venerdi 15 novembre 2019
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE
Segui la rubrica dei lettori?
Clicca qui per condividere
l'articolo sui Social Networks

Bookmark and Share
vai alla pagina facebook
vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Chi sono veramente i palestinesi? Lo spiega lo storico Benny Morris (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


Clicca qui





Hai già visitato il sito SILICON WADI?


Clicca qui






 
Mordechai Kedar
L'Islam dall'interno
<< torna all'indice della rubrica
Gaza: una catena di tragici errori 19/07/2014

Gaza: una catena di tragici errori

Analisi di Mordechai Kedar

(Traduzione dall'ebraico di Rochel Sylvetsky, versione italiana di Davide Meinero)


Simbolo di Hamas


Ogni organizzazione, come ogni gruppo, ha obiettivi e scopi precisi, ogni gruppo si organizza in base a priorità che hanno un certo ordine di precedenza e che derivano dalla cultura del gruppo stesso. Gruppi diversi hanno obiettivi e priorità diversi, ed è proprio l’interazione fra i gruppi che fa venire alla luce obiettivi, priorità e culture diverse. Quando gli obiettivi sono diametralmente opposti, possono sorgere dispute.
Ad esempio gli Ebrei di Israele sono convinti di avere il diritto di abitare in Terra di Israele e il loro obiettivo è quello di sopravvivere qui per sempre; al contrario le cosiddette nazioni (pan)arabe hanno deciso di fare della distruzione di Israele uno dei propri obiettivi - non l’unico chiaramente. L’unica ragione per cui Israele è riuscito a evitare la distruzione – per ora – è che le nazioni arabe non sono mai riuscite a unirsi davvero per distruggerla.
Per avere la pace fra fazioni divergenti occorre che una delle due, o entrambe, cambino obiettivi e priorità.
Quando Egitto e Giordania si staccarono dalla Nazione Araba (sempre che ci sia davvero una nazione araba) abbandonando il loro principale obiettivo, quando capirono che l’eliminazione di Israele non era possibile, cambiarono strategia, iniziarono a dare maggiore importanza agli aspetti economici – e firmarono la pace con Israele. Che poi questo cambiamento forse non abbia necessariamente contagiato anche il resto della popolazione è una questione del tutto diversa.
A volte un gruppo cambia i propri obiettivi per un breve lasso di tempo per ragioni varie. Una catastrofe umanitaria come uno tsunami o un’inondazione possono spingere a una momentanea tregua con Israele in modo da riuscire a salvare donne e bambini dalle case allagate. Questo non significa che il jihad sia scomparso dalla lista delle priorità.
Anche disoccupazione e carestia possono cambiare temporaneamente le priorità, e questo spiegherebbe il desiderio degli abitanti di Gaza di venire a lavorare in Israele. Al momento devono guadagnarsi la pagnotta e vorrebbero lavorare in Israele rimandando il jihad a un altro momento più opportuno.
Gli errori si verificano quando un gruppo pensa che il rivale abbia cambiato le proprie priorità per sempre, invece finge oppure è un cambio momentaneo. Questo fu l’errore dietro gli accordi di Oslo, che coinvolse Israeliani, Europei e Americani, i quali a un certo punto iniziarono a pensare che un nuovo gruppo, che si autodefiniva “palestinese”, avesse preso le distanze dalla Nazione Araba adottando obiettivi e priorità diverse.
Dato che dal 1967 tanti Arabi lavoravano e vivevano in Israele, pensammo che si fossero ormai separati dalla Nazione Araba e che avessero finalmente eliminato dalla lista di priorità l’eliminazione di Israele. Questa è anche la ragione per cui le nostre anime stanche si ostinano a chiamarli Palestinesi e non Arabi – non solo perché vogliono avere una nazione loro, ma perché vogliamo operare una distinzione culturale rispetto agli obiettivi degli Arabi e della nazione islamica, cioè la distruzione di Israele.
Il concetto di “Nuovo Medio Oriente” scaturito dagli accordi di Oslo era basato sulla seguente premessa: la Nazione Araba aveva finalmente cambiato le proprie priorità, aveva finalmente deciso di abbandonare il desiderio di distruggere Israele sostituendolo con la voglia di benessere, educazione e salute. Così anche i Palestinesi avrebbero cambiato le loro priorità, avrebbero rinunciato alla distruzione di Israele in cambio di uno stato, di un’economia prospera e del benessere.
Ma la realtà era più complessa. Hamas comparve sulla scena nel 1987 e non fece mai mistero dei propri obiettivi. Yasser Arafat cercava un modo per introdurre un nuovo cavallo di Troia, ovvero le forze militari arabe, in Israele. Alcuni Israeliani ingenui credettero che l’OLP avrebbe tenuto a bada Hamas, senza dover di nuovo affrontare la legge né ONG ostili. Credettero alle parole di Arafat e caddero nella trappola, nonostante fosse ormai chiaro che Arafat non aveva intenzione di cambiare obiettivi e priorità: aveva semplicemente cambiato retorica per portare avanti i suoi piani nefasti.


Evacuazione israeliana di Gaza

Nel 2004 la Seconda Intifada, che aveva generato un lago di sangue, si stava lentamente esaurendo. Israele era stanca e logorata dagli attacchi terroristici di Hamas, Jihad Islamico e OLP, che avevano lasciato oltre 1000 morti sul terreno. Molti Israeliani cercarono una soluzione, iniziarono a ricostruirsi una vita per riprendersi dalla depressione. Fu allora che il premier Ariel Sharon decise di lasciare Gaza unilateralmente.
La decisione fu accolta positivamente non solo dalla sinistra, ma anche dal centro e dalla destra. Molte persone credettero che l’abbandono del Blocco Katif con l’espulsione dei suoi residenti fosse il giusto prezzo da pagare. Molti pensavano che l’OLP avrebbe imposto l’ordine a Gaza tenendo a bada Hamas e altri gruppi terroristici perché intenzionata a creare basi solide che avrebbero portato alla nascita di uno stato. Sharon e molti altri nel suo governo erano convinti di questo. Il 6 giugno 2004 il governo discusse il piano di “disimpegno” e nella decisione no. 1996 scrisse:

Il piano di disimpegno mira a migliorare la situazione politica, economica, demografica e a migliorare la sicurezza di Israele. In qualsiasi altro accordo futuro non ci saranno insediamenti israeliani a Gaza. Lo stato di Israele appoggia gli sforzi degli USA e della comunità internazionale per le riforme, la nascita di nuove istituzioni e lo sviluppo economico per portare maggiore benessere ai civili palestinesi, così da permettere la nascita di una nuova leadership palestinese che potrà mettere in pratica gli obiettivi espressi nella Roadmap.

L’abbandono di Gaza ha lo scopo di minimizzare le frizioni con la popolazione palestinese. La piena realizzazione del piano implica che Israele non sarà più responsabile dei Palestinesi a Gaza. […] Israele pattuglierà i confini di Gaza, avrà il monopolio del controllo dello spazio aereo e manterrà una presenza militare nel mare di fronte a Gaza.

Gaza sarà demilitarizzata salvo per quelle armi che verranno incluse nell’accordo fra entrambe le parti. Lo stato di Israele mantiene il diritto all’autodifesa, che può prevedere misure preventive, nonché la possibilità di reagire alle minacce che potrebbero scaturire da Gaza”.

Dall’accordo traspare chiaramente un fatto: Israele era convinta che tutto ciò sarebbe accaduto – demilitarizzazione di Gaza, nuova leadership, nuove priorità (la creazione di nuove istituzioni e il miglioramento del benessere dei cittadini) e il controllo di Hamas da parte dell’OLP.

Alcune timide voci parlavano del rischio di una conquista del potere da parte di Hamas dopo il “disimpegno”, e man mano che la data si avvicinava l’Istituto per la Sicurezza Nazionale tenne diverse conferenze sui possibili scenari. Il 5 luglio 2005, un mese prima del ritiro dal blocco Katif e l’espulsione dei residenti, uno dei partecipanti prospettò l’idea dell’ascesa di Hamas a Gaza. Ma uno degli esperti presenti, un uomo con tanto di dottorato che aveva scritto un libro sui Palestinesi, disse: “Gaza è il diamante della corona dell’OLP” e per questo “l’OLP combatterà Hamas fino all’ultima goccia di sangue”.
Le cose andarono diversamente.
Dopo il ritiro, Hamas ottenne la maggioranza al Consiglio Legislativo alle elezioni del 2006 e fece un colpo di stato nel giugno del 2007. In quel momento qualcuno in Israele era ancora convinto che Hamas avrebbe agito razionalmente perché voleva stabilire uno stato, istituzioni, un’economia prospera e fare la “bella vita”. Questo perché noi credevamo che i nostri obiettivi coincidessero con i loro – uno stato, un’economia funzionante, la “bella vita” – e che i loro obiettivi coincidessero con i nostri.
Ci sbagliammo, non capimmo che obiettivi e priorità di Hamas erano rimasti invariati, primo fra tutti il desiderio di distruggere Israele attraverso il Jihad, mentre tutti gli altri obiettivi erano ben più giù nella lista. Questo errore madornale frenò Israele dall’intervenire subito per bloccare i tunnel fra il Sinai e Gaza, attraverso i quali entravano i razzi. Presto Gaza divenne il secondo maggiore arsenale di razzi nell’area dopo quello di Hezbollah in Libano.
Il cessate il fuoco appare poco credibile ora, anche perché Hamas non è un gruppo coeso e unito: anche quando quello che viene definito il “braccio politico” vuole il cessate il fuoco per prendere fiato e prepararsi a un secondo round, il braccio armato spesso non ascolta il braccio politico e continua a lanciare missili e razzi verso le comunità civili in Israele. Questo avviene perché il braccio armato non ha intenzione di cambiare le proprie priorità, nemmeno a breve termine.
I morti e i feriti, la sofferenza della popolazione e la distruzione delle infrastrutture a Gaza non hanno importanza per i jihadisti che non hanno intenzione di cambiare atteggiamento, nemmeno se i loro confratelli soffrono. Anzi, sono abili nello sfruttare la sofferenza per lanciare la guerra politica, legale e mediatica contro Israele.
Gaza si trova nell’attuale situazione perché si è trasformata nella base per il jihad contro Israele, ma anche per i numerosi errori degli Israeliani – e degli Europei e degli USA - che pensavano di condividere obiettivi e priorità dell’OLP, di Hamas e dei Jihadisti.
Speriamo che quanto abbiamo sotto gli occhi contribuisca a mostrare la verità: il Medio Oriente ha obiettivi e priorità propri, non in linea con quelli occidentali; i sopravvissuti in questa regione sono quelli che sono riusciti a non essere sconfitti. Un governo legittimo, un’economia funzionante, sanità, educazione e benessere sono obiettivi secondari rispetto all’obiettivo primario: distruggere Israele.
Per quanto difficile, io credo che verrà il giorno in cui gli Israeliani e i loro amici nel mondo capiranno la verità amara del Medio Oriente e tutto ciò che questo implica – la necessità di sopravvivere in una regione la cui cultura locale pone la vita umana, il benessere, l’economia, la salute, lo sviluppo a un gradino di priorità molto più basso rispetto ai paesi occidentali. Prima vi sono molti altri meta-obiettivi che hanno un’importanza molto maggiore di quanto possiamo immaginare, in primis l’eliminazione di Israele e l’egemonia dell’Islam.

Mordechai Kedar è lettore di arabo e islam all' Università di Bar Ilan a Tel Aviv. Nella stessa università è direttore del Centro Sudi (in formazione) su Medio Oriente e Islam. E' studioso di ideologia, politica e movimenti islamici dei paesi arabi, Siria in particolare, e analista dei media arabi.
Link: http://eightstatesolution.com/
http://mordechaikedar.com

Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui
www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT