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Mordechai Kedar
L'Islam dall'interno
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Cittadini arabo-israeliani: aspirazioni e realtà 07/07/2018

Cittadini arabo-israeliani:  aspirazioni e realtà 
Analisi di Mordechai Kedar

(Traduzione dall’ebraico di Rochel Sylvetsky, versione italiana di Yehudit Weisz)www.israelnationalnews.com/Articles/Article.aspx/22425

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La situazione dei cittadini arabo-israeliani è assai complicata e complessa, da un lato perché questa parte della popolazione è tutt'altro che omogenea e, dall'altro, a causa dell’attuale situazione geo-politica . Questa popolazione, che rappresenta quasi un quinto dei cittadini israeliani, comprende membri appartenenti a cinque diverse religioni: musulmani, cristiani, drusi, alawiti e ahmadi, oltre alle altre due religioni non arabe che esistono in Israele, i samaritani ed i bahà’ì. Si possono identificare tre principali gruppi culturali: i beduini, i fellahin (lavoratori agricoli) e coloro che abitano nelle città, con caratteristiche sociologiche e stili di vita che differiscono considerevolmente l'uno dall'altro. Per quanto riguarda il loro rapporto con lo Stato, va notato che i Drusi, insieme ad alcuni cristiani e musulmani (principalmente i beduini), prestano servizio nelle Forze di Difesa israeliane: questa è una chiara indicazione della loro visione dello Stato ebraico. Tenendo conto delle differenze riscontrate nel "settore arabo", la prima domanda da porsi è come questi arabi definiscano la loro propria identità: alcuni si definiscono come una parte inseparabile della nazione araba, indipendentemente dalla loro religione o appartenenza culturale. A loro avviso, musulmani, cristiani e drusi sono uguali tra loro, fratelli in armi contro il colonialismo che ha governato la loro patria araba. Il promotore principale di questa posizione è stato l'ex deputato della Knesset, Asme Beshara e il partito Balad da lui fondato. Secondo il programma di questo partito, Israele non ha il diritto di esistere come uno Stato ebraico e democratico ma deve diventare una Terra per tutti i suoi cittadini, permettendo a chiunque affermi di essere un rifugiato palestinese o un suo discendente, di entrare nel Paese e ottenere la cittadinanza. In contrasto con questa definizione di “arabi”, la maggior parte dei cittadini arabi di Israele si definiscono “palestinesi” cittadini di Israele. L'autodeterminazione palestinese è il risultato della prima Intifada (1987-1992) in cui avevano ottenuto il riconoscimento a livello internazionale e dei Paesi arabi, come di un popolo distinto che combatte per la propria libertà, la terra e i diritti. La disastrosa situazione che ha coinvolo il mondo arabo fin dal 2010, definita in un primo momento"Primavera araba", e poi trasformata in un terribile bagno di sangue, ha costretto molti arabi israeliani ad astenersi dall'identificarsi con il mondo arabo, violento e frammentato, e ha incoraggiato lo sviluppo di una particolare identità palestinese. L'Autorità Palestinese, sotto la guida di Arafat, ha cercato di ottenere il controllo sugli arabi israeliani, anche se la maggior parte di questi ultimi, nonostante la loro identificazione empatica con i palestinesi residenti in Giudea, Samaria e Gaza, hanno respinto questa interferenza, in modo fermo ed inequivocabile. Altri arabi israeliani sottolineano la loro affiliazione islamica e l’ inseparabile connessione con la nazione islamica guidata dalla Turchia e da Erdogan. Nell'esistenza di Israele vedono incluso un problema religioso perché, secondo la fede che professano, l'Islam è venuto al mondo per sostituire'ebraismo e cristianesimo, quindi acquisire per sé tutto ciò che un tempo era ebraico o cristiano. Gli ebrei, agli occhi degli islamisti,non hanno diritto ad uno Stato, all’esercito, alla polizia, alla terra e una sovranità, perché gli ebrei, come i cristiani, devono vivere soggetti alla misericordia dell'Islam come "protetti" (dhimmi) in conformità con la legge islamica che garantisce loro solo diritti limitati. Secondo gli islamisti, l'Islam trascende tutte le altre religioni, e quindi i cristiani, i drusi e tutti gli altri devono vivere in pace sotto le sue leggi protettive. E’ importante notare che in Israele c’è anche una minoranza di musulmani sufi che non condividono questo punto di vista e non vogliono che questioni politiche e nazionaliste interferiscano nelle loro opinioni religiose. I beduini e i musulmani che prestano servizio nell'IDF, sono del tutto lontani dall'approccio islamista, guidato invece dal Movimento islamico, la branca israeliana dei Fratelli Musulmani Internazionali, l'organizzazione fondata verso la fine degli anni '60 dallo sceicco Abdallah Nimer Darwish di Kfar Qasem. A partire dal 1996, il Movimento Islamico in Israele si divide in due fazioni: una conosciuta come "ramo settentrionale" perché la sua leadership vive nel Nord di Israele e l'altra come "ramo meridionale" la cui leadership vive nel Sud. La fazione del Nord è più estrema e dogmatica del ramo meridionale e vieta ai musulmani di partecipare attivamente alla vita politica dello Stato di Israele, poiché tale partecipazione equivarrebbe al riconoscimento dello Stato e del suo diritto ad esistere. Per ovvie ragioni, questa fazione non è rappresentata nella Knesset israeliana e invita i suoi membri – implicitamente o esplicitamente - a non partecipare alle elezioni israeliane. Lo sceicco Ra’ed Salah di Umm al-Fahm guida questa fazione insieme allo sceicco Kamal Khatib di Kafr Kana. Salah è stato accusato e condannato per una lunga lista di reati, tra cui il trasferimento di fondi al movimento di Hamas, l’organizzazione sorella. Ha scontato diverse condanne nelle carceri israeliane e le tredici organizzazioni che formavano la spina dorsale di questa fazione, sono state bandite nel 2015, e le loro attività interrotte. Ci sono buone ragioni per sospettare che alcune delle loro attività continuino in clandestinità. Il “ramo meridionale” è attualmente diretto dallo sceicco Hamad Abu Da’abes, che vive nella città beduina di Rahat, mentre in passato era stato guidato dallo sceicco Ibrahim Sarsur di Kafr Qasim e dallo sceicco Kamel Rayyan di Kafr Bara. Anche questa fazione non considera Israele uno Stato legittimo, ma partecipa malvolentieri all'attività politica dello Stato per ragioni pragmatiche: ai musulmani spetta esercitare tutta la loro influenza sul sistema politico israeliano, usando i mezzi esistenti per farlo. I suoi membri partecipano alle elezioni e alcuni sono membri della Knesset. Detto questo, bisogna sottolineare che la maggior parte dei cittadini musulmani d'Israele non si considerano membri del Movimento islamico, lo prova il fatto che il movimento non è mai riuscito a diventare un movimento di massa radicato nella società. La maggior parte dei cittadini musulmani di Israele vive la propria vita privata, famigliare, pubblica e politica con una visione della realtà attenta ai cambiamenti, nel tentativo di migliorare il proprio status personale e collettivo all’interno dello Stato. Pochi vorrebbero vivere in un Paese arabo, soprattutto alla luce di come la vita negli Stati arabi si è deteriorata negli ultimi anni. C'è un numero crescente di arabi israeliani che s’identificano con lo Stato, si considerano israeliani in tutti i sensi, sentono parte integrante della società israeliana. C'è la minoranza drusa, i cui giovani prestano servizio militare accanto ai soldati ebrei, la percentuale di volontari per le unità di combattimento è superiore a quella dei volontari ebrei. Tuttavia le donne druse sono esentate dal servizio di sicurezza, anche se ci sono alcune volontarie nell'IDF e un numero ancora maggiore nel servizio civile, che ha anche migliaia di giovani musulmani nelle sue file. Recentemente si è formato un gruppo di cristiani che si definiscono Aramei, non Arabi, e che si arruolano nell'IDF con anima e corpo. Anche i beduini, la cui religione è musulmana, si arruolano nell'IDF, e ci sono persino alcuni musulmani non beduini che fanno volontariato nell'IDF, ben consapevoli che questo è l'esercito dell'unico e solo Stato che possono difendere. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che nel settore arabo ci sono coloro che hanno compiuto attacchi terroristici contro gli ebrei, che hanno collaborato con i terroristi durante la Seconda Intifada (2000-2003), con un forte sentimento anti-sionista, anti-israeliano e anti-ebraico. Altri hanno donato fondi per rafforzare le organizzazioni terroristiche, come Hamas e la Jihad islamica, identificandosi e con il terrorismo contro Israele. Ad esempio l'ondata d’incendi lanciata dagli arabi palestinesi in Giudea e Samaria quattro anni fa, è avvenuta in seguito all'esempio di quelli avvenuti ante 1967. La conclusione che si può trarre da quanto sopra esposto ci fa capire come la situazione esistente tra i cittadini arabi di Israele sia complessa. La questione dell'identità (arabi / musulmani / palestinesi / israeliani) è complicata dal momento che sono tutti cittadini dello Stato d’Israele e godono dei diritti civili, ma una identità israeliana non sempre è sufficiente per definire la vera identità di una persona. Quando la situazione è relativamente tranquilla e le relazioni tra Israele e i suoi vicini arabi in Giudea, Samaria e Gaza sono in equilibrio, questo si ripercuote anche sulla vita dei cittadini arabi israeliani. Quando invece l'atmosfera si surriscalda, e attacchi con immagini di morti e feriti riempiono i media, c'è un automatico aumento di tensione tra Israele e i suoi cittadini arabi. Un tempo, in Israele c'era chi sperava che i cittadini arabi israeliani sarebbero stati il ponte verso i paesi arabi, ma quel sogno non si è avverato, perché la maggior parte del mondo arabo vedeva negli arabi rimasti in Israele nel 1948 dei traditori della nazione araba e collaboratori con i sionisti, dato che non hanno continuato a ribellarsi contro Israele. Alcuni li chiamavano "gli arabi della crema" che vivono in uno Stato democratico e tranquillo che si prende cura del loro benessere, che si identificano con esso e godono di tutti i suoi servizi sociali. Negli ultimi anni, nel mondo arabo c'è una crescente sensazione che gli arabi israeliani siano prigionieri involontari dello Stato di Israele, considerando quante sono le posizioni positive nei suoi confronti. Lo Stato di Israele deve essere onesto con i suoi cittadini arabi, come il suo inno nazionale (“Hatikva, la speranza cui anela l’anima di un ebreo”) non esprime le loro speranze, così come la sua bandiera con la stella di David non è la massima delle loro aspirazioni. Certamente non intendo dire che Israele debba cambiare inno e bandiera, ma quando si tratta di sovvenzioni governative deve semplicemente esserci uguaglianza: budget, sviluppo, strade, occupazione, centri industriali, costruzione, sviluppo dell’ integrazione civile ed economica. Non deve esserci alcun divario tra ebrei israeliani e arabi israeliani. Equità e decoro devono essere le parole d’ordine su cui basare la relazione di Israele con i suoi cittadini arabi rispettosi della legge.



Mordechai Kedar è lettore di arabo e islam all' Università di Bar Ilan a Tel Aviv. Nella stessa università è direttore del Centro Sudi (in formazione) su Medio Oriente e Islam. E' studioso di ideologia, politica e movimenti islamici dei paesi arabi, Siria in particolare, e analista dei media arabi.
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