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Mordechai Kedar
L'Islam dall'interno
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Il prossimo obiettivo dello Stato Islamico sarà la Tunisia 10/10/2014
 Il prossimo obiettivo dello Stato Islamico sarà la Tunisia
Analisi di Mordechai Kedar

(Traduzione dall’ebraico di Rochel Sylvetsky, versione italiana di Yehudit Weisz)


Tunisia: bandiera dell'Isis esposta durante un incontro di calcio

All’inizio del periodo islamico Uqba ibn Nafi era stato uno dei capi militari più famosi. Rimase al comando dell’esercito islamico quando conquistò il Nord Africa tra il settimo e l’ottavo decennio del settimo secolo. Uqba era ammirato per il coraggio, come pure per la destrezza con l’uso della spada, ed era un simbolo e un modello per i suoi soldati e ufficiali per il modo in cui “staccava” le teste all’altezza delle spalle dei soldati sconfitti dal suo esercito. Questa “audacia” gli assicurò un posto d’onore sulla lista degli eroi islamici. Negli ultimi due anni, un gruppo di jihadisti al confine tra Tunisia e Libia, stanno sporadicamente distruggendo veicoli militari tunisini e uccidendo un buon numero dei loro occupanti. Questo gruppo si è attribuito il nome, affascinante, di “Brigata Uqba ibn Nafi”. Fin dall’inizio aveva fatto conoscere il proprio programma jihadista, per la capacità di reclutare combattenti, dotarsi di vari tipi di armamenti, e seminare terrore in aree sempre più vaste. La Brigata è considerata un ramo della diffusa “Al Qaeda del Magreb Islamico”, l’Al Qaeda del Nord Africa. Di recente, è stata messa in dubbio l’affiliazione del gruppo perché è giunto il momento di giurare fedeltà al Califfo dello Stato Islamico, Abu Bakr el Baghdadi. Un atto importante perchè esiste una spaccatura tra Al Qaeda con il suo leader Ayman al-Zawahiri da un lato e lo Stato Islamico guidato da el Baghdadi dall’altro. L’attacco sferrato dall’Occidente contro lo Stato Islamico rende la frattura tra Al Qaeda e lo Stato Islamico (che era nato come ramo iracheno di Al Qaeda nel 2004), una questione di sempre più vitale importanza, ora accade che entrambi i gruppi jihadisti sunniti sono chiamati a unirsi insieme contro l’attacco degli infedeli. E’ molto importante far notare che una delle forze che combattono lo Stato Islamico è quella dei Peshmerga, l’esercito dei curdi, che ha già subito notevoli perdite negli ultimi mesi contro l’ISIS, ma che ha poi segnato sul campo diverse vittorie, grazie alle nuove armi, soprattutto missili anticarro, ricevute dall’Iran. Quel che più colpisce è che l’Iran è una nazione sciita, mentre i Peshmerga sono sunniti, ma entrambe le parti hanno individuato il pericolo comune che devono fronteggiare e, allo stato attuale, cooperano insieme. Può darsi che in Occidente - probabilmente a Washington - l’Iran sia stato spinto a fornire ai curdi armi a tecnologia avanzata, nell’ipotesi che quando verrà il momento di riaffrontare la questione nucleare, gli iraniani potranno invocare il debito loro dovuto per gli aiuti messi a disposizione nella lotta contro lo Stato Islamico. Veniamo alla Tunisia. Il Ministro degli Interni tunisino, Loufti ben Jaddo, ha dichiarato che Al Qaeda ha impartito ai propri combattenti in Nord Africa l’ordine di eliminare , sì, eliminare, chiunque tenti di portare l’ideologia dello Stato Islamico nella regione, che finora Al Qaeda aveva controllato incontrastata. Questo riecheggia la sanguinosa disputa in corso in Siria, tra Jabbat al Nusra e Al Qaeda. Il governo tunisino, e quello degli jihadisti, sono convinti che una simile lotta sul loro territorio porterà ad assassinii di massa come in Siria, e non solo lungo i confini tra Tunisia e Libia a Est e Algeria ad Ovest, ma anche nelle periferie povere all’interno delle città, dove risiedono in maggioranza i fondamentalisti. I nomi più noti tra i sostenitori di Al Qaeda nella zona, sono l’algerino Abd al-Malik Durkeda, e il tunisino Louqman Abu Sakhr. Al momento lo Stato Islamico non ha ancora dichiarato ufficialmente la propria presenza in Tunisia, ma ci sono dei segnali che confermano le adesioni che sta raccogliendo. Si deduce dai social media, che diffondono consensi e atteggiamenti reverenziali per i successi raggiunti dall’IS in Iraq e in Siria. Il pericolo più immediato che la Tunisia deve affrontare nasce dalle centinaia di tunisini che sono tornati dalle campagne jihadiste siriane e irachene, dove hanno maturato grande esperienza nel maneggiare esplosivi, collocare mine, seminare terrore e stragi, oltre l’ulteriore addestramento ricevuto nei campi della jihad libica. Se una volta in patria, si uniscono a Uqba ibn Nafi, lo trasformeranno in un ramo tunisino dello Stato Islamico. E’ possibile che questo sia già avvenuto: secondo un rapporto, la Brigata Uqba ibn Nafi ha già giurato fedeltà ad Abu Bakr el Baghdadi, invitandolo a “avanzare, attraversare i confini e distruggere i troni dei despoti infedeli ovunque si trovino”. Il governo tunisino ha già combattuto la Brigata fin dal giorno in cui aveva iniziato la sua attività nelle zone montagnose sul confine con l’Algeria, in particolare sul Monte Ash-Sha’nabi, dove erano stati uccisi decine di soldati e poliziotti. Distruggere l’organizzazione è particolarmente importante per il governo, alla luce delle future elezioni parlamentari e presidenziali, in programma per ottobre e novembre. Lottare contro gli jihadisti è per la Tunisia una questione di vita o di morte, soprattutto nel contesto di ciò che sta succedendo in Iraq e Siria. Durante lo scorso anno, secondo il Ministro degli Interni tunisino, sono stati arrestati più di duemila terroristi, di cui un quarto era ritornato dalla jihad siriana e irachena. Secondo le sue affermazioni, l’apparato della sicurezza tunisina mantiene una forte presenza tra la popolazione e i suoi agenti hanno rivelato numerosi tentativi di attacchi terroristici nel Paese durante la festività musulmana celebrata questa settimana. Le forze di sicurezza hanno organizzato arresti in massa tra i sospettati nei quartieri poveri delle città, dove vivono le cellule terroristiche non ancora operanti. Il problema più importante della Tunisia tuttavia, è che i suoi confini con Algeria e Libia sono delle linee insignificanti sulla mappa geografica, disegnate su zone montagnose, dove i veicoli militari non possono competere con asini, muli o persino con persone armate, che passano impunemente per i sentieri stretti, tortuosi e ripidi, attraversando così con facilità monti e valli. Come nel Sinai, dove l’esercito egiziano non è in grado di respingere gli jihadisti. Il governo tunisino non è una dittatura, ma si può paragonare a una partita di democrazia politica dove i giocatori sono i partiti politici: alcuni sono liberali laici, altri islamici religiosi, con molti politici coinvolti in attività di corruzione. Questo rende tutto il sistema assai vulnerabile e facile a sgretolarsi. Questo è il motivo per cui, da quando il Presidente Ben Alì è stato deposto nel gennaio del 2011, le crisi politiche sono così frequenti. L’economia della Tunisia è traballant, molti ritengono che la democrazia non abbia portato alcun miglioramento alla loro situazione personale e finanziaria. Il pubblico laico s’identifica ancora in larga maggioranza con il Paese, ma i settori più vicini all’Islam tendono a preferire la soluzione islamica ai mali della Nazione. La luce del giorno tra la soluzione islamica e quella tra Al Qaeda e lo Stato Islamico si accorcia sempre più, man mano che le crisi politiche che piagano la Tunisia continuano. A questo punto non è chiaro se l’Occidente possa aiutare il governo tunisino, oltre a fornirlo di informazioni segrete di intelligence sull’avanzata delle organizzazioni jihadiste. Qualsiasi aiuto occidentale indebolirebbe evidentemente la già limitata legittimità del governo, agli occhi di quelli che sono fedeli all’Islam. E’ tuttavia evidente che, se il governo non riesce nella sua lotta contro gli Jihadisti, che siano di Al Qaeda o dello Stato Islamico, l’Occidente sarà coinvolto nel caos che ne conseguirà, così come lo è stato nella pericolosa palude dell’Iraq e della Siria. Il pericolo che la Tunisia pone all’Europa è dovuto in gran parte alla vicinanza al continente, dove un terrorista armato può giungere con una veloce barca a vela in una sola notte. Un intervento europeo in Tunisia potrebbe avvenire molto prima di un serio intervento in Siria o in Iraq, ed è questa la ragione per cui la regione tunisina potrebbe rivelarsi ancora più infuocata di quella siriana o irachena. Senza dubbio è giunto il momento di riscrivere le regole della guerra e gli accordi internazionali che stanno alla base del diritto internazionale in materia di gestione dei conflitti. Erano state definite quando il mondo parlava in termini di eserciti e di nazioni, oggi irrilevanti, quando una nazione moderna si trova a combattere contro milizie che usano metodi di guerra risalenti al settimo secolo. Idee nobili come “ allontanamento della guerra dai civili ”, “ diritti umani dei combattenti ”, “ il trattamento dei prigionieri ”, che erano state decise dopo la Seconda Guerra Mondiale in Europa, hanno perso in questi ultimi anni tutto il loro significato. La maggior parte delle guerre combattute negli ultimi venti anni sono avvenute contro organizzazioni non soggette alle leggi internazionali. Sono milizie che paralizzano le forze armate organizzate che le fronteggiano, costrette a lottare contro combattenti in abiti civili che si nascondono in aree abitate.

   Mordechai Kedar è lettore di arabo e islam all' Università di Bar Ilan a Tel Aviv. Nella stessa università è direttore del Centro Sudi (in formazione) su Medio Oriente e Islam. E' studioso di ideologia, politica e movimenti islamici dei paesi arabi, Siria in particolare, e analista dei media arabi.


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