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Mordechai Kedar
L'Islam dall'interno
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La Russia si ritira dalla Siria 20/03/2016
 La Russia si ritira dalla Siria
Analisi di Mordechai Kedar

(Traduzione dall’ebraico di Rochel Sylvetsky, versione italiana di Yehudit Weisz)

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Soldati russi in Siria

C’è un piano ben preciso nel comportamento della Russia: basta cercarlo per capirlo.
Per chi non abbia familiarità con la cultura russa è sempre stato difficile comprendere il comportamento di Putin e ora, con la decisione di ritirare i soldati dalla Siria, lo rende ancora più indecifrabile.
Un attento esame degli interventi russi in Ucraina e in Siria, tuttavia, è rivelatore del modo in cui Putin pianifica le proprie mosse.

In entrambe queste aree ci sono due aspetti opposti: la tattica della Russia è sostenerne uno e opporsi all’altro. Sia in Ucraina che in Siria il coinvolgimento russo ha seguito lo stesso schema: una potente raffica di interventi in un breve tempo che dà al lato “giusto” l’energia di cui ha bisogno, e un ritiro che lascia l’arena pronta per il combattimento tra per le due parti senza che la Russia si debba impantanare nel caos che loro hanno creato.

In Ucraina la Russia aveva sostenuto i separatisti russi, dando loro armi e munizioni e si era annessa unilateralmente la Penisola di Crimea. I separatisti, dopo aver ricevuto il sostegno di Putin, stanno continuando da soli la lotta contro il governo ucraino. In Siria la Russia è arrivata sulla scena poco prima che l’esercito di Assad crollasse e ha iniziato a bombardare senza pietà, senza distinguere tra organizzazioni terroristiche, militari e civili, trasformando così la situazione tattica in favore di Assad.
Ora la Russia sta lasciando a lui e agli altri suoi amici, Iran e Hezbollah, il compito di continuare da soli lo spargimento di sangue.

Fin dall’inizio gli obiettivi della Russia in Siria si sono limitati e concentrati sulle organizzazioni ribelli e non sullo Stato Islamico che ormai controlla quasi il 70% del territorio siriano, soprattutto il deserto scarsamente popolato a Est del Paese.
La maggior parte dei bombardamenti russi erano diretti contro le organizzazioni ribelli (alcune sostenute dall’Occidente) che hanno minacciato il governo di Assad nella parte Ovest del Paese, fertile, industrializzata e popolata.

Fin dall'inizio era chiaro che la Russia aveva in mente i propri interessi, di certo non quelli della Siria, l’obiettivo non era quello di ripristinare il controllo di Assad su tutto il territorio siriano, ma di creare un’entità indipendente - un Emirato alawita - sulla costa mediterranea e sulle catene montuose del Nord-Ovest della Siria, permettendo così alla Russia di utilizzarne i porti: Latakia, Tartus e Banias - e gli aeroporti vicini, per scopi militari.

La situazione tattica che la Russia ha creato nel corso degli ultimi mesi, consente ad Assad di partecipare alla Conferenza di Pace di Ginevra in una posizione di forza, pur sapendo allo stesso tempo di dover raggiungere una sorta di accordo con l’opposizione, perché il massiccio aiuto russo che ha ricevuto non durerà a lungo.
Putin ha anche dichiarato ad Assad che la sua permanenza al potere non è poi così importante per la Russia. Oltre al messaggio per Assad, c’è un avvertimento destinato a raggiungere altri protagonisti del conflitto: Iran e Hezbollah, a cui Putin sta suggerendo che se vogliono mantenere Assad al potere, dovranno continuare a combattere e versare il loro sangue.

Questo messaggio è diventato ancora più importante dopo che l’Iran ha ritirato alcune delle sue forze dalla Siria e che Hezbollah ha inviato parte dei suoi combattenti nello Yemen. Dato che Putin ritiene che Iran e Hezbollah vogliano costringerlo a disporre le sue forza di terra sul suolo siriano, con il loro ritiro dimostra che non solo non ha alcuna intenzione di farlo, ma che portando i suoi combattenti fuori dal Paese pone la responsabilità di tenere in vita il regime di Assad nelle mani di Iran e Nasrallah.

Un altro destinatario del messaggio di Putin è Obama e di conseguenza lo sono gli Stati Uniti e l’Europa, che avevano pensato, o almeno sperato, che la Russia avrebbe fatto il lavoro sporco per loro e si sarebbe impegnata in una guerra per distruggere lo Stato Islamico. Questo li aveva portati a sospendere quasi tutta l’attività della coalizione internazionale, limitandola agli interventi di funzionari e dirigenti.
Con il ritiro delle forze militari dalla Siria, Putin sta dicendo all’Occidente che non intende fare nulla di serio per liberare il mondo dallo Stato Islamico, e che se Obama e i suoi amici vogliono sradicare il Califfato hanno solo da iniziare ad agire in modo serio, con intensità ed efficienza, cioè “devono mettere gli stivali sul terreno” prima che l’ ISIS possa controllare sempre più territori in Medio Oriente ed esportare la sua ideologia e il suo modus operandi in altri paesi in tutto il mondo, come è successo a Parigi e a San Bernardino.

E 'ovvio che sono stati gli aspetti economici dell’operazione a dettare il basso profilo della Russia in Siria, perché la Russia, per attivare il proprio esercito, ha speso miliardi che non ha. Bombe, benzina e pezzi di ricambio non sono a costo zero e devono essere pagati da qualcuno. Le casse del Tesoro russo stanno affrontando molte difficoltà, soprattutto a causa del prezzo ribassato di petrolio e gas. E’ possibile che sia stato siglato un accordo segreto tra Russia e Arabia Saudita, per cui la Russia rimuoverà alcune delle sue forze armate dalla Siria, in cambio i Sauditi concederanno un aumento del prezzo del petrolio e incoraggeranno i ribelli a negoziare con Assad per il futuro della Siria.

La possibilità di un patto saudita-russo ha avuto origine in seguito ad un recente incidente che avrebbe potuto avere gravi conseguenze per la Russia: un missile ha abbattuto un aereo siriano, sollevando la possibilità che qualcuno, probabilmente l’Arabia Saudita, abbia acquistato missili americani, cinesi o europei fornendoli ai ribelli.
Questo significa che in futuro potrebbero abbattere anche aerei russi, oltre a quelli siriani, catturare i loro piloti e diffondere il video della loro decapitazione.
Questo scenario è inaccettabile per Putin, poiché sa che nel breve periodo l’opinione pubblica russa avrebbe preteso una vendetta e una maggiore attività contro i ribelli, ma nel lungo periodo la Russia sarebbe sprofondata nel fango siriano, con il costo delle vite di molti soldati, oltre a quello enorme delle spese militarai. Le cicatrici dell’Afghanistan sono ancora scavate in profondità nella memoria collettiva di Mosca, e Putin farà di tutto per non ripetere lo stesso errore.

In sintesi, si può dire che la Russia ha raggiunto i suoi obiettivi in Siria: ha stabilito la sua posizione nelle arene della Siria e del Medio Oriente, rafforzato la propria presenza nei porti della Siria e delle basi aeree, ha migliorato la situazione tattica delle forze di Assad al punto che lui e i suoi alleati iraniani e libanesi possono avviare un attacco contro gli oppositori, e ha dato all’Occidente un chiaro consiglio su ciò che deve essere fatto nei confronti dei nemici: combatterli fino alla morte.

Al contrario degli americani e degli europei che si sentono di solito responsabili per le condizioni in cui lasciano una zona di guerra, Putin non esita a farsi coinvolgere quando ci sono momenti di crisi, non si fa alcun problema di andarsene, ignorando lo stato della popolazione, a seconda di come si possono meglio servire gli interessi della Russia. L’Occidente rimane sorpreso ogni volta che la Russia si comporta in questo modo, perché pensa a risolvere le crisi secondo gli interessi delle popolazioni locali.
Possono sorgere dubbi sull’etica del comportamento di Putin, ma non c'è dubbio che serve gli interessi della Russia molto meglio di quanto l’Occidente fa nei confronti dei Paesi alleati.

Mordechai Kedar è lettore di arabo e islam all' Università di Bar Ilan a Tel Aviv. Nella stessa università è direttore del Centro Sudi (in formazione) su Medio Oriente e Islam. E' studioso di ideologia, politica e movimenti islamici dei paesi arabi, Siria in particolare, e analista dei media arabi.
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