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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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La questione beduina: modernità o razzismo? 08/12/2013
La questione beduina: modernità o razzismo?
Analisi di Giovanni Quer


Giovanni Quer

 Un gruppo di parlamentari arabi della Knesset si è rivolto a John Kerry perché interrompa il piano Prawer di regolamentazione della questione beduina. Molte ONG israeliane hanno fornito rapporti e dati in base ai quali l’ONU ha condannato il piano Prawer.
La settimana scorsa e ieri sabato 7 dicembre sono state organizzate manifestazioni violente a Haifa, Giaffa e Be’er Sheva contro la regolamentazione della questione beduina, dirottate dai gruppi islamisti che hanno fatto proprio il malcontento dei beduini per organizzare un evento contro Israele,  i manifestanti avevano striscioni con la bandiera palestinese.
La questione beduina nasce già in epoca ottomana, quando la riforma del 1858 impose la registrazione dei titoli di proprietà sulle terre. Molti beduini non ritennero opportuno registrare le loro proprietà che da secoli facevano valere con uno stile di vita semi-nomade.
Il mandato britannico ereditò il sistema catastale ottomano, che venne poi modificato da Israele.

 I beduini del Negev, circa 200.000 persone e 33% della popolazione della zona, sono parte della popolazione fuggita o evacuata nella Guerra d’Indipendenza, che fino al 1966 visse sotto legge marziale.
Negli anni ’70 ci fu una progressiva integrazione dei beduini, con un crescente numero di giovani che serviva nell’esercito, un progressivo abbandono di tradizioni culturali incompatibili con una società moderna (come la poligamia e le mutilazioni genitali femminili), e molti villaggi beduini vennero riconosciuti dal governo, con differenti classificazioni amministrative (villaggi, circondari, cittadine ecc.).
Altri gruppi famigliari legati a tribù che gravitano in zone specifiche del Negev, sono rimasti in agglomerati abitativi non riconosciuti (kfarim bilti-mukarim) che pertanto non hanno infrastrutture né servizi (elettricità, fogne, acqua corrente, servizi sanitari e scolastici) e in cui vivono circa 80.000 beduini.

La questione beduina si compone di due aspetti: i diritti sulla terra e lo sviluppo sociale-economico della popolazione. Le dispute sulla proprietà delle terre sono intrise di complicate interpretazioni giuridiche e politiche. La classificazione catastale ottomana delle terre beduine verte su due istituti: "arazi mirie” (terre del sultano concesse in uso a gruppi il cui diritto si trasmetteva di generazione in generazione) e “arazi mevat” (terre abbandonate).
Con la nascita di Israele le terre sono state tutte nazionalizzate e date in concessione a gruppi o individui, fino alla riforma del 2009 quando è stata introdotta la proprietà privata sulle terre. Un numero consistente di cause pendenti nei tribunali israeliani deve definire i titoli di proprietà delle terre beduine, che rivendicano la proprietà su tutte le terre che i gruppi semi-nomadi utilizzavano nell’arco dell’anno.
Il piano Prawer, da cui la contestata proposta di legge Begin che ha passato la prima lettura alla Knesset, si basa sulle dispute storiche e su principi socio-economici che prevedono uno sviluppo della società beduina nel lungo-termine. Il piano Prawer prevede l’allargamento delle cittadine e dei villaggi beduini già esistenti, il riconoscimento di parte dei maggiori villaggi non ancora riconosciuti e la compensazione in terre (25%) o in denaro per le famiglie che dovranno essere evacuate dai villaggi non riconosciuti che non diventeranno legali.
La concentrazione dei beduini in villaggi e cittadine non riguarda la “sedentarizzazione” (da tempo i beduini hanno abbandonato la vita semi-nomade), ma la “modernizzazione” della popolazione che vivrà con infrastrutture socio-sanitarie adeguate. Il cambiamento implica un mutamento sociale che secondo lo Stato di Israele è modernizzazione e sviluppo, mentre secondo alcuni gruppi sociali è percepito come imposizione di standard occidentali. L’urbanizzazione e la semi-urbanizzazione dei beduini ha portato sviluppo e progresso in una società le cui norme interne sono ancora arcaiche e tribali - ancora non è stata sradicata la poligamia, per esempio, mentre le donne in contesti non urbanizzati faticano a veder riconosciuti i loro minimi diritti.

La contestazione del piano Prawer ha due ragioni. La prima riguarda la percezione di ingiustizia nella regolamentazione proposta. In questo senso il movimento dei villaggi beduini non-riconosciuti ha un obiettivo massimalista, ossia il riconoscimento della proprietà di tutte le terre pretese (comprese le contese che sono nate dopo gli anni ’70, quando sono stati riconosciuti i primi villaggi beduini), mentre ogni proposta del governo israeliano è stata bocciata con accuse di razzismo e colonialismo.
Le ONG hanno tentato di rifarsi al regime giuridico internazionale dei popoli indigeni, a sostegno della tesi che gli ebrei siano estranei che abbiano costruito uno Stato coloniale.
Gli islamisti accusano gli ebrei di soprusi contro i musulmani. Gli arabi sfruttano il malcontento dei beduini per farne dei nuovi palestinesi vittime del regime sionista, quando invece i beduini non si sono mai identificati con gli arabi, da cui sono sempre stati di discriminati.
L’urbanizzazione o la semi-urbanizzazione comporta un mutamento radicale all’interno delle società beduine e nel loro rapporto verso lo Stato. Abitare in un villaggio riconosciuto significa avere servizi ma dover pagare le tasse, dotarsi di sistemi di rappresentanza soggetti alle leggi e ai principi democratici che poco si confanno ai tradizionali istituti di rappresentanza tribale. Avere una residenza in un villaggio riconosciuto dal governo comporta maggiori controlli sociali da parte dello Stato, come sul divieto di poligamia e sull’obbligo di istruzione anche per le donne.
Infine, la modernità della vita in un circondario amministrativo legale implica un cambiamento delle tradizioni arcaiche tribali che non si confanno alla struttura sociale israeliana. L’obiettivo di Israele di sviluppare la parte di società beduina tuttora ancorata a leggi tribali è percepito come un’imposizione coloniale e imperialista che non rispetta la diversità. E’ questo il vero punto focale della questione beduina. Le dispute territoriali riguardano solo il 15% dei beduini del Negev, il cui movimento appoggiato dalla retorica anti-israeliana della minoranza araba, vuole imporre un’interpretazione razziale della questione.
Il Controllore di Stato Lindenstrauss aveva anni fa criticato la situazione socio-economica dei villaggi beduini che fino all’anno scorso erano radunati nel Consiglio Regionale Abu-Basma, ora diviso in due Consigli Regionali (Neve Midbar e al-Kasom).
Per questo motivo il piano Prawer non tratta solo delle dispute territoriali ma prevede anche la costruzione di aree industriali, il rafforzamento della preparazione professionale e la creazione di opportunità di lavoro.
Il Piano Prawer infatti è uno strumento specifico pensato per la questione beduina, ma riguarda un piano più ampio di sviluppo del Negev - in cui anche i residenti ebrei lamentano carenze infrastrutturali e servizi.
Israele propone una soluzione che poteva essere può esser ancora negoziata a vantaggio dei beduini, e che si basa su principi di modernità e sviluppo sociale, che spesso confliggono con la tradizione. Pensare però che le tradizioni tribali debbano essere cristallizzate nella storia e non possano progredire, modificarsi ed evolvere nel tempo, è posizione più razzista dell’accusa mossa a Israele, poiché si ritiene implicitamente che i beduini non vogliano o non possano vivere secondo standard moderni mantenendo al contempo la loro identità.


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