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Mordechai Kedar
L'Islam dall'interno
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L’Hajj e la lotta per la leadership islamica 21/08/2017
 L’Hajj e la lotta per la leadership islamica
Analisi di Mordechai Kedar

(Traduzione dall’ebraico di Rochel Sylvetsky, versione italiana di Yehudit Weisz)

Risultati immagini per pilgrims to mecca

Il pellegrinaggio annuale musulmano alla Mecca simbolizza molto di più del desiderio dei fedeli di essere vicini a Allah. Mercoledì 23 agosto 2017 sarà il primo giorno di Zhu-l-Hijjat, il mese musulmano in cui si svolgono due importanti avvenimenti: il pellegrinaggio alla Mecca, uno dei più centrali dei cinque comandamenti islamici e la Festa dell’ Offerta, Id al-Adha, con la quale finisce.

Questo mese è importante nel mondo musulmano per il suo contenuto religioso, ma anche per gli aspetti politici che lo accompagnano. È ben noto che nell'Islam non esiste alcuna separazione tra religione e Stato, tra fattori religiosi, questioni pubbliche e politiche. Le cerimonie di Hajj ( il pellegrinaggio ) alla Mecca e nei suoi dintorni durano nove giorni, dal primo al nono del mese, e ogni giorno ha i propri rituali specifici.
Il decimo giorno segna l'inizio di Id al-Adha, la Festa dell'Offerta, che dura quattro giorni, fino al 13.

Il regno saudita si era autonominato “custode dei luoghi santi” nel 1925, quando aveva preso in consegna il “ pellegrinaggio “. Gestisce l’Hajj con una mano pesante, assicurandosi che tutti i pellegrini osservino i riti nel modo tradizionale islamico, come viene interpretato dalla monarchia saudita. Questo fatto è di grande importanza, perché dimostra che il governante saudita, e nessun altro, è la figura più importante del mondo islamico.
La decisione su quando comincia il mese del Hajj è un esempio di questo potere. Il primo giorno di ciascuno dei mesi che compongono l'anno islamico è fissato dal tribunale della Sharia in ogni Paese, usufruendo della testimonianza di persone che vedono il sorgere della nuova luna e lo testimoniano davanti al tribunale religioso. Questo porta naturalmente a diversi inizi dell’inizio dei mesi e dei 30 giorni di Ramadan secondo i vari Paesi, perché se è nuvoloso, la luna non può essere vista in un certo paese, per cui il mese è di 30 giorni in un luogo, mentre in altro paese potrebbe durare 29.

È per questa ragione che il Ramadan, che inizia il primo giorno del nono mese di Hajjidic, non comincia lo stesso giorno in tutto il mondo islamico. Inoltre, ci sono città, come Bagdad, dove vivono sunniti e sciiti ma con tribunali separati. A volte i sunniti iniziano un nuovo mese mentre è l'ultimo giorno del mese precedente per gli sciiti che vivono nella stessa città; talvolta avviene il contrario a seconda delle diverse decisioni dei loro distinti tribunali.
Questo è più evidente durante il Ramadan, quando c’è chi inizia a digiunare mentre altri mangiano ancora; poi, alla fine del mese, quando inizia la festa di Eid al Fitr, il primo gruppo lo celebra mangiando e bevendo, mentre il secondo sta ancora digiunando.
Il mese di Hajj differisce dagli altri perché l'intero mondo islamico partecipa al pellegrinaggio ed è tenuto a seguire il calendario saudita per assistere alle cerimonie in date precise. Questo vale anche per gli sciiti che rifiutano di riconoscere l'egemonia sunnita sui luoghi sacri islamici, ma non hanno altra scelta che accettarne il dettato. I Sauditi approfittano del loro potere e affermano l'unità dell'Islam raggiunta durante il periodo del loro controllo. Ci furono anni in cui gli sciiti, soprattutto iraniani, si rifiutarono di accettare la regola saudita e svolsero riti estranei alla tradizione sunnita, portando a rivolte e alla morte di un gran numero di pellegrini.

Le crescenti tensioni tra Iran e Arabia Saudita causate dai loro grandi conflitti su Siria, Yemen, Iraq e Libano, avevano portato il leader supremo dell'Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, a temere un bagno di sangue all’Hajj del 2016.
Aveva quindi spostato il luogo del pellegrinaggio a Karbala, in Iraq, dove nel 680 d.C. il nipote di Maometto, Hussein ben Ali, fu decapitato dall'esercito sunnita del Califfo Yazid ben Mu'awiya. A Karbala arrivarono un milione di pellegrini iraniani e celebrarono la festa in memoria di Hussein ben Ali. Gli anziani sunniti, compreso lo sceicco egiziano Alazar, avevano espresso pareri critici nei confronti della mossa iraniana, accusando Khameini di voler acuire lo scisma nell'Islam. Altri sunniti, principalmente sauditi, dissero che gli sciiti avevano seguito il diavolo, non Allah, avendo spostato l’Hajj dalla Mecca.
Questa osservazione implica che gli sciiti non fanno parte dell'Islam e che il loro sangue può essere versato con l’impunità.

La disputa dell'anno scorso ha versato olio sul fuoco dell'odio inter-islamico e sulle guerre tra l'Arabia Saudita, che rappresenta i sunniti, e l'Iran, che rappresenta gli sciiti. Cosa ci possiamo aspettare quest'anno, ora che si avvicina l’Hajj alla Mecca? Non lo so, ma non mi sorprenderei se la tensione politica tra i sauditi e l'Iran, in particolare dopo le sconfitte dell'Isis sunnita, le vittorie dell’ Hezbollah sciita e lo spostamento dell'Iran all’interno dell'Iraq, della Siria e del Libano, trovasse uno sbocco durante l’Hajj.
Potrebbe manifestarsi sotto la forma di un boicottaggio sciita della Mecca o della violenza saudita contro tutti gli sciiti che tentano comunque di arrivare alla Mecca.

Lo scorso giugno, Gerusalemme è diventata il luogo della lotta ("Ribat") tra l'Islam, la religione che pensa di sostituire il giudaismo e il cristianesimo, e l'ebraismo, che è pienamente ritornato al suo precedente stato di dignità religiosa. Il contesto della lotta è il ripristino della sovranità ebraica sul Monte del Tempio. Durante il breve periodo di dimostrazioni musulmane per il diritto di entrare nella moschea di Al Aqsa senza controlli di sicurezza "ebraici", la voce dell'Arabia Saudita era vistosamente assente.
La ragione del silenzio saudita era il timore che la Fratellanza Musulmana e i suoi seguaci, potesse elevare la Moschea di Al Aqsa a un livello d’importanza tale da poter contestare la centralità islamica della Mecca.
Questo progetto era già evidente nelle dichiarazioni che i Fratelli Musulmani avevano rilasciato ai media. Nel 2012, per esempio, Safwat Higazi, portavoce principale della Fratellanza Musulmana in Egitto, aveva affermato che la capitale del califfato islamico in grado di tenere unite tutte le nazioni arabe “non è La Mecca, non è Medina, non è il Cairo, ma Gerusalemme”.

Una simile dichiarazione era stata fatta nel 2014, in una manifestazione a Gerusalemme, da Kamal Khatib, il vice capo del ramo settentrionale del Movimento Islamico in Israele, guidato da Sheikh Raad Salah. Quest’ultimo aveva dichiarato di voler portare acqua dalla fonte sacra di Zemzem (nei pressi della Ka’ba a La Mecca), da riversare nella cisterna sul Monte del Tempio al fine di santificare la moschea di Al Aqsa con l’acqua sacra della Mecca.
Ma i Sauditi considerano questa una concorrenza inaccettabile e non permisero a Salah di partecipare all’Hajj alla Mecca.

La sfida tra Gerusalemme e la Mecca è evidente anche nel boicottaggio che i Sauditi hanno dichiarato nei confronti del Qatar, un Paese che sostiene pubblicamente le ramificazioni della Fratellanza Musulmana, come Hamas, per le quali la lotta per Gerusalemme e la Palestina - che chiamano Aknaf Bayt al-Maqdis - i settori di Gerusalemme - sono la raison d'être.
Il Qatar ha investito mezzo miliardo di dollari per finanziare i media, politici e organizzazioni quali l’UNESCO, al fine di rimuovere Gerusalemme dai confini di Israele.

In Turchia, Erdogan sta svolgendo un ruolo centrale nella lotta per l'egemonia islamica, lavora incessantemente al fine di rafforzare il proprio status di Sultano onnipotente, e portare la Turchia nelle condizioni in cui si trovava dopo la scomparsa dell’Impero Ottomano alla fine della Prima Guerra Mondiale.
Le sue aspirazioni egemoniche si scontrano però con i Sauditi sulla questione della memoria musulmana, perché sanno bene che per 400 anni la Turchia aveva governato l'Hijaz, il territorio che includeva Mecca e Medina, fino a quando fu sconfitta dagli ‘eretici’ cristiani - cioè i britannici.
I vincitori consegnarono immediatamente la Terra Santa, l’ Hijaz (Iraq e la Palestina storica che comprende la Giordania di oggi) agli amici arabi che avevano collaborato con loro, pugnalando i turchi alla schiena.

Oggi - non ci sorprende - Erdogan sostiene il Qatar, il paese che i sauditi stanno cercando di mettere in ginocchio. La sensibilità saudita per l'Hijaz deriva dal fatto che la famiglia dominante Al-Saud non è originaria dell'Hijaz, nella parte occidentale della Penisola araba, ma nasce sui Monti Najd, al centro del Paese. Che nel 1925 avesse occupato l’Hijaz strappandolo alla famiglia che sosteneva di essere discendente diretta di Maometto, getta un'ombra sulla legittimità della famiglia Saud.
E’ per questo che il re saudita si definisce "custode dei luoghi santi", dal momento che questo titolo gli conferisce un legittimo marchio islamico.
Ma molti sunniti del mondo islamico, non accettano il diritto della famiglia Saud a governare e ad imporre le proprie tradizioni islamiche Wahabite in luoghi che sono santi per tutti i musulmani.
I Sauditi, al fine di legittimare il loro dominio su Mecca e Medina, investono grandi somme di denaro per la manutenzione di questi luoghi, costruendo strade, ponti, ferrovie e servizi che rendano più facile, sicuro ed confortevole il pellegrinaggio a due milioni di musulmani ogni anno.
L'Arabia Saudita importa centinaia di migliaia di pecore, principalmente dall'Australia, da distribuire ai pellegrini per la festa che si celebra il decimo giorno del mese di Hajj.

Probabilmente il prossimo mese di Hajj sarà destinato a suscitare tensioni sull'egemonia islamica, perché, le fratture interne all’Islam sopra descritte, minacciano di destabilizzare la situazione attuale durante e a causa dell’Hajj: la divisione etnica tra sunniti e sciiti corrisponde alla spaccatura politica tra Arabia Saudita e Iran, la frattura ideologica tra Wahabiti e Fratellanza Musulmana corrisponde alla storica divisione tra Arabia Saudita e Turchia .

Speriamo che queste profonde differenze non semineranno ancora una volta morti e feriti tra i pellegrini, la maggior parte dei quali vogliono solo essere più vicini a Allah, osservare i comandamenti fondamentali connessi all’Hajj e ottenere il perdono dei loro peccati; non sono interessati a tutte le considerazioni etniche, politiche, ideologiche e storiche che dividono i due islam.
Auguro ai pellegrini che andranno alla Mecca: Haj mabroor wa-saiy mashkoor wa-dhanb maghfoor : una vacanza pura, cuori pieni di gratitudine e il perdono dei loro peccati. Che possano tornare in sicurezza alle loro case.

Mordechai Kedar è lettore di arabo e islam all' Università di Bar Ilan a Tel Aviv. Nella stessa università è direttore del Centro Sudi (in formazione) su Medio Oriente e Islam. E' studioso di ideologia, politica e movimenti islamici dei paesi arabi, Siria in particolare, e analista dei media arabi.
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