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Mordechai Kedar
L'Islam dall'interno
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Ritornate, fratelli! 22/06/2014
 Ritornate, fratelli!
Commento di Mordechai Kedar

(Traduzione dall’ebraico di Rochel Sylvetsky , versione italiana di Yehudit Weisz)

 Giovedì scorso, 12 giugno, è uscito il settimanale dell’IDF, Bamachane (letteralmente “Nel campo”). In fondo alla copertina si leggeva questa frase: “Fate attenzione, pericolo di sequestro di persona. E’ in aumento il numero di soldati che fanno autostop”. Proprio quella notte Eyal, Ghilad e Naftali sono stati rapiti mentre facevano autostop all’incrocio di Gush Etzion.
Da allora è già trascorsa una settimana e finora non ci sono informazioni su come si siano svolti i fatti, chi sono i responsabili, dove sono i ragazzi e quali sono le richieste dei rapitori.
La mancanza di informazioni indica che l’operazione è stata pianificata così bene da non lasciare tracce. Ci dice inoltre che si tratta di un’organizzazione molto esperta, il che porta a puntare il dito contro Hamas, in particolare al braccio armato di Izz-a Din Al-Kassam.
Il governo di Israele ha annunciato pubblicamente che Hamas è il responsabile del rapimento e ha avviato un’ondata di arresti di leader di Hamas e dei suoi attivisti in Giudea e Samaria.
Personalmente ritengo che l’IDF abbia le prove del coinvolgimento di Hamas, ma che al momento non diffonde i dettagli per mantenere segreta l’indagine. Inoltre, il comportamento di Hamas spinge a ipotizzare che il movimento sia il responsabile del rapimento. I discorsi dei suoi leader, in particolare quelli di Khaled Mashaal, facevano allusioni al progetto da parte dell’organizzazione di rapire soldati o civili, come aveva già fatto con Ghilad Shalit e altri ancora prima di lui, tenendo gli israeliani in una estenuante attesa, chiedendo riscatti esorbitanti, trattando difficili negoziati, usando il ricatto emotivo e richiedendo il rilascio di masse di detenuti.
Il successo dell’organizzazione quando furono rilasciati più di mille prigionieri in cambio di Ghilad Shalit ha insegnato a Hamas che questo è un metodo che funziona. Dobbiamo però anche aggiungere che divide l’opinione pubblica israeliana, suscitando polemiche sull’opportunità o meno di liberare dei detenuti che hanno le mani lorde di sangue.
Queste dispute portano a legiferare sulla liberazione dei terroristi, posizioni legali che aggravano ulteriormente la controversia in atto, e questo è un ennesimo successo per Hamas.

Negli ultimi anni gli israeliani si sono convinti che la separazione geografica tra Gaza e Giudea-Samaria rispecchi la situazione politica; cioè, Hamas governa Gaza e Fatah governa Giudea e Samaria. Anche i legislatori israeliani credono in questa distinzione, con la conseguenza che l’IDF non ha mai ricevuto ordini chiari e inequivocabili di combattere le infrastrutture di Hamas in Giudea e Samaria, fino a questo rapimento non ci sono quasi mai state attività finalizzate alla lotta contro l’organizzazione di Hamas in quell’area. Anzi, un coordinamento di attività con le forze dell’Autorità Palestinese aveva dato l’impressione che tutto fosse sotto controllo e che Israele non avrebbe mai avuto problemi da Hamas o dal suo braccio armato.

La riconciliazione tra Fatah e Hamas ha anche giocato un ruolo preciso.
Israele aveva creduto che Hamas avrebbe cambiato atteggiamento politico, nel governare, nelle elezioni e che sarebbe persino potuto subentrare pacificamente all’Anp e che avrebbe smesso di far la guerra a Israele.
La calma relativa sul fronte di Gaza nei mesi scorsi aveva fatto abbassare la guardia a Israele nei confronti delle attività militari di Hamas, certamente in Giudea e Samaria.
In occasione delle elezioni del consiglio studentesco, avvenute il mese scorso, all’Università di Bir Zeit, ci fu una vera e propria dimostrazione pubblica della forza di Hamas. Su 51 seggi l’OLP ne aveva ottenuti 23, Hamas 20, il Fronte Popolare 7 e il Fronte Democratico 1.
In Israele ci fu chi lo interpretò come un preoccupante segno di rafforzamento del potere di Hamas, mentre secondo altri era un segno del suo cambiamento, da organizzazione terroristica a movimento politico. Israele non si rese conto che Hamas stava facendo esattamente quel che fece Hezbollah in Libano: partecipare alla politica continuando a seminare il terrore.
Dopo il successo elettorale di Hamas, il suo leader Hassan Youssef, si presentò davanti ai 20 delegati di Hamas eletti . Si può ascoltare il suo discorso sul web infarcito di urla, e leggere i seguenti brani, con i miei commenti tra parentesi.

 “Dicono che Hamas è finita, che c’è una riconciliazione. Ma io lo dico a voi di modo che tutti gli studenti possano ascoltare, che tutto il mondo stia ad ascoltare, che tutti i media possano ascoltare: noi siamo gli unici, Gaza è l’unica che dispone di nuove armi. Tutti sanno che Gaza a un certo punto, con il pretesto della resistenza, sarà in grado di cogliere il nemico di sorpresa e sferrare un attacco con l’aiuto di Allah.(Applausi selvaggi). E io non sto dicendo questo senza fare una seria riflessione (lo ripete) perché la resistenza (di Hamas) a Gaza è molto forte, e Gaza oggi, tutta la Palestina, ogni centimetro della terra della Palestina storica è alla portata dei razzi da Gaza, gloria ad Allah.(forte applauso e grida)… Oh fratelli e sorelle, permettetemi di dire ancora queste ultime parole: in nessun modo accetteremo questa riconciliazione (con l’Olp) a qualsiasi prezzo se essa comporta un adeguamento della nostra sicurezza ( vale a dire gli accordi di sicurezza congiunti con Israele, in base ai quali l’Anp deve combattere il terrorismo), in nessun caso noi permetteremo che qui in Cisgiordania (il pubblico applaude)…miei fratelli e sorelle, voi siete forti, siete grandi, siete potenti, state gettando le basi per la fase successiva. Voi presto vedrete, vi giuro su Allah, che, come io vi vedo (davanti a me), così voi vedrete giungere la vittoria, per volere di Allah, e in quel giorno i (musulmani) credenti si rallegreranno della vittoria di Allah che sostiene e porta la vittoria a chi lui vuole. Che Allah vi benedica…”

Il fatto che il capo di un’organizzazione terroristica sia apparso in un’istituzione accademica e sia stato autorizzato a parlare dal podio ricoperto dalla bandiera di Hamas, non ha suscitato alcuna reazione da parte degli amanti della “libertà accademica” in Israele o nel mondo, tra coloro che combattono Israele, che la chiamano “Stato di Apartheid” e che invitano al boicottaggio, alle sanzioni e a disinvestire.
Hassan Youssef ha sostenuto con forza un collegamento tra Gaza e la presenza del movimento in Giudea e Samaria, ma Israele non l’ha percepito come tale, poiché era più facile vedere ogni cosa nella prospettiva della riconciliazione .
“ Impegnarsi nel terrorismo in questa fase non è nell’interesse di Hamas ”, dicevano tutti quelli che osservavano Hamas dal punto di vista di Israele, tentando di valutare il suo atteggiamento con la logica israeliana. Purtroppo la situazione era molto diversa, poiché il sistema di sicurezza dell’Anp non ha denunciato i piani del rapimento o li ha semplicemente ignorati per non interferire con gli sforzi di riconciliazione.
Sotto “gli occhi attenti” dell’apparato di sicurezza palestinese, si è sviluppata una massiccia infrastruttura di Hamas, in grado di compiere quasi alla perfezione un rapimento, la fuga, il nascondiglio dei ragazzi o il loro trasferimento altrove. Quasi perfetto, poiché una delle vittime è stata capace di chiamare la polizia e sussurrare qualcosa che non si è capito bene.
Un sequestro perfetto avrebbe dovuto impedire alle vittime di potersi connettere con l’esterno.
Dopo il rapimento Israele ha deciso di fare ciò che l’Anp non aveva fatto, ha messo in carcere un buon numero di coloro che erano stati liberati in cambio di Ghilad Shalit, ancora una volta con una logica lineare: il loro rilascio era stato subordinato alla liberazione di un israeliano, e ora devono ritornare in carcere per il nuovo sequestro di israeliani.
Israele ha anche arrestato dei parlamentari rappresentanti di Hamas, messo fuori legge organizzazioni “caritatevoli” e i media di Hamas. Insomma, Israele sta facendo quel che è necessario per impedire che Giudea e Samaria diventino uno Stato stile-Gaza.
Le mosse di Israele si svolgono in un clima internazionale relativamente favorevole, perché tutto il mondo è concentrato sull’Iraq, dove ISIS sta rapidamente conquistando terreno e minaccia l’industria petrolifera a Nord dell’Iraq. E’ coinvolto l’Iran, gli USA stanno inviando consiglieri, e tutti sperano che l’Iraq riesca a sopravvivere come Stato indipendente. Anche l’Ucraina continua a rimanere al centro della scena politica, tanto più che i ribelli sono riusciti ad abbattere un aereo ucraino e a uccidere una cinquantina di militari governativi. In Kenia la milizia somala “Shabbab Almujaddin”ha massacrato centinaia di persone, e le partite di Coppa del Mondo in Brasile sono assai più interessanti del rapimento di tre israeliani e delle operazioni di Israele contro Hamas in Giudea e Samaria.
Sui confini di Gaza cresce la tensione, c’è già chi mette in guardia sul pericolo di un’incombente Intifada.

 I fatti della settimana scorsa sono l’ennesima riprova che in termini di sicurezza, Israele può contare solo su se stessa, non sull’Anp né sui più amichevoli accordi con gli Stati arabi. Nessun regime arabo agirebbe con la determinazione necessaria per proteggere Israele da organizzazioni terroristiche come quella di Hamas, ed è questo il motivo per cui Israele deve restare in Giudea e Samaria per sempre. Si potrebbero abbandonare le città per farvi crescere degli emirati, uno per ognuna delle singole famiglie che detengono il potere tribale, ma le aree rurali devono rimanere sotto il controllo d’Israele.
Il crollo dell’esercito iracheno di fronte ai combattenti per lo “Stato Islamico” dimostra che in Medio Oriente non si può fare affidamento su dei governi artificiali, anche se sono stati creati, armati, addestrati e finanziati dagli americani. Lo stesso copione si presenterà in Afganistan non appena se ne saranno andate le forze della coalizione, e questo deve spingere Israele a parlare agli americani in modo chiaro e diretto:
“ Noi viviamo, e vorremmo continuare a farlo, in un’area in cui noi capiamo - meglio di chiunque altro – come comportarsi e quali sono le cose da fare. Non siamo in Europa o in America. Per favore lasciateci fare da soli le cose che sono da fare, e se tu ti consideri nostro amico, aiutaci invece di incoraggiare organizzazioni terroristiche come Hamas.”
Nel congresso e tra gli americani ci sono molti che la pensano così.

Precedenti tentativi di rapimento

Dopo il rapimento, è stato ricordato che ci sono state decine di tentativi di rapimento durante lo scorso anno, e questa è la ragione della copertina di “ Bamachane “ che metteva in guardia sui pericoli di rapimento.
Il nostro problema è che noi non prestiamo attenzione ai tentativi falliti e non ne deduciamo  conclusioni operative. Un tentativo fallito merita altrettanta attenzione di uno che ha avuto successo: un’indagine approfondita, arresti, eliminazione di infrastrutture e avviamento di processi.
Anche i media non considerano degno di attenzione un tentativo fallito, poiché se è fallito, nulla è successo. Nulla è successo? Proprio il contrario!
Gli esecutori analizzano le ragioni del fallimento, trovano i loro errori, correggono ciò che deve essere corretto, migliorano i loro piani e riprovano fino a quando hanno successo.
Da quanto risulta, sembra che abbiano usato targhe israeliane, indossassero kippot ( papaline), ascoltavano musica chassidica e parlavano in ebraico alle loro vittime, cosicchè sembrò loro sicuro salire sull’auto.

L’autostop come fenomeno culturale

Da quando è avvenuto il rapimento, i media stanno discutendo il tema dell’autostop e il fatto che è aumentato sempre di più in Giudea e Samaria, così come nelle così dette “zone periferiche” lontane dai centri urbani, poiché le persone non hanno scelta al ricorso all’autostop per la scarsità di collegamenti pubblici. Un autobus che raggiunge una città due volte il giorno non soddisfa le necessità di una persona senza l’auto. E’ in discussione tutto il problema dell’autostop, praticamente sparito nelle grandi città ma che è molto praticato al di fuori di esse, particolarmente in Giudea e Samaria.
I residenti dello “Stato di Tel Aviv” criticano fortemente il fenomeno che può portare ai rapimenti, ma gli abitanti dello “Stato di Giudea”, lo difendono appassionatamente perchè “non c’è alternativa”. Ciò che non viene detto è che questo argomento ha profonde basi culturali: nello “Stato di Tel Aviv” ciascuno vive per se stesso, da solo, lavora e trova i divertimenti in molti punti che la città offre – caffè, ristoranti, cinema, teatri e sale da concerto.
In mancanza di una connessione tra la gente si crea una situazione in cui ciascuno trova la propria strada da un luogo all’altro, e non può capire perché la gente debba dipendere da un “passaggio”.
Nello “Stato di Giudea e Samaria” l’atmosfera è completamente diversa – c’è un forte senso di comunione, solidarietà, mutuo soccorso e fiducia, e il “passaggio” è basato sulla sensazione da parte dell’autostoppista che chi guida è “uno di noi” e che non gli farebbe mai del male, come lui non lo farebbe all’autista. La differenza è che i due gruppi di cittadini vivono nello stesso piccolo Stato, ma culturalmente vivono in mondi separati.

Mordechai Kedar è lettore di arabo e islam all' Università di Bar Ilan a Tel Aviv. Nella stessa università è direttore del Centro Sudi (in formazione) su Medio Oriente e Islam. E' studioso di ideologia, politica e movimenti islamici dei paesi arabi, Siria in particolare, e analista dei media arabi.
Link: http://eightstatesolution.com/
http://mordechaikedar.com


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