavano, il bizantino in epoca antica, l’aramaico e il copto di recente, il progressivo allontanamento dalle tradizioni culturali bizantine e la riscrittura della loro storia come “minoranze arabe”. L’abbandono della coscienza di popoli conquistati e originari delle terre del medioriente recava in sé una speranza: ottenere l’eguaglianza nei vari Stati arabi nazionalisti a maggioranza islamica. Una speranza travolta da persecuzioni mai cessate e soprattutto da centenarie vessazioni religiose che si sono trasformate nei secoli in disdegno e disprezzo culturale.

 Nonostante i periodi storici di “Bildung arabo-cristiana”, come a cavallo tra il XIX e il XX secolo, i cristiani non hanno mai trovato piena cittadinanza nei Paesi arabi. Qualcuno è riuscito ad arrivare a posizioni di governo, come sotto Saddam Hussein in Iraq; qualcuno ha avuto successo nello spettacolo, come Omar Sharif in Egitto, ma in generale i cristiani nei Paesi arabi sono discriminati, direttamente o indirettamente, vittime di una generale ostilità e percepiti attraverso stereotipi che ingenerano odio, disgusto o ridicolo (basti vedere l’immagine dei copti costruita dal romanziere egiziano Alaa al-Aswany).

 Nemmeno il progetto europeo di creare un’enclave cristiana in Medio Oriente (il Libano) è servito a riscattare i cristiani e oggi, con il ritorno del radicalismo islamico nei Paesi arabi e nelle comunità islamiche in Occidente, la persecuzione e la violenza tornano a esser i tratti tipici dei rapporti con i musulmani. Da sempre associati all’Occidente per la comunanza religiosa e di valori, i cristiani in Medio Oriente sono stati resi prima “estranei” alla società islamica, pur essendo indigeni, e poi “nemici”, perché infedeli.

 Nemmeno la Palestina, dove nasce la cristianità, è terra sicura per i cristiani. Il secolo scorso erano circa il 10% della popolazione, ora tra Gaza e West Bank, i cristiani sono circa l’1%. Attacchi alle chiese, pogrom nei quartieri cristiani, confische illegali di beni e terreni, conversioni forzate. In Israele costituiscono il 10% della minoranza araba; si definiscono “palestinesi” e volendo esser più realisti del re, sempre nella speranza che la nazione araba li accolga, sono in prima linea nella lotta contro Israele. C’è tuttavia chi si oppone, chi vuole vivere pienamente da cittadino israeliano, godendo della democrazia e contribuendo alla società: aumentano non solo i cristiani che fanno il servizio civile ma anche quelli che servono nell’esercito.

 Padre Gabriel Nadaf, greco-ortodosso di Nazaret, è il leader degli “integrazionisti”, parlando apertamente alla stampa e in pubblico delle sue convinzioni: i cristiani prosperano in Israele perché sono cittadini di uno Stato democratico, i cui valori di libertà ed eguaglianza hanno radici nella tradizione ebraica; i cristiani in Israele devono contribuire alla società israeliana e per integrarsi devono servire nell’esercito. Padre Gabriel Nadaf non si definisce arabo cristiano, ma cristiano di lingua araba: non è una sottigliezza semantica, ma una posizione politica che svela convinzioni politiche e una profonda coscienza storica. Padre Nadaf riceve minacce di morte, i suoi “seguaci” (giovani e famiglie) sono vittime di attacchi nei loro villaggi, in un clima di ostilità contro l’integrazione dei cristiani alimentato dai parlamentari arabi della Knesset (in particolare da Hanin Zoabi e Muhammad Barakei).

 Le persecuzioni islamiche hanno comportato negli ultimi due secoli e così anche di recente a massicce emigrazioni di cristiani in America Latina, mentre il diffondersi dell’islamismo ha risvegliato tristi memorie nelle comunità cristiane orientali: saccheggi, pogrom, eccidi, stupri sistematici-come accade in Iraq dal 2003 e come accade oggi in Siria. I cristiani del Medio Oriente sono ormai comunità perdute, vittime delle violenze del radicalismo islamico e soprattutto del silenzio dell’Occidente. Perciò la posizione di Padre Nadaf è molto semplice: siamo fortunati a vivere in Israele, dove possiamo prosperare ed è giusto contribuire alla società come tutti gli altri; ma per i cristiani di Nadaf servire nell’esercito israeliano è un atto per integrarsi e un gesto di solidarietà alle tante comunità cristiane del Levante.


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