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Mordechai Kedar
L'Islam dall'interno
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Hamas procede a gonfie vele verso il nulla 27/02/2018

Hamas procede a gonfie vele verso il nulla 
Analisi di Mordechai Kedar

(Traduzione dall’ebraico di Rochel Sylvetsky, versione italiana di Yehudit Weisz)

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Quando nel 2007, il "Movimento di Resistenza Islamica" – è questo il nome completo di Hamas – prese il potere a Gaza, alcuni esperti espressero l'opinione, o più precisamente la speranza, che una volta che Hamas avesse avuto uno Stato ed fosse stato responsabile per organizzare i servizi indispensabili, acqua potabile, benzina, elettricità, occupazione e alimentazione, non avrebbe avuto altra scelta se non diventare più moderato. Questi commentatori avevano previsto che Hamas avrebbe scelto di governare anziché continuare il jihad, gestire uno Stato anziché promuovere terrorismo, sviluppare strutture sociali al posto di quelle di guerra, adottare iniziative iniziative politiche invece di continuare con i conflitti armati. 
Tutti questi esperti e commentatori si sono sbagliati, perché un’organizzazione terroristica islamica che abbandona il terrorismo viene sospettata di aver abbandonato l'Islam.
In realtà quel che è successo è un processo molto particolare, autodistruttivoi,tipico delle società islamiche, che include la convinzione condivisa tra tutti i leader, secondo cui è un obbligo politico attenersi ai princìpi religiosi islamici, chi non li segue fedelmente, diventerà vittima di critiche distorte rivolte alla loro persona da altri, la cui immagine è più forte, più affidabile da punto di vista religioso. 

D'altra parte, Hamas vuole apparire come un'organizzazione politica, ha affrontato le elezioni legislative nel 2006, vincendo la maggioranza dei seggi. Ora si sta preparando per le future elezioni presidenziali, dove spera di conquistare la carica di Presidente dell'Autorità Palestinese. Il problema di Hamas è la contraddizione intrinseca tra due ruoli: da un lato essere un'organizzazione politica che partecipa alla vita politica nell'AP e che quindi deve adottare modelli adeguati di comportamento, guidati da flessibilità pragmatica e in grado di parlare con Israele su problemi di fondo; e dall’altro continuare ad agire secondo il principio che vieta di abbandonare la via dettata da Allah, che comanda ai suoi rappresentanti di parlare con i sionisti soltanto su questioni puramente tecniche, come il trasferimento di alimentari, acqua, benzina, elettricità e cure mediche.

Dal punto di vista di Hamas, non è poi così negativo se i cittadini musulmani di Gaza soffrono, perché è considerato "bla'a", una delle prove a cui Allah sottopone i credenti per decidere se meritano o meno il paradiso quando sarà il momento. Ciò spiega perché Hamas è così pronto a sacrificare centinaia e persino migliaia di vittime in ogni scontro militare con noi, e perché i media arabi e internazionali trasformano quanto accade come una vittoria per Hamas e una sconfitta per Israele, convincendo il mondo che stanno dicendo la verità, quando in realtà, è proprio il contrario. Il prezzo per questa "vittoria" delirante a Gaza è pagato dall'uomo della strada, i cui familiari sono morti o feriti e che deve vivere tra le rovine. Su questo argomento l'uomo della strada non condivide le scelte di Hamas, perchè è molto più pragmatico di chi ha deciso il suo destino.

Lo schema concettuale religioso impedisce ad Hamas di cedere agli ebrei o di fare qualsiasi cosa che possa essere interpretata come una resa nei loro confronti, come il rilascio dei prigionieri o delle salme dei numerosi soldati caduti nelle mani di Hamas, e persino di dare informazioni su di loro . Tutti coloro che sono coinvolti sanno perfettamente che Hadar Goldin e Oron Shaul non sono più vivi, eppure i portavoce di Hamas continuano a gettare sabbia negli occhi degli arabi palestinesi, dicendo che non divulgheranno alcun dettaglio sui due soldati israeliani, non risponderanno neppure se sono vivi o morti. 

Da un punto di vista religioso, Hamas è sprofondato in una torbida palude. 
Durante i 1400 anni trascorsi dagli albori della storia dell’Islam, ci sono stati governanti musulmani che trattavano gli stranieri con rispetto, che non attaccavano paesi stranieri più potenti di loro e che in generale cercavano di assicurare il benessere ai loro sudditi. Hamas è lontano anni luce da questo tipo di comportamento e non solo non è interessato a migliorare salute, istruzione e gli standard di vita della popolazione di Gaza, ma fa di tutto per ingigantire l’immagine delle sue sofferenze al fine di estorcere finanziamenti al mondo. Un altro dettaglio che potrebbe impedire a Gaza di subire un'altra violenta esplosione di un conflitto con Israele - a spese delle vite dei civili ovviamente, non certo di quelle dei leader protetti nei bunker sotterranei - sarebbe la volontà di Hamas di venire ad un accordo sullo scambio di prigionieri con Israele. 

Yihye Sinwar, l'attuale leader di Hamas liberato grazie all’accordo per la liberazione di Gilad Shalit, sa che Israele non libererà più 1000 prigionieri in cambio di cadaveri, ma è sotto pressione da parte dei prigionieri di Hamas nelle carceri di Israele e delle loro famiglie, ed è quasi impossibile per lui raggiungere un accordo con gli israeliani che porti alla liberazione di meno prigionieri rispetto a quando lui aveva fatto parte di quello scambio. Sinwar è stato liberato da una prigione israeliana, ma lui oggi è il leader. Hamas, invece, sta usando ogni tipo di intervento per giustificare la sua politica: 
" Non cederemo all'entità sionista su nulla! "
" Non daremo ai sionisti alcuna informazione gratuita! “ 
" Continueremo a lottare per una Palestina che vada dal fiume al mare ". 
Nessuno nelle strade di Gaza crede più a questi slogan, né si fida quando li pubblicano su internet o sui canali satellitari. 

Hamas fa tutto il possibile per pubblicizzare la "catastrofe umanitaria" a Gaza, ma dimentica di dire che la situazione è principalmente il risultato del modo in cui Hamas ha governato la regione nell'ultimo decennio. L'organizzazione ha ricevuto miliardi di dollari dal Qatar e da organizzazioni internazionali che non controllano ciò che accade alle loro donazioni, in più riceve le imposte prelevate dai salari: cosa ha fatto con i soldi? Ha costruito scuole? Ospedali? Fabbriche? Infrastrutture? Niente di tutto questo. Alcuni dei soldi sono finiti nei conti bancari privati e ​​nascosti dei leader di Hamas nelle Isole Cayman, nelle Isole Vergini o in altri paradisi fiscali; alcuni sono stati usati per acquistare case e appartamenti per i leader, ma la maggior parte dei fondi è servita per la costruzione dei tunnel sotterranei, nell’acquisto di razzi e altre armi, destinate alla guerra per liberare la Palestina. 

In realtà finora sono riusciti a liberare i residenti di Gaza da qualsiasi possibilità che portasse ad una parvenza di vita normale. Dato che il mondo arabo ha voltato le spalle a Hamas, l'organizzazione è vicina alla bancarotta intreccia nuove, calorose, relazioni con l'Iran. I leader di Hamas sperano di ottenere denaro, armi e razzi dall'Iran - per rompere la fase di stallo con Israele. Questa è la ragione per cui si sono ricollegati a Hezbollah e sono caduti vittime della guerra in Siria, ed ora che questa guerra sta lentamente finendo, Hamas è pronto a rinnovare i legami con l'Iran. L'Iran non nasconde la gioia della sua leadership. Gli ayatollah vedono Hamas come il braccio lungo della piovra iraniana che si stende verso il Sud di Israele, con l'intenzione di afferrarlo in una tenaglia tra Hezbollah a Nord e Hamas a Sud. 
Questa mossa migliorerà la vita a Gaza? Hamas riuscirà a convincere gli abitanti disoccupati di Gaza – ovvero il 60% dei capifamiglia della Striscia – che quello che sta facendo è a loro vantaggio? E poi c'é il vecchio fiasco dei rapporti con l'OLP / AP e la riconciliazione, irraggiungibile da quando Hamas ha fatto irruzione sulla scena israeliana e internazionale nel 1988, con lo scoppio della Prima Intifada. Rivalità, ostilità, odio, gelosia dilagano tra le due organizzazioni e gli insulti che ognuno lancia all'altra parte, esprimono molto più di una frattura politica. Sono la prova vivente delle differenze culturali collettive tra gli arabi di Giudea e Samaria e quelli di Gaza. Persino l'arabo parlato in Giudea e Samaria è diverso da quello di Gaza, e la lingua - come sa bene ogni erudito studioso del Medio Oriente - è il microcosmo della cultura. La cultura di Gaza è quella dei beduini che vivono nel deserto, mentre l'arabo parlato da Giudea e Samaria è quello usato dagli abitanti delle città. 

Il conflitto tra OLP e Hamas è onnicomprensivo: si tratta di posizioni di leadership, della gestione delle finanze (il posto sicuro per i corrotti e il terreno fertile della corruzione), della polizia e, soprattutto, delle forze armate. Nonostante tutti i documenti congiunti firmati da entrambe le parti, mentre sorridevano ai fotografi dei media internazionali, nonostante i discorsi ispirati dei portavoce di entrambe le parti, e lodassero il concetto di sacra riconciliazione, nonostante la richiesta pubblica di vedere sia l'OLP sia Hamas lavorare insieme per il comune obiettivo condiviso di formare uno Stato arabo palestinese sulle rovine di Israele, le due organizzazioni non sono ancora riuscite a superare i loro conflitti e mantenere le promesse che stanno alla base di questi accordi. Continuano a criticare aspramente, umiliare e deridere l'altro, mentre la gente sta a guardare. Sull'altro lato dell'equazione culturale e politica ci sono le organizzazioni salafite che si attestano sulle linee di al Qaeda e Daesh. Hanno gruppi attivi a Gaza, anche se la maggior parte dei loro militanti si è trasferita nel Sinai. Hamas è impegnato in una battaglia mortale con le organizzazioni impegnate a fare ad Hamas esattamente ciò che quell'organizzazione terroristica ha fatto all'OLP: Jihad in nome dell'Islam, mentre accusavano Hamas di abbandonare il vero jihad e di diventare la "pattuglia di frontiera" di Israele. Hamas ha ucciso decine di attivisti salafiti, tra cui oltre 30 a colpi di mitragliatrice in una strada di Rafiah, dopo che con i gas lacrimogeni erano riusciti a farli uscire dalla moschea di Ibn Timia.

Hamas, uno dei rami della Fratellanza Musulmana, avrebbe dovuto creare un ethos religioso nazionalista alternativo, in contrasto con il nazionalismo laico guidato da varie organizzazioni arabe: ha fallito nel tentativo di presentare un modello nazionalista arabo di uno Stato democratico e moderno che protegge i propri cittadini e garantisce loro benessere, salute e occupazione; ha fallito nel formare uno Stato normale e funzionante che si guadagna la lealtà dei cittadini e il senso di appartenenza ad esso, non ispirandosi al passato secondo le identità tribali, etniche, religiose e settarie, che sono tipici fattori di identificazione legati alla tradizione in Medio Oriente. I movimenti nazionalisti arabi sono sprofondati nel pantano della dittatura. Nessuno di loro è riuscito a istituire e mantenere uno stato-nazione democratico come ha fatto Israele. Il movimento sionista è riuscito esattamente dove i movimenti nazionalisti arabi hanno fallito; il movimento di Hamas avrebbe dovuto offrire un ethos religioso alternativo che potesse raccogliere sotto la sua bandiera tutti i gruppi tribali e religiosi che vivono in "Palestina": musulmani, cristiani, circassi, ahmadi. Il movimento religioso ha fallito malamente: una delle ragioni è l'incapacità di abbandonare in primis i principi del Jihad e unirsi all'OLP, per dare origine ad uno Stato arabo palestinese a fianco di Israele, almeno fino a quando i tempi saranno maturi per distruggere lo Stato ebraico. 

Hamas non può accettare l'esistenza dello Stato ebraico, anche temporaneamente, ed è obbligato a mantenere un conflitto perenne con Israele. Voglio sottolineare: non una guerra attiva ma uno stato di guerra. Avviare una guerra porterebbe alla distruzione di Gaza e alla caduta dei leader di Hamas, mentre il permanere di uno stato di guerra dà loro la giustificazione per mantenere il potere nella Striscia di Gaza, i cui abitanti sono zavorra al collo di Hamas, che lo appesantisce mentre cerca invano di navigare in un mare in tempesta. La situazione a Gaza fornisce un'altra prova, per chiunque ne abbia ancora bisogno, dell'impossibilità di un movimento islamico di creare e mantenere uno Stato moderno che possa vivere in pace con i suoi vicini e tollerare ideologie diverse. 

Lo scisma che divide l'OLP e Hamas è una divisione culturale espressa attraverso conflitti politici. Non c'è modo di creare un’unità o una riconciliazione vera e duratura tra i due gruppi, in modo che chiunque, contando su uno Stato arabo palestinese unificato, possa prevedere una realtà mediorientale migliore, anche se ampiamente diversa da quella a cui siamo abituati in Europa, America e Australia. 
L'OLP è fallita perché l'ideologia nazionalista laica che può funzionare bene in Europa, non può esistere in Medio Oriente. Ha fallito in tutti i Paesi che hanno cercato di basare la propria esistenza su quel tipo di ideologia come in Iraq, Siria, Libia, Yemen e Sudan.
Il movimento di Hamas è un fallimento perché l'islam fondamentalista non può guidare uno Stato moderno, con standard democratici europei basati su leggi rispettose dei diritti umani. Anche la Turchia, che dagli anni novanta sta tornando all'Islam, si sta allontanando sempre più dal modello occidentale di democrazia costituzionale. 

La conclusione è chiarissima: non esiste alcun fondamento religioso o laico, per istituire uno Stato arabo palestinese. L'unica soluzione è la base naturale della società mediorientale: la tribù. Solo gli Emirati della Giudea e della Samaria che si basano su famiglie locali - come quelle degli Emirati del Golfo - possono funzionare legittimamente in questa regione.


Mordechai Kedar è lettore di arabo e islam all' Università di Bar Ilan a Tel Aviv. Nella stessa università è direttore del Centro Sudi (in formazione) su Medio Oriente e Islam. E' studioso di ideologia, politica e movimenti islamici dei paesi arabi, Siria in particolare, e analista dei media arabi.
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