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Mordechai Kedar
L'Islam dall'interno
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Perché si convertono all’Islam? 14/02/2015
 Perché si convertono all’Islam?
Analisi di Mordechai Kedar

(Traduzione di Rochel Sylvetsky, versione italiana di Yehudit Weisz)

Una delle maggiori preoccupazioni per l’Occidente è che centinaia, forse migliaia, di giovani europei si convertono all'islam, per poi unirsi ai gruppi terroristi dello Stato Islamico, per poi, in molti, ritornare per promuovere il Jihad contro la società in cui sono nati e cresciuti.
Il problema della sicurezza posto da questi giovani è una cosa seria, perché se nascondono la loro nuova identità, è estremamente difficile per le forze di sicurezza occidentali identificarli e scoprire i loro progetti.

Quali sono le ragioni che spingono questi giovani a convertirsi all’Islam e aderire a organizzazioni terroristiche ? Le nostre fonti sono le registrazioni fatte dagli stessi convertiti, e le parole che hanno usato, che qui riportiamo, sono per la maggior parte loro citazioni.
Molti di loro sono convinti che l’islam sia una religione di pace, amore e di amicizia, basata sulla generosa ospitalità e la calorosa accoglienza che ricevono dagli amici musulmani nel loro nuovo ambiente sociale.
Spesso, un giovane nato in una società individualista, fredda e alienante, pensa che quella musulmana offra - al college o in un centro sociale - una calda accoglienza, una buona parola, incoraggiamento e aiuto, quelle cose che mancano nella società da cui proviene.
Il fenomeno è più evidente fra chi è cresciuto in famiglie disadattate o divorziate, dove i genitori sono alcolisti, tossicodipendenti, violenti, che hanno abusato dei figli, o li hanno sfruttati, senza avergli dato né un adeguato equilibrio emotivo né un modello di regole da seguire.

Il convertito lo vive come una autorizzazione, nel momento in cui lo decide, forte del diritto a determinare la propria identità religiosa e culturale, anche se la famiglia e la società che sta per lasciare non sono d’accordo.
A volte la conversione all’islam è una forma di ribellione verso i genitori. Spesso, per la scelta fatta, il convertito è respinto dalla sua famiglia e dalla società cui appartiene, ma questa stessa ostilità nei confronti dell’Islam manifestata dal suo ambiente, in realtà si traduce nel convincimento che la sua conversione è una necessità.
Tutto quel che è detto contro la conversione viene interpretato come razzismo ingiustificato e islamofobia priva di fondamento.

I musulmani raccontano al convertito che l’Islam rispetta i profeti della sua religione madre, l’ebraismo e il cristianesimo, che ha fede in “Colui che dimora in alto”, che crede nel Giorno del Giudizio, nella ricompensa e nel castigo, nel fare buone azioni e nel rifuggire dal male. Si convince che l’Islam è una religione legittima, valida come l’ebraismo e il cristianesimo, quindi, se i suoi genitori sono ebrei o cristiani, perché lui non può diventare musulmano? Viene data una visione positiva di molti musulmani, che giovano alla società e all’ economia, integrati nell’ambiente in cui era cresciuto, quindi perché non unirsi a loro?

La maggior parte dei musulmani non sono terroristi, quindi né lui né nessun altro dovrebbe considerare la sua conversione un problema. I convertiti all’islam riferiscono che la lettura del Corano e le preghiere, aggiungono un significato spirituale alla loro vita, dopo anni di stagnazione intellettuale, vuoto spirituale e stile di vita materialista ed edonista. Descrivono la conversione all’Islam in termini di risveglio da un brutto sogno, come se si trattasse di un rito di passaggio dagli anni della loro insulsa adolescenza.
Vivono la sensazione che la religione islamica abbia messo ordine nella loro vita, gli abbia dato la possibilità di valutare se stessi e il loro comportamento, definito quali azioni sono ammesse e quali sono proibite, al contrario della società a cui appartenevano, che non poteva o non voleva stabilire norme. Sono disposti ad accettare i limiti posti dalla legge islamica, e quindi “mettere ordine nella loro vita” dopo “un’inutile esistenza” che conducevano prima di “scoprire la luce” dell'Islam che li ha purificati da tutti i peccati e dagli errori commessi.

Alcuni convertiti parlano delle loro cinque preghiere quotidiane come di un’esperienza che infonde coraggio e vigore, proprio quella che mancava nella loro vita precedente. Il costante contatto diretto con il Cielo, dall'alba fino al tramonto, dà loro la sensazione che “Colui che vive in Alto” li conduca per mano lungo i sentieri della vita, li consigli e li aiuti ad affrontare le difficoltà quotidiane; ritengono che l’Islam abbia fornito loro il cibo spirituale di cui erano affamati.

Il processo d’islamizzazione non è immediato, potrebbe richiedere mesi, e persino anni. Il convertito fa progressi passo dopo passo, acquisendo qualcosa di nuovo ogni giorno: si astiene dal bere alcolici; evita di mangiare carne di maiale (viene insegnato, correttamente o meno, che la carne suina danneggia la salute); è lecita una preghiera al giorno nella propria lingua materna; legge dei testi filosofici islamici che riceve gratuitamente che l’aiutano ad ampliare i propri orizzonti culturali; va a pregare in una moschea, di solito con amici musulmani; incontra imam che danno risposte alle sue domande sull’Islam; incontra altri convertiti che possono parlargli usando i concetti del mondo che condividono. A volte un viaggio in un paese islamico fa parte del processo di conversione, permettendo a chi si vuole convertire di osservare la “vita reale” dei musulmani, identificarsi con i loro problemi e condividerne la felicità.

Molti giovani occidentali, cui viene insegnato a identificarsi con gli sfortunati, i poveri e i perseguitati, vedono il comportamento della società occidentale verso gli immigrati musulmani come discriminatorio e sbagliato, una situazione che li porta a identificarsi con questi sfortunati che vivono ai margini economici, sociali e politici della società. L’identificazione con la sofferenza dei musulmani risveglia la curiosità del giovane. Vuole conoscere la cultura di queste persone perseguitate, vede la loro religione come esotica e romantica, come qualcosa che farebbe bene a conoscere più a fondo.

Negli Stati Uniti, una delle importanti fonti di conversione è il sistema carcerario, dove la stragrande maggioranza dei convertiti sono afro- americani. Vedono l’Islam come un ritorno alle origini, prima che i loro antenati venissero venduti come schiavi. Di solito non sanno che i più grandi mercanti di schiavi furono proprio gli arabi musulmani, che avevano invaso i villaggi africani in cui si praticava l’idolatria. Ancora oggi, in arabo, i neri sono chiamati “schiavi”.
La conversione degli afro-americani all’Islam nasce anche dal desiderio di lasciare la società “bianca”, percepita come cristiana, e di vendicarsi per la schiavitù del passato e per le sofferenze inflitte dalla attuale discriminazione.
Ci sono cappellani nelle carceri americane che forniscono servizi religiosi e sostegno spirituale. Tra questi, naturalmente, ci sono degli imam che aprono le porte dell’Islam ai detenuti. Un imam carismatico può facilmente convincere i carcerati a convertirsi.

Ci sono stati casi in cui la conversione di un membro di famiglia ha influenzato altri famigliari a seguirne le orme. Le donne giovani sono attratte verso l’Islam perché offre loro una società che abbraccia morale e modestia, qualcosa che è spesso inesistente nella loro vita precedente. Sono stanche di una vita permissiva, promiscua, edonistica, di droga e alcol, tutte caratteristiche di quella vita che hanno vissuto fino a quel momento. L’Islam propone loro una vita pulita, sana, ordinata e morale, qualcosa che a loro mancava. Le regole dell’Islam richiedono la separazione tra i sessi e a loro questo piace, dopo anni di comportamento sessuale senza regole o limiti.
Le giovani donne che sono state vittime di abusi sessuali trovano conforto nell’Islam, con l’onore e l’apprezzamento, in contrasto con l’umiliazione che hanno vissuto prima di essersi convertite.

I genitori dei convertiti vedono la loro adesione all’Islam come l’equivalente dell’ingresso in una setta, alcuni la descrivono come il “culto di Satana”, che ha fatto loro il lavaggio del cervello e li rende vittime vulnerabili di una manipolazione emotiva. Si sentono profondamente delusi da una decisione che sarà causa della perdita della loro identità. Alcuni la giudicano un tradimento della famiglia, della loro società e della terra in cui sono nati e cresciuti, temendo che possano diventare terroristi. La maggior parte vive nella speranza che la conversione sia temporanea, una passione giovanile e che, smaltita la sbornia, tornino alla sanità mentale abbandonando l’Islam.

Il fenomeno della conversione all’islam coinvolge migliaia di persone in Europa, Stati Uniti, Australia e persino Israele. Un piccolo numero di convertiti fa un ulteriore passo avanti, unendosi al Jihad in Siria e in Iraq. Questa è una ovvia conseguenza, in quanto, sono stati già convertiti nelle file di al Qaeda. La nascita dello Stato Islamico ha dato al fenomeno della conversione un grande stimolo, convincendo migliaia di loro, provenienti da paesi a maggioranza cristiana, ad unirsi al Jihad per combattere la guerra santa in nome di Allah.
Il gran numero di occidentali convertiti costituisce una rilevante riserva.

Ecco perchè l’emigrazione musulmana in Europa, America e Australia rappresenta un pericolo. La sfida delle democrazie occidentali è quella di affrontare questo fenomeno e valutarlo per quello che rappresenta.
Una sfida sta emergendo in tutta la sua gravità, che vede masse di convertiti trasformati in jihadisti sanguinari.

Mordechai Kedar è lettore di arabo e islam all' Università di Bar Ilan a Tel Aviv. Nella stessa università è direttore del Centro Sudi (in formazione) su Medio Oriente e Islam. E' studioso di ideologia, politica e movimenti islamici dei paesi arabi, Siria in particolare, e analista dei media arabi


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